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02.09.1999
- E'
di ieri la notizia di due imboscate (23 morti e oltre 30 feriti) in
Somalia, paese dilaniato dalla una guerra civile tra le fazioni di
Hussein Aidid e Ali Mahdi. Sono passati sei anni dalla conclusione della
fallimentare missione militare voluta dall'ONU nel dicembre 1992. Quella
missione (da noi denominata IBIS) sopravvive in Italia nella memoria di
chi vi ha partecipato; in chi non vi ha partecipato sopravvivono i
terribili sospetti di crimini compiuti da alcuni militari italiani e la
rabbia per la dimostrata impotenza nell'individuazione e punizione dei
colpevoli della morte di due giornalisti che volevano veder chiaro sulle
cause della disgregazione civile di un paese verso il quale erano
affluiti fiumi di denaro pubblico italiano. La nebbia, che ancora
avvolge i sospetti di crimini compiuti dai militari italiani, non induce
certamente alla fiducia di fronte alla recente morte di un
paracadutista, alla sua solitaria agonia e al ritardo di tre giorni
nella scoperta del corpo, non in Somalia, ma qui da noi in Italia, in
una caserma della civilissima Toscana. E poi c'è la strage di Ustica
della quale, a distanza di diciotto anni, i giudici hanno solo
ipotizzato la causa in una battaglia aerea tra velivoli di diverse
nazionalità: un'ipotesi accompagnata dall'altra - terribile - di
depistaggi da parte di alti ufficiali della nostra aviazione. Forse non
basta tutto ciò a far scordare i moltissimi meriti delle nostre Forze
Armate, il loro contributo alla pace e al soccorso umanitario in Italia
e all'estero. Però non aiuta neppure a mantenere intatta la fiducia in
esse, da parte di chi crede che la civiltà di un paese si misura anche
dalla sua capacità di sconfiggere ogni forma di privilegio, di
ricondurre a legalità ogni comportamento dei cittadini, siano essi
singoli o associati o riuniti in corpi istituzionali. La civiltà di un
popolo si misura, infine, dal fatto che la giustizia è uguale per
tutti, anche per i militari. |