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16.03.2001
- Il caso è noto: mercoledì scorso il conduttore Luttazzi invita
il giornalista Travaglio alla trasmissione Satyricon in onda su
RAI2; per circa un quarto d'ora l'ospite legge, da un libretto
scritto insieme all'ex dipietrista Elio Veltri, frasi tratte da
deposizioni rese da vari testimoni nel corso di processi per
mafia. Ovviamente le citazioni sono tutte accuratamente
selezionate per presentare un quadro in cui Berlusconi, le sue
aziende e i suoi più stretti collaboratori si sarebbero
arricchiti con i soldi della mafia, avrebbero colluso con questa
in una serie di reati di gravità inaudita quali gli omicidi di
Falcone e Borsellino, le bombe di Firenze e Milano del 1993,
l'attentato a Maurizio Costanzo. Mentre il giornalista recitava la
sua parte di giustiziere di Berlusconi, il conduttore Luttazzi
sottolineava compiaciuto con mezzi sorrisi ed il pubblico
applaudiva. Anche chi, come noi liberali, pensa tutto il male
possibile del politico Berlusconi, non ha potuto trattenere un
sussulto di indignazione e di disgusto per un linciaggio che la
televisione pubblica metteva in onda in danno di un candidato ed
in piena campagna elettorale. In uno stato di diritto certe cose
non devono formare oggetto di campagna elettorale e di dibattito
politico, ma se mai dell'attività dei giudici e delle loro
sentenze. In un paese civile, poi, nessuno dovrebbe scordare di
prendere con il beneficio del dubbio rivelazioni e testimonianze
rese da personaggi discutibili in procedimenti giudiziari
altrettanto discutibili per l'evidente interesse proprio dei
cosiddetti "pentiti", così come nessuno dovrebbe
scordare che il dovere di una cronaca imparziale dovrebbe
suggerire di riportare anche le difese che in quei processi hanno
smentito deposizioni di contenuto infame. E ciò fintanto che non
ci si trovi di fronte a sentenze definitive e non più
impugnabili. In un paese civile, infine, chi esercita la
professione di giornalista dovrebbe conoscere, oltre che
conformarvisi, l'art.27 della Carta Costituzionale che recita: "L'imputato
non può essere considerato colpevole sino alla condanna
definitiva". Tutto ciò deve valere come norma di
comportamento in ogni tempo, ma deve diventare ancora più
rigoroso in tempi di campagna elettorale, quando, oltre al decoro
e alla dignità di una persona, è in gioco la libertà e il
diritto di ogni cittadino a "concorrere con metodo
democratico a determinare la politica nazionale" (art.49
Cost.) o "accedere alle cariche elettive in condizioni di
uguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge"
(art.51 Cost.). Di
fronte all'accusa di strumentalizzazione elettorale, la sinistra
ed i suoi massimi esponenti si difendono e difendono Luttazzi
richiamando la libertà d'espressione, il diritto d'informazione e
financo il "diritto di satira". Ma, a parte il nome
della trasmissione, nell'intervista di cui si parla la
"satira" c'entra come i cavoli a merenda: segno che
l'imbarbarimento della società italiana ha fatto dimenticare
persino la nozione di satira che pure è una delle espressioni
della più nobile tradizione artistica e letteraria dell'Italia.
Così, mentre la sinistra invoca la libertà e il diritto alla
satira, mostra di scordare dolosamente un altro fatto clamoroso e
recente di gravissimo attentato a quel diritto e a quella
libertà. Nel dicembre del 1999 proprio l'allora Presidente del
Consiglio D'Alema querelò Forattini e il direttore del giornale
per aver pubblicato su "La Repubblica" una vignetta in
cui qualcuno chiedeva a D'Alema il "Dossier Mitrokin"
e questi seduto ad una scrivania rispondeva (vado a memoria)
"un attimo, sto sbianchettando gli ultimi nomi". Alla
querela D'Alema accompagnò una richiesta di tre miliardi quale
risarcimento del danno. Dove erano a quel tempo tutte le vestali -
di sinistra - del diritto e della libertà di satira ?
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