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L’esposizione
della bandiera del papa-re che aveva sventolato a Porta Pia nel 1870 e
il solenne omaggio tributatogli lo scorso 2 settembre nella chiesa di
San Lorenzo in Lucina a Roma appartengono probabilmente al folclore dei
riti ricorrenti dell’aristocrazia nera della capitale, alle
provocazioni eccentriche degli ultimi Colonna, Borghese, Torlonia. Ma
diversi segnali, in queste settimane, offrono all’evento un contesto
che lo sottrae alla semplice curiosità della cronaca minuta.
Innanzitutto,
sorprende il linguaggio alla moda del principe Sforza Ruspoli che invoca
l’abusatissima formula della "caduta delle ideologie" per
legittimare la radicale revisione della figura di Pio IX, sconfitto
dalle contingenze della storia, ma attualissimo profeta dei pericoli
della modernità. Sarebbero gli stessi, in fondo, contro i quali oggi
mette in guardia le coscienze (e i partiti, e le istituzioni dello stato
italiano) Giovanni Paolo II. Vengono alla mente altri inquietanti
revisionismi recenti.
Sullo
sfondo, naturalmente, vi è la beatificazione di Pio IX che ha sollevato
aperti dissensi all’interno dello stesso mondo cattolico, dalle
comunità di base allo storico Pietro Scoppola, ai grandi teologi
Schillebeeckx, Metz e Küng, al gesuita e storico Giacomo Martina.
Anche
in ambito cattolico, sembrava da tempo acquisita la conclusione che, col
senno di poi, la perdita del potere temporale fosse stata una grande
liberazione per la Chiesa stessa e per la credibilità del suo
magistero. Inoltre, le cannonate dei bersaglieri nel 1870 non erano
certamente negli auspici degli eredi di Cavour, che fino all’ultimo
avevano riproposto l’unica (laica e monarchica, individuata dal
Cavour) via d’uscita ragionevole e reciprocamente vantaggiosa:
"Libera Chiesa in libero Stato". Paradossalmente, le
contingenze della storia nazionale hanno fatto sì che il laicismo sia
stato garantito maggiormente dalla monarchia, piuttosto che dalla
repubblica.
D’altra
parte, negli anni precedenti, Pio IX aveva cancellato rapidamente e
definitivamente l’immagine di "papa liberale" con cui era
stato salutato nel 1846-47. Dopo la caduta della Repubblica Romana,
aveva ripristinato la pena di morte, comminato carcere ed esilio a chi
voleva concludere il Risorgimento. Nel 1864, con il "Sillabo degli
errori principali del nostro tempo", aveva sancito la chiusura
totale della Chiesa nei confronti del mondo moderno, condannando la
libertà di pensiero, di fede e di ricerca scientifica; il socialismo e
il liberalismo; il progresso; la separazione tra Stato e Chiesa; il
divorzio ecc. Questo cupo arroccamento tradizionalista, rafforzato dalla
proclamazione del dogma dell’infallibilità nel Concilio Vaticano I
del 1870, aveva sconfessato le forze migliori del cattolicesimo in un
momento storico cruciale non solo per l’Italia, compromettendone a
lungo la possibilità di una partecipazione efficace e autorevole alle
grandi trasformazioni di fine secolo. Per non parlare del Non expedit,
che da un lato nega legittimità alle istituzioni e alla classe politica
(in gran parte cattolica!) del nuovo Stato unitario e, dall’altro,
mette in quarantena sino alla fine della prima guerra mondiale le
prospettive di un possibile soggetto politico cattolico nel nostro
Paese.
La
revisione della figura di Pio IX avviene contemporaneamente allo
sviluppo di un più vasto revisionismo che, con provenienze diverse e in
modi spesso confusi, tende a distruggere il nostro Risorgimento. Così,
le mitologie padane della Lega si scoprono in sorprendente sinergia, sul
piano di un revisionismo storico improvvisato oltre che su quello delle
alleanze elettorali contingenti, con le spinte dell’integralismo
cattolico. Al Meeting di Rimini, si riscopre la figura del brigante
meridionale per giocarla contro la pretesa "sacralità" del
mito risorgimentale. In realtà, con ben maggiore attendibilità
storiografica, le luci e le ombre dell’unificazione e della
costruzione dello Stato nazionale sono state già ampiamente evidenziate
da più generazioni di studiosi e da tempo anche nelle nostre scuole ci
si è liberati dalla retorica agiografica che oggi si vorrebbe indicare
come mito da sfatare; in particolare, sulle componenti sociali del
brigantaggio si è soffermata a lungo proprio la storiografia di
sinistra e laica (ovviamente senza nostalgie papaline se non addirittura
sanfediste), quindi della parte politica contro cui si rivolgono i
recenti revisionismi.
Quello
che più colpisce nelle attuali polemiche, è la debolezza della voce
dei laici e delle istituzioni, specie sul recente interventismo della
Chiesa che, dalle discussioni parlamentari sulle biotecnologie al Gay
Pride, moltiplica le invasioni di campo come mai in passato. La fine
della Democrazia Cristiana sembra aver liberato il Vaticano da un’istanza
unica e stabile di mediazione politica, mentre la nascita di Forza
Italia contrabbanda agli italiani un preteso liberalismo-laicismo di
massa inesistente.
Michele D’Elia
Presidente dell’Associazione
dei liberali - Milano
Membro della Giunta nazionale della Federazione dei liberali
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