20 settembre: revisionismo anche su Porta Pia?

L’esposizione della bandiera del papa-re che aveva sventolato a Porta Pia nel 1870 e il solenne omaggio tributatogli lo scorso 2 settembre nella chiesa di San Lorenzo in Lucina a Roma appartengono probabilmente al folclore dei riti ricorrenti dell’aristocrazia nera della capitale, alle provocazioni eccentriche degli ultimi Colonna, Borghese, Torlonia. Ma diversi segnali, in queste settimane, offrono all’evento un contesto che lo sottrae alla semplice curiosità della cronaca minuta.

Innanzitutto, sorprende il linguaggio alla moda del principe Sforza Ruspoli che invoca l’abusatissima formula della "caduta delle ideologie" per legittimare la radicale revisione della figura di Pio IX, sconfitto dalle contingenze della storia, ma attualissimo profeta dei pericoli della modernità. Sarebbero gli stessi, in fondo, contro i quali oggi mette in guardia le coscienze (e i partiti, e le istituzioni dello stato italiano) Giovanni Paolo II. Vengono alla mente altri inquietanti revisionismi recenti.

Sullo sfondo, naturalmente, vi è la beatificazione di Pio IX che ha sollevato aperti dissensi all’interno dello stesso mondo cattolico, dalle comunità di base allo storico Pietro Scoppola, ai grandi teologi Schillebeeckx, Metz e Küng, al gesuita e storico Giacomo Martina.

Anche in ambito cattolico, sembrava da tempo acquisita la conclusione che, col senno di poi, la perdita del potere temporale fosse stata una grande liberazione per la Chiesa stessa e per la credibilità del suo magistero. Inoltre, le cannonate dei bersaglieri nel 1870 non erano certamente negli auspici degli eredi di Cavour, che fino all’ultimo avevano riproposto l’unica (laica e monarchica, individuata dal Cavour) via d’uscita ragionevole e reciprocamente vantaggiosa: "Libera Chiesa in libero Stato". Paradossalmente, le contingenze della storia nazionale hanno fatto sì che il laicismo sia stato garantito maggiormente dalla monarchia, piuttosto che dalla repubblica.

D’altra parte, negli anni precedenti, Pio IX aveva cancellato rapidamente e definitivamente l’immagine di "papa liberale" con cui era stato salutato nel 1846-47. Dopo la caduta della Repubblica Romana, aveva ripristinato la pena di morte, comminato carcere ed esilio a chi voleva concludere il Risorgimento. Nel 1864, con il "Sillabo degli errori principali del nostro tempo", aveva sancito la chiusura totale della Chiesa nei confronti del mondo moderno, condannando la libertà di pensiero, di fede e di ricerca scientifica; il socialismo e il liberalismo; il progresso; la separazione tra Stato e Chiesa; il divorzio ecc. Questo cupo arroccamento tradizionalista, rafforzato dalla proclamazione del dogma dell’infallibilità nel Concilio Vaticano I del 1870, aveva sconfessato le forze migliori del cattolicesimo in un momento storico cruciale non solo per l’Italia, compromettendone a lungo la possibilità di una partecipazione efficace e autorevole alle grandi trasformazioni di fine secolo. Per non parlare del Non expedit, che da un lato nega legittimità alle istituzioni e alla classe politica (in gran parte cattolica!) del nuovo Stato unitario e, dall’altro, mette in quarantena sino alla fine della prima guerra mondiale le prospettive di un possibile soggetto politico cattolico nel nostro Paese.

La revisione della figura di Pio IX avviene contemporaneamente allo sviluppo di un più vasto revisionismo che, con provenienze diverse e in modi spesso confusi, tende a distruggere il nostro Risorgimento. Così, le mitologie padane della Lega si scoprono in sorprendente sinergia, sul piano di un revisionismo storico improvvisato oltre che su quello delle alleanze elettorali contingenti, con le spinte dell’integralismo cattolico. Al Meeting di Rimini, si riscopre la figura del brigante meridionale per giocarla contro la pretesa "sacralità" del mito risorgimentale. In realtà, con ben maggiore attendibilità storiografica, le luci e le ombre dell’unificazione e della costruzione dello Stato nazionale sono state già ampiamente evidenziate da più generazioni di studiosi e da tempo anche nelle nostre scuole ci si è liberati dalla retorica agiografica che oggi si vorrebbe indicare come mito da sfatare; in particolare, sulle componenti sociali del brigantaggio si è soffermata a lungo proprio la storiografia di sinistra e laica (ovviamente senza nostalgie papaline se non addirittura sanfediste), quindi della parte politica contro cui si rivolgono i recenti revisionismi.

Quello che più colpisce nelle attuali polemiche, è la debolezza della voce dei laici e delle istituzioni, specie sul recente interventismo della Chiesa che, dalle discussioni parlamentari sulle biotecnologie al Gay Pride, moltiplica le invasioni di campo come mai in passato. La fine della Democrazia Cristiana sembra aver liberato il Vaticano da un’istanza unica e stabile di mediazione politica, mentre la nascita di Forza Italia contrabbanda agli italiani un preteso liberalismo-laicismo di massa inesistente.

                                                   Michele D’Elia
                                
Presidente dell’Associazione dei liberali - Milano
                                  Membro della Giunta nazionale della Federazione dei liberali