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14.11.1999
- Con
il "giusto processo" e la "riforma elettorale
regionale", si è chiusa una settimana che ha visto giungere a
compimento alcune significative riforme della nostra Carta
costituzionale. Sono riforme significative, non tanto rispetto a
evidenti necessità di riforma di una Costituzione che sotto quegli
aspetti non necessitava di riforme, quanto per l’intesa che destra e
sinistra hanno raggiunto dopo il clamoroso fallimento della commissione
bicamerale presieduta da D’Alema. Ed è proprio questa intesa che qui
preme stigmatizzare, perché, se è vero che la nostra Costituzione è
il frutto di un "nobile compromesso" tra le diverse
ispirazioni politiche e culturali delle forze politiche dopo la tragica
esperienza del fascismo, è non meno vero che l’intesa perseguita oggi
da destra e sinistra sulle riforme istituzionali ha, invece, tutte le
caratteristiche di un ignobile baratto in cui la Costituzione non è
più il fine, ma la merce di scambio.
La satira politica troverà nuova ispirazione dall’accoppiamento nella
Costituzione tra l’aggettivo "giusto" ed il sostantivo
"processo" o tra l’aggettivo "ragionevole" e il
sostantivo "durata" (del processo); i costituzionalisti
troveranno da ridire sulla collocazione nell’articolo 111 ("Norme
sulla giurisdizione"), di princìpi che sono una mera
specificazione del più generale principio di cui al 2° comma dell’art.24
("La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del
procedimento"); chi è più sensibile alla tutela dei diritti
individuali si chiederà se la tassativa specificazione nella
Costituzione dei diritti di difesa possa delimitare l’inviolabilità
del "diritto di difesa" ai soli casi introdotti oggi nella
Costituzione; forse ci sarà anche chi, interrogandosi sulla ragione per
cui non si è colta l’occasione per costituzionalizzare il principio
del doppio grado di giudizio, arriverà a concludere che un
"processo giusto" non necessita più di un giudizio d’appello.
Noi che non siamo versati nella satira, né siamo costituzionalisti o
tecnici del diritto, pur rimanendo strenui difensori dei diritti
individuali, ci chiediamo se valeva la pena di rimaneggiare la
Costituzione per statuire princìpi che in tutti i paesi civili trovano
attuazione con leggi ordinarie: ci chiediamo anche come sia possibile
raggiungere in Parlamento maggioranze qualificate per modificare la
costituzione e non si possono raggiungere maggioranze semplici per
modificare le norme del codice di procedura penale.
Vorremmo che la risposta ai nostri più modesti interrogativi non fosse
da ricercare nella volontà dei due schieramenti di trovare una
soluzione di bassa bottega ai loro contingenti problemi: i fatti, però,
sembrano portarci a conclusioni diverse. La sinistra è sempre più
travagliata al proprio interno dall’eterogeneità e dalla
frammentazione delle forze politiche che la compongono, mentre si
avvicinano le elezioni regionali e, forse, quelle politiche anticipate.
La destra, incalzata da procedimenti giudiziari a carico del suo leader
e di alcuni degli uomini a lui più vicini, preme per una riforma della
giustizia che spunti le armi ad una magistratura ritenuta troppo vicina
alla sinistra. Così la sinistra cede alla destra sul tema della
giustizia; la destra cede a sua volta su di una riforma elettorale che,
con il rafforzamento del bipolarismo, non le procura comunque grandi
apprensioni, come hanno dimostrato le recenti elezioni amministrative
svoltesi all’insegna della norma, introdotta qualche giorno prima, che
imponeva la soglia del 3% ai partiti non ammucchiati nell’uno e nell’altro
schieramento. La diffidenza reciproca dei due schieramenti esigeva che
le reciproche concessioni non venissero suggellate solo da un
"patto della crostata", bensì consacrate attraverso la
riscrittura della Carta costituzionale. La sinistra è convinta di aver
concesso molto di più alla destra e che ciò le spianerà la strada sia
alla riforma federalista della costituzione, sia a quella elettorale
(entrambe utili per tagliare l’erba sotto i piedi alla Lega). Noi
crediamo che abbia fatto male i propri conti perché il prezzo dell’appoggio
della destra verrà ulteriormente alzato con la richiesta di modifica
dell’art.33 della Costituzione che vieta il finanziamento statale alla
scuola privata. Insomma, con le riforme della Costituzione ha ragione
Berlusconi a dire a D’Alema che è ormai "alla frutta",
mentre la destra è ancora all’antipasto. Dalla tavola imbandita del
bipolarismo viene esclusa soltanto quella civiltà giuridica che non
vorremmo vedere ulteriormente infangata dagli interessi di bottega del
regime bipolare.
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