KOSOVO: è guerra !

24.03.1999 - Spentesi nelle stanze ovattate di Rambouillet le voci discrete della diplomazia, si accendono ora i suoni della guerra con le sue infinite sofferenze umane, con le distruzioni che sommano miseria alla miseria. Da secoli i Balcani sono teatro di guerra, da secoli il Kosovo e la sua popolazione, a maggioranza albanese, lottano per scrollarsi di dosso vicini ingombranti: turchi, ungheresi, montenegrini, serbi, italiani (dal 1941 al 1944 fu occupata anche dagli italiani). Con la morte di Tito ed il disfacimento delle Repubblica Federativa di Jugoslavia, ancora una volta il Kossovo sta cercando di scrollarsi di dosso la Serbia: ciò che, al prezzo di tragedie ancora vive nel loro e nostro ricordo, è riuscito alla Slovenia, alla Croazia, alla Macedonia e alla Bosnia non sappiamo se riuscirà allo sventurato Kosovo. Questo secolo si è aperto con la crisi dei Balcani e si chiude con la crisi dei Balcani. La differenza è che alla soglia del duemila la comunità internazionale si arma e interviene, non per sostenere le mire espansioniste di questa o quella potenza, di questo o quel paese, ma per ricondurre alla ragione una Serbia che non vuole perdere un altro pezzo del suo impero e, allo stesso tempo, per impedire quegli ulteriori massacri e distruzioni che sono il prezzo del mantenimento di quell’impero. A un’Italia che da mesi legge la disperazione sul volto dei profughi, a un’Italia chiusa entro una crescente xenofobia che nella sua cecità non sa distinguere tra chi fugge dalla guerra e chi fugge da altre forme di disperazione, a quest’Italia viene ora chiesto un gesto di responsabilità e di rispetto degli impegni che si è assunta verso la comunità internazionale. Non sappiamo se l’Italia è pronta a farsi carico delle proprie responsabilità o se anche questa sarà l’occasione per misere polemiche e contrasti tra le forze politiche. Lo sapremo nei prossimi giorni dopo il dibattito in Parlamento. Forse, da qui ad allora sapremo anche se le armi saranno riuscite laddove la diplomazia è fallita. Ed alla pena che già abbiamo nel cuore per la guerra, si aggiunge per noi quella della sconfitta del metodo liberale della discussione e del confronto come mezzo per la soluzione dei conflitti.