Le speranze d'Italia dal 1848 al 1859

Arturo Carlo Jemolo
(estratto dal libro "Chiesa e Stato in Italia dalla unificazione a Giovanni XXIII - Ed. Einaudi, 1966)

Le speranze d’Italia: meglio, la speranza che l’Italia cessasse di essere un’espressione geografica per divenire una unità politica (non importa se in forma federativa o scomparendo del tutto gli attuali Stati) si affermò nel quinto decennio del secolo, fissandosi nel mito neoguelfo: la federazione presieduta dal papa.

Tale mito svanì tra il 29 aprile ’48, quando Pio IX (in cui la coscienza dei doveri di pastore universale era vivissima) dichiarò che mai sarebbe entrato in guerra contro uno Stato cattolico, l’Austria, per ragioni di nazionalità, ed il ’49, allorchè Pio IX, sconvolto dalla rivolta romana, che l’aveva costretto alla fuga a Gaeta, prese decisa posizione contro il sopravvivere delle costituzioni concesse l’anno primo, contro ogni istituzione che fosse nata dal liberalismo.

Nel 1849 sono sepolte le costituzioni austriaca, napoletana, romana, toscana; e gli scrittori cattolici più ortodossi, più accetti a Roma, i prelati che più sono prossimi al papa, non tanto giustificano quanto lodano e benedicono i sovrani che hanno revocato le costituzioni e sono tornati ai regimi assoluti; e questi sovrani alla loro volta fanno getto di ogni principio regalista che ancora fosse nelle strutture dei loro Stati, abbondano nel riconoscere i diritti della Chiesa: il concordato austriaco del 1855 seppellisce ogni ultima vestigia di Giuseppe II, la convenzione toscana del 1851 ogni residuo delle leggi di Pietro Leopoldo.

Si forma allora uno schema che rimarrà a lungo, e tormenterà le generazioni che seguiranno fino alla prima guerra mondiale: il cattolico ortodosso, quegli che obbedisce sempre al papa, che non concepisce la ribellione, appare come il cattivo italiano, contrario all’unità nazionale; il "patriota" è anticlericale (ed il passo al disconoscimento di ogni valore religioso, se non alla irrisione di qualsiasi fede religiosa è breve). Non solo: ma unità nazionale non si può concepire che come struttura liberale, mentre il papa ed il re di Napoli, il granduca di Toscana, i duchi di Parma e Modena, sono consci che i loro Stati non sopravviverebbero se dovesse cadere la monarchia assoluta..

Nel Piemonte , l’idea dell’Italia unita non si è spenta.

La figura di Vittorio Emanuele II, gli impulsi che lo mossero, restano non del tutto chiari. E’ però certo che egli non desidera e non tenta una soppressione degli ordini costituzionali (se pure nel ’48, duca di Savoia, avesse avuto qualche parola ostile all’avanzata di uomini nuovi, degli avôcatass, dei borghesi legulei che venivano a costituire il grosso della nuova classe politica). Può larvatamente minacciare quella soppressione nel proclama di Moncalieri, per il caso che ancora una volta gli elettori mandino alla Camera dei deputati che non diano il loro suffragio alla pace con l’Austria, necessaria, chè il Piemonte non ha alcuna possibilità di riprendere la guerra .

Ma in effetto, anche se più volte gli atteggiamenti del Parlamento gli dispiacciono - così proprio in tema di rapporti con la Chiesa – cerca di contrastarli con manovre che non rispondono al modello del re costituzionale, ma non pensa mai ad un colpo di Stato che ridia al sovrano la pienezza dei poteri.

E quasi immediatamente dopo l’ascensione al trono affida il governo a Massimo d’Azeglio, uomo la cui fedeltà ai principî liberali è fuori contestazione, cui succede nel 1852 Camillo di Cavour. D’ora in avanti il potere resterà ininterrottamente di questi tenaci e costanti assertori dell’idea unitaria e della monarchia costituzionale, anzi parlamentare.

Gioberti nel Rinnovamento constata come la fede dei liberali italiani nella monarchia sabauda dovesse venire rinsaldata dal vedere il Piemonte comportarsi in materia ecclesiastica in antitesi a quello che era il comportamento dei principi italiani che avevano ritirato le concesse costituzioni. E sta altresì che la diffidenza di Pio IX verso ogni regime liberale non poteva non portarlo – se pure nutrisse per re Vittorio una benevolenza indulgente – ad usare maggiore intransigenza verso il solo Stato costituzionale che aveva conservato un parlamento, dove non di rado risuonavano voci ostili ai diritti della Chiesa.

Si ebbero quindi in Piemonte le leggi del 1850 (le cosiddette leggi Siccardi, dal guardasigilli che le propose e le difese), sull’abolizione delle penalità per la inosservanza delle feste religiose, sulla necessità di autorizzazione governativa per gli acquisti degli enti ecclesiastici, e, più importante, quella del 9 aprile, che soppresse il privilegio del foro ecclesiastico per gli ecclesiastici imputati penalmente. Importante anche perché, nella discussione parlamentare, si affermò il principio che lo Stato bene può derogare ai Concordati, stipulati, come ogni trattato internazionale, con la condizione tacita rebus sic stantibus, allorchè mutino le basi politiche della sua struttura; ed altresì che l’art.1 dello Statuto non vincolasse il Piemonte ad astenersi da provvedimenti condannati dalla Chiesa.

Seguirono condanne della Santa Sede, reazioni del clero, ancor più gravi controreazioni dello Stato: culminanti con l’allontanamento manu militari dalla sua sede dell’arcivescovo di Torino, monsignor Luigi Franzoni, che fino alla morte continuò a governare la diocesi da Lione.

Nel 1855 si ebbe poi la legge del 29 maggio che soppresse le congregazioni religiose che non attendessero alla predicazione, all’assistenza degli infermi, od alla istruzione, nonché minori enti ecclesiastici, devolvendone i beni ad un nuovo ente di creazione governativa, la Cassa ecclesiastica, che con tali mezzi ed un contributo annuo sugli enti più ricchi avrebbe provveduto ad assicurare un minimo sostentamento ai parroci poveri, che per l’innanzi lo ricevessero dal bilancio dello Stato.

Invece non passò – per una reiezione del Senato, abilmente manovrata dal re – la proposta di legge per l’introduzione del matrimonio civile.

Il Piemonte giungeva così al fatidico anno 1859, solo Stato d’Italia che avesse conservato il regime costituzionale, la fede nell’unificazione nazionale, ma altresì che avesse avuto una politica ecclesiastica che in più punti era stata condannata dal papa. In questa politica ecclesiastica sui vecchi spunti regalisti intorno ai diritti dello Stato, al compito del sovrano di regolare certe materie, di essere anche ispettore dell’andamento degli istituti ecclesiastici, si erano inseriti i principî dello Stato moderno, che in nessun ambito riconosce potestà superiori a sé; che può e deve autolimitarsi per rispetto della libertà dei cittadini, ma non può trovare limiti legali al proprio potere; che non è legato ad alcuna confessione religiosa, ha un proprio codice etico (che per gli Stati formatisi in una civiltà cristiana collima nella più gran parte con i precetti dell’etica cristiana), ma considera buon cittadino chi ad esso si adegua, disinteressandosi sull’avere egli o meno una fede religiosa.