Il
liberalismo nelle sue molteplici correnti (tra cui l’elemento comune
è solo la formazione dello Stato nazionale nella forma accettata dal
popolo, e sempre su una base parlamentare) non ebbe dopo Gioberti un
grande teorizzatore italiano: neppure uno scrittore che avesse la fama
di P.S. Mancini nella sua apologia dello Stato fondato sul principio di
nazionalità. I suoi uomini eminenti furono piuttosto degli apostoli
dell’idea, dei missionari o dei realizzatori. E per quanto tocca la
religione e la Chiesa, accolse ad un tempo dei credenti, desiderosi di
una conciliazione, e degli oppositori. I due uomini più popolari della
rivoluzione, Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini, sono entrambi decisi
avversari della Chiesa. Il primo quando parla o scrive si abbandona ad
un anticlericalismo volgare: ma ha intuito politico e nell’impresa del
1860, la prodigiosa conquista della Sicilia e del Mezzogiorno, non
offenderà il senso religiosi delle popolazioni, andrà ad inchinarsi in
chiese e santuari, a Napoli assisterà anche al miracolo di S.Gennaro. (omissis)
Mazzini
peraltro, con fede nel Dio personale, ma certo non cattolico e forse
neppure cristiano, come tutti i mistici, come tutti coloro che operano
sulle forze del sentimento, come moltissimi tra i rivoluzionari, non ha
sensibilità per le forme giuridiche; non avrebbe mai elaborato sistemi
di relazioni tra Chiesa e Stato né dettato una legislazione
ecclesiastica.
Il
Risorgimento italiano ebbe quegli cui Paléologue dedicò un volume dal
sottotitolo Un grand réaliste, e che fu il vero artefice della
unificazione nazionale: Camillo di Cavour. E questi, formatosi prima del
’48 in larghi contatti con Ginevra, con l’Inghilterra, con la
Francia di Luigi Filippo, aveva il culto della libertà (tra cui egli
dava posto non indifferente al liberalismo economico), tutte solidali
tra loro, sì che una non può essere ferita senza che le altre ne
soffrano.
Non
sappiamo gran che della religione di Cavour: poco più che diciottenne,
una crisi lo aveva portato ad un crudo razionalismo: tornò poi alla
fede avita ? Moltissime volte si proclamò cattolico, ed è noto che si
preoccupò di avere in punto di morte i conforti religiosi: ma è dubbio
se il suo cattolicismo, oltre all’adesione al corpo della Chiesa
istituzione organizzata, con un’alta missione civilizzatrice, ed oltre
la fede in un Dio personale, abbracciasse quella nei dogmi, nei
sacramenti; dubbio se la sua preoccupazione di non morire come un
reprobo non fosse ancora preoccupazione di un uomo di Stato, che non
voleva che la sua morte confermasse agli occhi dei più l’impossibilità
di restare nella Chiesa disobbedendo al papa sul terreno politico.
Certo
la sincera fede di Cavour nella libertà generò quel suo programma di
rapporti tra Stato e Chiesa sintetizzato nella formula "libera
Chiesa in libero Stato".
Il
pastore protestante Alessandro Vinet aveva pubblicato nel 1842 l’ Essai
sur la manifestation des convinctions religieuses e sur la séparation
de l’Eglise et de l’Etat: fondato sul concetto che la religione
è atto di spontaneità, sicchè è inammissibile una religione di
Stato.
Da
questa fonte – se pure altri abbia sostenuto: da quella del cattolico
liberale francese Montalembert - e da quella calda fede nella libertà,
l’idea di Cavour, che lo Stato debba rinunciare ad ogni forma di
controllo della Chiesa di espandersi, di conquistare delle anime, di
portare un numero sempre crescente di persone a vivere spontaneamente
secondo la sua disciplina. Peraltro neppure la grande maggioranza dei
credenti potrà mai imporsi alla minoranza, conturbare questa; così
come una maggioranza d’increduli non potrebbe mai trasformare lo Stato
in strumento di propaganda ateistica o fare una posizione comunque
deteriore ai credenti.
Questa
l’essenza del pensiero di Cavour, che resiste in effetto sempre con
pari vigore a clericali e a giacobini, a tentativi d’intromissione
ecclesiastica nella vita dello Stato come a misure persecutorie dei
cattolici e del clero.
Cavour,
tutto preso dalla vita politica, non scrisse libri. Chi voglia
addentrarsi oltre nella essenza della dottrina separatista che ispirava
la sua azione, deve consultare il libro di un suo fedelissimo, Pier
Carlo Boggio, La Chiesa e lo Stato in Piemonte (1854-55): dove si
assume come punto di partenza che lo Stato non ha giurisdizione che
sugli atti esterni dell’uomo in rapporto alla sicurezza ed al
benessere della società, e la Chiesa non ha giurisdizione che sulle
coscienze ed in rapporto alla salute individuale dell’anima di
ciascuno, onde la società politica e quella religiosa debbono
coesistere parallele ed indipendenti ciascuna nella sua sfera. E si
legge altresì: " Lo spirito religioso vuole rendere perfetto l’individuo.
Questo principio, trasportato nell’ordine politico, dà luogo ad una
serie di provvedimenti tanto più vessatori ed oppressivi quanto è
maggiore in chi li sancisce la persuasione di agire nell’interesse di
coloro contro i quali son diretti … non v’ha tiranno più
inflessibile e pertinace di colui che si crede avere da Dio il mandato
di governarvi al fine di procurarvi il bene eterno … non libertà di
pensiero, non coltura di studi, non progressi d’industria, non
prosperità di commerci, ma prostrazione, ignoranza, povertà,
fiacchezza, tali sono i frutti ordinari dei governi ieratici".
Possono
anche leggersi le dodici lettere Della libertà religiosa (1855),
di Marco Minghetti, che aveva seduto per Bologna nella consulta di Pio
IX ed era stato ministro costituzionale del papa nel 1848, e fu poi
collaboratore intimo di Cavour nelle trattative con Roma degli ultimi
mesi di vita del grande ministro, e dopo l’unificazione due volte
presidente del Consiglio del regno.