la montagna e il topolino

18.01.2000 - La settimana si è chiusa con il congresso nazionale dei DS al lingotto di Torino, in una cornice organizzativa, coreografica e mediatica da 3500 milioni di lire. Molto meno ne bastano, per superare l'inverno, ai seimila barboni romani e ancor meno ne bastavano ai sette di loro che sono morti assiderati nelle prime due settimane del 2000. Ovviamente, non si vuole qui indulgere a facile demagogia, bensì sottolineare la sproporzione e perchè no ? - l'incoerenza dello slogan congressuale "I care" e delle premesse della relazione di Veltroni con le modeste proposte politiche da lui avanzate. Lo slogan è bello, suggestivo, capace di andare dritto al cuore di una base che di cuore ne ha davvero, che non accetterebbe mai che qualcuno le si rivolga con l'appellativo di "popolo delle partite IVA" come ha fatto un Berlusconi in cerca di alleanze con Bossi. Una base, però, dai numeri sempre più ridotti, smarrita e confusa dopo il crollo della convinzione marxiana di quella terza fase del "comunismo" in cui i valori della pace, della libertà, della giustizia possono convivere in un'armonia assoluta, salvifica, se non proprio celestiale. Per scaldare il cuore del suo popolo, Veltroni ce l'ha messa proprio tutta, anche troppa: ma l'impressione è che il calore del suo fiato non possa essere paragonato al calore, nel caminetto, dei rami più grossi della quercia. Una relazione di 45 cartelle: 20 dedicate ai grandi problemi del mondo; 7 ai successi del governo; 6 di polemica con Berlusconi sulla giustizia; 3 dedicate alla difesa del bipolarismo; 9 all'interpretazione del ruolo DS dentro l'alleanza dell'Ulivo. Il popolo DS non poteva non essere sensibile all'evocazione dei problemi irrisolti della globalizzazione, del miliardo e trecento milioni di abitanti della terra che vivono nella povertà più assoluta e di tanti altri che muoiono di fame, delle migliaia di esecuzioni capitali inflitte ogni anno in 72 paesi della terra, della violazione dei diritti umani in gran parte del mondo e delle vittime di conflitti locali in terre non sempre sperdute, della necessità di salvaguardare l'ecosistema mondiale. Una sensibilità che appartiene, del resto, a chiunque si sente parte di una società civile ed alimenta se stesso e la propria dignità di quei valori positivi che fanno grande l'uomo. Dal segretario di un partito politico che esprime il presidente del consiglio e un terzo dei ministri della repubblica, il suo popolo e tutti noi, che non siamo il suo popolo, ci saremmo attesi l'indicazione di proposte concrete, di iniziative da tradurre in atti di governo: non ci sono state. O, almeno, non ci sono state in misura proporzionata all'enfasi posta su quei problemi. Certo c'è stata la rivendicazione del ruolo dell'Italia nella guerra del Kosovo, o il contributo dato ai trattati europei e all'elezione di Prodi alla presidenza della Commissione UE. Può, dunque, bastare l'enfasi sugli immani problemi dell'umanità per definire l'identità dei DS ? Può bastare, a definire quell'identità, il richiamo al liberalismo democratico, ai movimenti delle donne, ai movimenti ambientalisti, al cristianesimo politico ? o non è il tentativo di cucirsi addosso l'abito di arlecchino in sostituzione di panni logori e sbiaditi ? Come si può definire un'identità mettendo insieme Weber e Marx, Don Milani e Wolfensohn (presidente della Banca Mondiale), Lumumba e Wojtyla, Togliatti e Jan Palach, Carlo Rosselli e Gramsci, etcc... ? L'impressione che se ne ricava non è quella di un'identità, bensì di una confusione incredibile di idee, uomini, ruoli e storia. D'altra parte il popolo DS lo ha ben capito e va assottigliandosi di anno in anno; ancora di più lo hanno capito gli elettori che tributano ai DS un magro 17% di voti e non quel plebiscito che ci si aspetterebbe da una identità con tante radici.
Detto tutto ciò, alla parte programmatica Veltroni ha dedicato sei paginette, rivendicando privatizzazioni, riduzione del deficit, boom della borsa; proponendo maggiore liberalizzazione dei mercati, riduzione della burocrazia statale per le imprese, un maggiore impegno per l'istruzione, un welfare fondato sulla concertazione, la sicurezza sul lavoro, la destinazione dei risparmi sulle pensioni alle politiche dei diritti e delle opportunità, il superamento del duopolio televisivo. Che in economia alcuni risultati positivi siano stati conseguiti in questi ultimi anni, è indubbio. Ma l'Italia è in Europa, e il confronto deve essere fatto con gli altri paesi europei: gli altri paesi europei hanno fatto di gran lunga meglio di noi, in questi ultimi anni. E', dunque, un problema strutturale del sistema Italia: un problema che può trovare soluzione solo attraverso misure che recidano alla radice tutte quelle differenze che fanno dell'Italia un paese anomalo rispetto agli altri paesi europei. La Corte dei Conti denuncia sprechi annuali di denaro pubblico per 15.000 miliardi; il sistema produttivo cresce di circa la metà rispetto al resto d'Europa e perde competitività; le privatizzazioni non sono che riassetto di poteri tra grandi gruppi imprenditoriali e lasciano i risparmiatori ai margini degli assetti societari; l'accesso a Internet ed il commercio elettronico ci vedono agli ultimi posti della classifica dei paesi occidentali; il sistema scolastico e universitario degrada in funzione di un più facile accesso al "pezzo di carta" anzichè privilegiare istruzione e formazione; siamo il paese con il più elevato rapporto di uomini delle forze dell'ordine rispetto agli abitanti, ma l'efficienza nella prevenzione dei crimini più diffusi è ancora di là da venire; il risparmio di denaro dal sistema previdenziale, resterà una pia illusione per molti anni ancora, se il governo e i DS non avranno il coraggio di affrontare le resistenze conservatrici dei sindacati; il disagio giovanile ha raggiunto punte intollerabili per una società civile e quello degli anziani non trova alcun giovamento dal pur modesto miglioramento dei conti economici del paese; il sistema sanitario nazionale punta al riequilibrio dei conti attraverso il taglio delle prestazioni (le polemiche sui costi del parto esagemellare non si sono ancora sopite) anzichè attraverso il recupero di efficienza. Per concludere ed anche prescindendo dalle confusione circa le radici culturali rivendicate, si vuole qui sottolineare come la montagna abbia partorito un magro ed esangue topolino programmatico, nel quale sarà difficile che il popolo della sinistra possa ritrovare un qualche appagamento alle istanze che provengono dal proprio cuore.