par condicio e duopolio televisivo

19.09.1999 - Che la televisione pubblica italiana sia faziosa, non saremo certo noi a negarlo. L'ostracismo verso tutto ciò che non appartiene al bipolarismo, come uomini e come idee, è noto a noi liberali. Le probabilità di vedere un liberale sugli schermi pubblici sono ancora minori di un 6 al superenalotto, anche in quelle trasmissioni in cui pure vengono invitati "cani e porci". Persino le elezioni europee sono state contrabbandate sugli schermi televisivi della RAI come un confronto ristretto tra socialisti europei e popolari europei, in sintonia con il bipolarismo italiano. Inutile dire che le cose non cambiano ove si considerino i canali televisivi di Mediaset. Ora si fa un gran parlare di "par condicio" televisiva e il fatto che il leader di uno dei due schieramenti sia anche proprietario di tre reti televisive nazionali rende il problema ancora più serio. Vietare la pubblicità a pagamento non risolve il problema dell'accesso alla pubblicità gratuita o semi-gratuita. Vietare ogni forma di pubblicità, significa gettare via il bambino con l'acqua sporca. La regolamentazione, anche a prescindere dagli interessi di parte - o spartitori - di chi la deve fare, non può che assumere necessariamente forme penalizzanti per le forze politiche minori o locali: e, poi, la dignità delle idee e delle opinioni non si pesa a voti o a chili. La concezione aritmetica della democrazia è già ottusa di per se stessa, ma, se applicata al di fuori del ristretto campo dei sistemi elettorali, rischia di diventare pericolosissima per la democrazia. Che fare allora ?
A nostro avviso il problema era ieri - e rimane ancora oggi - quello del pluralismo televisivo. Un odioso duopolio ha sostituito l'antico monopolio televisivo. Ora si abbatta davvero il duopolio, aprendo spazi nuovi alla concorrenza nell'informazione e nella comunicazione televisiva: nello stesso tempo si favorisca la proprietà diffusa delle quote azionarie delle società televisive, si creino condizioni di libertà e indipendenza per chi vi lavora. In fondo, noi liberali non perdiamo la speranza che la concorrenza faccia bene anche all'informazione.