la via liberale può partire anche da Seattle

03.12.99 - Alberto Ronchey conclude oggi il suo "fondo" per il Corriere con l'affermazione che "ogni complessità deriva dalla circostanza, già frequente nella storia, che non si fronteggiano singoli torti e ragioni, ma più ragioni".
Il riferimento è agli avvenimenti di Seattle, dove nel palazzo si confrontano i rappresentanti dei governi aderenti al WTO, l'organizzazione internazionale che regola il commercio, mentre in piazza manifesta (anche con deprecabili violenze) una folla di persone giunte da ogni parte del mondo in rappresentanza di una galassia di enti e associazioni che si oppongono alla globalizzazione degli scambi commerciali, prima ancora che ad una loro rinnovata regolamentazione per gli anni 2000. Quei manifestanti, in parte sono mossi da pregiudizi ideologici contro la "società aperta" e un assetto internazionale di "società aperte", ma per lo più sono animati da ragioni apprezzabili: il timore che, da una parte, nuove e più restrittive regole mettano in ginocchio economie già prostrate, mentre, dall'altra, una più accentuata liberalizzazione degli scambi e l'esigenza di competere con economie più forti comportino un prezzo più alto in termini di violazione di diritti umani, di saccheggio delle risorse ambientali, di pratiche incontrollate nel settore delle biotecnologie, e via dicendo. Sono tutte preoccupazioni apprezzabili, così come non si possono trascurare le ragioni di quella parte di protesta mossa da interessi di categoria, inevitabilmente sacrificati da una maggiore globalizzazione. Oggi come non mai, le società chiuse di un tempo e gli stati nazionali sono scossi, nei loro interessi e nei loro sistemi giuridici, da un più accentuato pluralismo di diritti e di interessi, non solo interni ad essi, ma soprattutto esterni ad essi. La globalizzazione non è solo quella dei mercati che coinvolgono una popolazione di qualche centinaio di milioni di abitanti che vuole conservare (giustamente) il livello di benessere raggiunto, ma è soprattutto quella dei diritti e dei bisogni primari di una società di 7 miliardi di cittadini, nella loro stragrande maggioranza afflitti da intollerabili condizioni di miseria e privati di ogni aspettativa di una vita degna; spesso della speranza di una vita, senza aggettivi.
Ha ragione Ronchey: è una società complessa come non mai, in cui si fronteggiano una pluralità di ragioni, tutte ugualmente apprezzabili; è una società privata, nel suo cammino, di ogni scorciatoia, sia essa quella della forza e del potere di pochi, come quella del cinismo.
Già Isaiah Berlin, uno dei maggiori esponenti della cultura liberale del XX° secolo, ci ha indicato una via: " Libertà totale per i lupi significa morte per gli agnelli; una totale libertà dei potenti, dei capaci, non è compatibile col diritto che anche i deboli e i meno capaci hanno a una vita decente ... così dobbiamo ricorrere ai cosiddetti trade-offs: regole, valori, princìpi devono, in circostanze specifiche, sottostare a concessioni reciproche ... la cosa migliore, come regola generale, è mantenere un equilibrio precario che impedisca il sorgere di situazioni disperate, di scelte intollerabili - questo è il primo requisito per una società decente, un traguardo al quale possiamo sempre sforzarci di arrivare ..."
Berlin riconosceva che "questa può sembrare una risposta molto piatta, terra terra, non la risposta che vorrebbero i giovani idealisti, non la bandiera per cui sarebbero pronti a combattere e a soffrire, se necessario, in nome di una società nuova e più nobile" , ma aggiungeva che "una certa umiltà, in queste cose, è quanto mai necessaria".
Con il tramonto delle ideologie, l'umiltà e la ragionevolezza della via liberale indicataci da Berlin - ma anche da Rawls - paiono a noi assumere una rilevanza decisiva nella soluzione di quei problemi che la complessità di una società globale ci pone davanti quotidianamente e della quale gli avvenimenti di Seattle sono un indicatore premonitore.