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05.09.2000
- La cronaca ci informa che il sindaco leghista di Cassano Magnago,
paese natale di Umberto Bossi, ha cancellato dalla toponomastica
locale le vie dedicate a Palmiro Togliatti e Salvador Allende:
ogni epoca di sommovimento politico ha le proprie furie
iconoclastiche con i conseguenti passaggi dalla polvere agli
altari e viceversa. Ma quando gli altari di oggi sono quelli della
Lega, temiamo di vedervi salire il biblico vitello d'oro ed ancor
più temiamo che quel vitello si faccia bue (con tutto il rispetto
che da animalisti dobbiamo a quegli incolpevoli animali). A quel
sindaco vogliamo ricordare quanto fece la città di Pietrasanta
quando il popolo toscano abbattè la dinastia austro-lorenese e
scelse l'unità d'Italia.
Tra le splendide bulimiche sculture di Botero, quest'estate la
statua del granduca di Toscana Leopoldo II stentava a farsi notare
nell'incantevole piazza di Pietrasanta: sul lato del basamento
rivolto verso la piazza vi è il nome del granduca e sotto la data
1848. La statua fu posta dalla municipalità in segno di
gratitudine verso il sovrano per la concessione dello status di
"città". Sul retro, verso monte, la stessa
municipalità undici anni dopo pose un'altra iscrizione recante il
seguente ordine del giorno approvato dall'Assemblea Toscana: "L'Assemblea
Toscana dichiara che la dinastia Austro-Lorenese, la quale nel 27
aprile 1859 abbandonava la Toscana, senza ivi lasciar forma di
governo, e riparava nel campo nemico, si è resa assolutamente
incompatibile con l'ordine e la felicità della Toscana; dichiara
che non vi è modo alcuno per cui tale dinastia possa ristabilirsi
e conservarsi senza oltraggio alla dignità del Paese e senza
offesa ai sentimenti delle popolazioni, senza costante e
inevitabile pericolo di vedere turbata incessantemente la pace
pubblica, e senza danno d'Italia; dichiara conseguentemente non
potersi nè richiamare, nè ricevere la dinastia austro-lorenese a
regnare di nuovo sulla Toscana. ESEMPIO AI POPOLI ED AI
REGNANTI". Dalla parte opposta della piazza e a fianco
della sua porta d'accesso, Giordano Bruno pare sorridere
dall'effige che vi hanno collocato i "liberi pensatori"
di Pietrasanta. Non a caso sorride, lui che ha predicato che non
c'è contrapposizione, bensì soltanto gradazione e distinzione
tra il principio che governa le virtù civili e quello che
presiede all' eccesso dell'animo e della mente del furioso,
che per le virtù civili vale la regola della medietà mentre per
l'amore intellettuale non c'è misura alla quale esso debba
limitarsi.
Altri tempi, altri uomini, altre culture e sensibilità civiche.
Se c'è quella distinzione e gradazione tra virtù civiche e
l'eccesso del furioso, allora il furioso non è un nemico da
abbattere e distruggere ma un essere umano da educare e riportare
alla ragione, da spostare verso le virtù civiche lungo quella
linea che unisce e nello stesso tempo tiene lontane le une
dall'altro. Sappiamo come è andata a finire: Giordano Bruno è
stato messo al rogo dalla Chiesa di Roma. Il suo insegnamento,
sopravvissuto nei liberali della Pietrasanta risorgimentale, deve continuare a sopravvivere nonostante i roghi che
periodicamente gli apprestano gli odierni chierici dell'illibertà,
dell'intolleranza, dell'ignoranza eletta a maestra di vita.
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