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03.11.1999
- Sabato
scorso le scuole cattoliche si sono date appuntamento a Roma.
Duecentomila persone hanno affollato Piazza S.Pietro: c'era anche
Berlusconi che si è genuflesso a baciare l'anello del Papa, mentre il
laico ministro Berlinguer si è limitato ad una stretta di mano. Il Papa
ha riconosciuto che i provvedimenti della prossima finanziaria
costituiscono un passo avanti verso la parità scolastica, ma ha
ribadito che resta ancora da sciogliere "il nodo del pieno
riconoscimento della parità giuridica ed economica tra scuole statali e
non statali". Per quanto concerne la parità giuridica, non resta
che un solo nodo da sciogliere: quello dell'abolizione del valore legale
del titolo di studio, che metterebbe ogni istituto scolastico in diretta
concorrenza con gli altri. Con questa sola eccezione, già oggi la
parità giuridica è totale. Diverso è il discorso della parità
economica: la scuola statale è finanziata dall'erario, mentre quella
non statale, deve autofinanziarsi con le rette degli studenti. Sotto
questo profilo non vi è parità tra scuola "statale" e scuola
"non statale", ma sarebbe meglio dire "privata" - se
l'istruzione professionale passasse finalmente, come dovrebbe per legge,
alle regioni, sarebbe "non statale" ma non anche
"privata". Il problema che ci si deve porre è se possa ancora
convivere un servizio pubblico dell'istruzione con il diritto ad
accedere alla scuola privata ponendone i relativi oneri a carico dello
Stato. Non è un problema di poco conto, perchè questo diritto
potrebbe entrare in conflitto con il diritto a non subire
l'imposizione di una scuola privata, magari confessionale: il problema
si porrebbe laddove il bacino d'utenza non consente la contemporanea
esistenza di una scuola pubblica e di una privata. La privata apre e la
pubblica chiude. Poi anche la privata decide di chiudere o cambiare
indirizzo scolastico: lo Stato dovrebbe riaprire. Lo spreco di denaro
pubblico sarebbe evidente, ma ancor più evidente che, senza una scuola
pubblica, gli alunni sarebbero costretti ad iscriversi alla scuola
privata. Insomma, assumere che sempre vi sia la possibilità di
scegliere tra scuola pubblica e scuola privata, è una evidente
forzatura: ancor più evidente se si considera che lo Stato ha il dovere
costituzionale di offrire istruzione gratuita, mentre la scuola privata
ha solo una convenienza economica (ma non solo) ad offrire istruzione a
pagamento.
La battaglia delle scuole cattoliche muove dal principio che i genitori
hanno il diritto di scegliere un'istruzione cattolica per i propri
figli. La chiesa cattolica ha le risorse ed anche un bacino d'utenza per
assicurare tale diritto ai suoi membri; altre chiese non hanno nè le
une, nè l'altro. Peraltro, il diritto all'istruzione non appartiene ai
genitori, ma ai figli: i genitori non esercitano un proprio diritto, ma
quello dei figli. Quella dei genitori non è libertà assoluta;
diversamente non si spiegherebbero l'obbligo scolastico e le sanzioni
per i genitori che non mandano i figli a scuola. Vi è dunque un
problema economico, ma anche un problema di
intendersi sul termine scuola. Come deve
essere la scuola ? quale tipo di istruzione e formazione deve dare ai
giovani ?
E' giusto che i genitori "educhino" i figli secondo le proprie
convinzioni, finchè tali convinzioni non siano in contrasto con
l'interesse dei minori (come sarebbe l'educazione all'accattonaggio), ma
il concetto di educazione è diverso da quello di "istruzione"
che, invece, implica l'acquisizione di conoscenze di base. Se si
discriminassero o inquinassero le conoscenze per convinzioni ideologiche
o religiose, si priverebbero i giovani degli strumenti necessari all'esercizio
della propria capacità critica. La disputa sulla parità economica tra
scuola pubblica e scuola privata, è fuorviante e capziosa: una volta
risolto il problema della compatibilità economica della coesistenza di
pubblico e privato, resta il problema di fissare regole precise perché ogni tipo di scuola sia
riconducibile ad una nozione accettabile di "scuola",
affinchè non si confonda la "scuola" con i
"lavatoi".
La scuola pubblica ha mille magagne e troppo spesso è anch'essa un
lavatoio di cervelli, ma finchè è sovvenzionata con il denaro di
tutti noi, abbiamo il diritto di pretendere che essa sia
"scuola" e non "lavatoio", che soddisfi le
aspettative di ognuno indipendentemente dalle convinzioni ideologiche o
religiose. Dobbiamo pretenderlo con forza perché questo diritto ci
appartiene. L'atteggiamento rinunciatario di chi cerca per essa
punizioni che favoriscano la scuola privata, è sintomo di mancanza di
responsabilità civica.
Se la prossima finanziaria prevede un contributo di 500.000 lire mensili
agli studenti disagiati, senza discriminare rispetto al tipo di scuola
che frequentano, non è solo un passo in avanti, ma è oggettivamente il
raggiungimento di un traguardo che contempera il mantenimento del
servizio pubblico con il diritto concreto ad esercitare l'opzione tra
scuola pubblica e scuola privata.
Ove l'intesa tra sinistra e destra andasse oltre, nella migliore delle
ipotesi faremmo un passo indietro verso il privato assistito, nella
peggiore verso una spartizione di fatto tra scuole pubbliche alla
sinistra e scuole private alla destra.
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