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19.03.00
- La tradizionale ignoranza del giornalismo italiano in materia
internazionale, ancora una volta non può giustificare il totale
silenzio dei mass-media sul fatto che il vincitore delle
elezioni
presidenziali di Taiwan sia un liberale e non solo genericamente un
"indipendentista". Se fosse stato socialista o popolare non
avrebbero mancato di sottolinearlo, ma, si sa, questo sciagurato
bipolarismo impone di coprire con una cappa di silenzio tutto ciò che
riguarda in qualche modo i liberali.
Dunque, Chen Shui-bian è stato eletto presidente della repubblica di
Taiwan con il 39% dei voti e con una partecipazione al voto dell'83%
degli elettori. Ha battuto l'indipendente James Soong (37%) e il
candidato di quel partito Kuomintang (23%) che da cinquant'anni
governava in maniera autoritaria l'isola di Taiwan.
Figlio di umili contadini analfabeti, ha sempre studiato grazie a borse
di studio, laureandosi in legge nella prestigiosa National University.
Dopo un brillante inizio di carriera come legale dei maggiori armatori
dell'isola, si è dedicato interamente alla difesa dei diritti civili
degli umili e degli oppressi subendo egli stesso persecuzioni e otto
mesi di carcerazione; ha subito anche un tentativo di assassinio che ha
lasciato la moglie paralizzata. Da sei anni era sindaco di Taipei,
efficiente ed amato dalla gente. Non è, invece, amato dal regime di
Pechino che ha minacciato Taiwan di invasione militare se fosse stato
eletto quel liberale che da sempre rivendica l'indipendenza dell'isola
contro le storiche mire annessionistiche della Cina. Il DPP (Democratic
Progressive Party) è associato all'Internazionale Liberale dal
1994. Le prime imbarazzate reazioni di Pechino sembrano però
improntate a prudenza, così come quelle dello stesso neo-presidente che
ha invitato a Taiwan il leader cinese al fine di migliorare le relazioni
tra i due paesi.
Il
manifesto elettorale di Chen Shui-bian e del DPP.
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