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02.04.2001
- " Il Parlamento ? Non ci sono più gli eletti, adesso ci
sono gli inviati nei collegi sicuri. Al popolo, non più sovrano,
si chiede solo di ratificare". Non sappiamo se il vecchio
autorevole Emilio Colombo, che ha vissuto da protagonista la
storia parlamentare italiana fin dall'Assemblea Costituente del
1946, ci avrebbe regalato questa nitida ed efficace fotografia del
costume politico odierno se fosse stato ricandidato dal PPI: una
fotografia inquietante dello scadimento dei partiti e della vita
democratica italiana in questo avvio del terzo millennio. Una
fotografia che ritrae il PPI e lo schieramento di sinistra, ma che
è anche un ritratto di famiglia dal quale non resta fuori neppure
la destra. Per un padre rimpianto, ma defunto, ecco candidato
"jure ereditatis" il figlio Bobo; per un Mannino, padre
impresentabile, per le troppe vicissitudini giudiziarie, ecco un
Buttiglione che impone alla destra di candidare il di lui figlio
Mannino Jr. Ma sarebbe ingiusto prendersela solo con i figli di
Craxi e di Mannino, in fondo l'elenco delle candidature pullula di
figli, figlie e nipoti eccellenti, a volte anche di mogli e di
fratelli: spesso armati di falce e martello, ma a volte anche del
solo piccone. Tutti strumenti da usare contro la dignità ed il
rispetto che si devono agli elettori. Vi sono anche ex leaders
che, rinnegati dal loro ex partito, si conquistano la candidatura
per un altro e lungi da noi il sospetto che ciò avvenga per
meriti di talamo. Mentre il leader della sinistra, privo di un suo
partito, riesce ad ottenere la candidatura di una decina di
personaggi nobili, il leader della destra ostenta la propria
certezza di vincere candidando "motu proprio" i suoi
avvocati e i suoi sodali per meriti acquisiti sul campo nelle
battaglie contro i giudici e la Giustizia. Ha ragione Emilio
Colombo nel biasimare come il momento centrale di ogni democrazia,
quello delle elezioni in cui il popolo sovrano è chiamato a
giudicare chi lo ha governato e a scegliere chi lo governerà,
viene declassato a mera verifica della bontà di sondaggi che
avrebbero già deciso chi vincerà e chi perderà, quali collegi
possono sopportare anche la candidatura di un cavallo (Caligola
docet) e quali, invece, debbano essere macello per mucche pazze.
L'Italia non ha bisogno tanto di radicali riforme elettorali,
quanto di alcuni correttivi che sottraggano ai kapataz dei partiti
e degli schieramenti il potere di scegliersi vassalli, vavassini e
vavassori e dare loro investiture. Basterebbe definire con legge
chi ha titolo a definirsi partito e le procedure per la
designazione dei candidati; basterebbe stabilire che le
candidature nei collegi uninominali devono essere espressione del
territorio e della popolazione che su di esso vive e lavora. Se,
poi, anche i cittadini elettori cominciassero a comprendere che
non sono sudditi ma protagonisti attivi della nostra democrazia,
allora sarebbe difficile per tutti considerare "sicuro"
un qualsiasi collegio elettorale ed i ronzini tornerebbero nelle
scuderie dalle quali sono venuti.
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