Sbagliare avendo ragione

12.10.1999 - Tra le molte pagine dedicate alla rivelazione dei nomi dei presunti informatori del regime sovietico, interessanti solo per una satira su chi fosse più stupido (il regime sovietico, i suoi spioni del KGB o i tanti zelanti personaggi che intrattenevano rapporti con gli uni o gli altri,in buona o mala fede), il Corriere della Sera di oggi dedica una mezza pagina ad Amato e alla Bonino. Il primo afferma che "il nostro tempo è segnato dal riconoscimento della libertà individuale" e che la vera rivoluzione umana è cominciata con l'invenzione dell'uguaglianza ed è di conseguenza "la libertà uguale" la bussola del riformismo moderno che consiste "nel dare, a chi non le ha, le gambe per camminare da solo" . La Bonino, invece, replica a Dini, che la taccia di "finto liberismo selvaggio", che "al contrario i nostri quesiti (ndr. referendum) rappresentano un concreto, ragionevole e forse troppo moderato avvio di riforma liberale in un Paese che non ha mai conosciuto altro da ottant'anni che il corporativismo nelle sue varie declinazioni, ultima quella concertativa". Aggiunge la Bonino: " I cittadini avvertono l'urgenza di liberare l'economia e costruire un welfare non più fondato sul paternalismo statalista ma sulle libere e responsabili scelte individuali". Hanno ragione entrambi, eppure c'è qualcosa che non quadra nella parte propositiva dei loro ragionamenti. Amato dimostra di non essersi ancora sbarazzato di quella mentalità di sinistra che tanti guai ha procurato negli anni passati e che altri potrebbe procurarne negli anni prossimi. Infatti, il problema più pressante per l'Italia non è tanto quello di dare gambe a chi non le ha perchè possa camminare da solo (affermazione che ha un suo senso nel giustificare un intervento dello Stato, necessariamente minimo), quanto di liberare chi ha le gambe e potrebbe o vorrebbe camminare da solo, ma non può usarle per le troppe palle al piede che lo Stato non vuole togliergli (la parte buona del discorso della Bonino). Ma la Bonino non solo non prende in considerazione la possibilità minimalista di dare gambe a chi non le ha (la parte buona del ragionamento di Amato), ma, è prigioniera del limite insuperabile della politica dei "referendum": quello di consentire l'abrogazione di pezzi di legge, senza riuscire a sostituire le leggi stesse. Infatti, i radicali hanno scelto da anni di restare fuori dal Parlamento italiano (dove le leggi si formano) o di esservi presenti con uomini schierati nell'uno o nell'altro Polo, troppo spesso dimentichi di essere radicali e quindi asserviti agli interessi del polo di appartenenza. Con ciò hanno delegato ad altri le riforme liberali, siano esse fatte per evitare i referendum o per rimediare ai buchi legislativi aperti dai referendum. E chi non è liberale, difficilmente può varare riforme liberali. Quello che manca oggi all'Italia è un partito liberale, capace di competere elettoralmente con la sinistra e la destra, di mandare propri uomini in Parlamento (certo, anche solo una minoranza), di essere presenti e attivi laddove la nostra Costituzione vuole che si facciano le leggi. Nei radicali è così radicata la volontà isolazionista che neppure nel Parlamento Europeo, dove  sono presenti, sentono il dovere di unirsi agli altri liberali europei per contare di più e far contare di più quelle idee liberali che dicono essere anche le loro.