"Libera Chiesa in Libero Stato" nel pensiero di Cavour

Arturo Carlo Jemolo
(estratto dal libro "Chiesa e Stato in Italia dalla unificazione a Giovanni XXIII - Ed. Einaudi, 1966)

Il liberalismo nelle sue molteplici correnti (tra cui l’elemento comune è solo la formazione dello Stato nazionale nella forma accettata dal popolo, e sempre su una base parlamentare) non ebbe dopo Gioberti un grande teorizzatore italiano: neppure uno scrittore che avesse la fama di P.S. Mancini nella sua apologia dello Stato fondato sul principio di nazionalità. I suoi uomini eminenti furono piuttosto degli apostoli dell’idea, dei missionari o dei realizzatori. E per quanto tocca la religione e la Chiesa, accolse ad un tempo dei credenti, desiderosi di una conciliazione, e degli oppositori. I due uomini più popolari della rivoluzione, Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini, sono entrambi decisi avversari della Chiesa. Il primo quando parla o scrive si abbandona ad un anticlericalismo volgare: ma ha intuito politico e nell’impresa del 1860, la prodigiosa conquista della Sicilia e del Mezzogiorno, non offenderà il senso religiosi delle popolazioni, andrà ad inchinarsi in chiese e santuari, a Napoli assisterà anche al miracolo di S.Gennaro. (omissis)

Mazzini peraltro, con fede nel Dio personale, ma certo non cattolico e forse neppure cristiano, come tutti i mistici, come tutti coloro che operano sulle forze del sentimento, come moltissimi tra i rivoluzionari, non ha sensibilità per le forme giuridiche; non avrebbe mai elaborato sistemi di relazioni tra Chiesa e Stato né dettato una legislazione ecclesiastica.

Il Risorgimento italiano ebbe quegli cui Paléologue dedicò un volume dal sottotitolo Un grand réaliste, e che fu il vero artefice della unificazione nazionale: Camillo di Cavour. E questi, formatosi prima del ’48 in larghi contatti con Ginevra, con l’Inghilterra, con la Francia di Luigi Filippo, aveva il culto della libertà (tra cui egli dava posto non indifferente al liberalismo economico), tutte solidali tra loro, sì che una non può essere ferita senza che le altre ne soffrano.

Non sappiamo gran che della religione di Cavour: poco più che diciottenne, una crisi lo aveva portato ad un crudo razionalismo: tornò poi alla fede avita ? Moltissime volte si proclamò cattolico, ed è noto che si preoccupò di avere in punto di morte i conforti religiosi: ma è dubbio se il suo cattolicismo, oltre all’adesione al corpo della Chiesa istituzione organizzata, con un’alta missione civilizzatrice, ed oltre la fede in un Dio personale, abbracciasse quella nei dogmi, nei sacramenti; dubbio se la sua preoccupazione di non morire come un reprobo non fosse ancora preoccupazione di un uomo di Stato, che non voleva che la sua morte confermasse agli occhi dei più l’impossibilità di restare nella Chiesa disobbedendo al papa sul terreno politico.

Certo la sincera fede di Cavour nella libertà generò quel suo programma di rapporti tra Stato e Chiesa sintetizzato nella formula "libera Chiesa in libero Stato".

Il pastore protestante Alessandro Vinet aveva pubblicato nel 1842 l’ Essai sur la manifestation des convinctions religieuses e sur la séparation de l’Eglise et de l’Etat: fondato sul concetto che la religione è atto di spontaneità, sicchè è inammissibile una religione di Stato.

Da questa fonte – se pure altri abbia sostenuto: da quella del cattolico liberale francese Montalembert - e da quella calda fede nella libertà, l’idea di Cavour, che lo Stato debba rinunciare ad ogni forma di controllo della Chiesa di espandersi, di conquistare delle anime, di portare un numero sempre crescente di persone a vivere spontaneamente secondo la sua disciplina. Peraltro neppure la grande maggioranza dei credenti potrà mai imporsi alla minoranza, conturbare questa; così come una maggioranza d’increduli non potrebbe mai trasformare lo Stato in strumento di propaganda ateistica o fare una posizione comunque deteriore ai credenti.

Questa l’essenza del pensiero di Cavour, che resiste in effetto sempre con pari vigore a clericali e a giacobini, a tentativi d’intromissione ecclesiastica nella vita dello Stato come a misure persecutorie dei cattolici e del clero.

Cavour, tutto preso dalla vita politica, non scrisse libri. Chi voglia addentrarsi oltre nella essenza della dottrina separatista che ispirava la sua azione, deve consultare il libro di un suo fedelissimo, Pier Carlo Boggio, La Chiesa e lo Stato in Piemonte (1854-55): dove si assume come punto di partenza che lo Stato non ha giurisdizione che sugli atti esterni dell’uomo in rapporto alla sicurezza ed al benessere della società, e la Chiesa non ha giurisdizione che sulle coscienze ed in rapporto alla salute individuale dell’anima di ciascuno, onde la società politica e quella religiosa debbono coesistere parallele ed indipendenti ciascuna nella sua sfera. E si legge altresì: " Lo spirito religioso vuole rendere perfetto l’individuo. Questo principio, trasportato nell’ordine politico, dà luogo ad una serie di provvedimenti tanto più vessatori ed oppressivi quanto è maggiore in chi li sancisce la persuasione di agire nell’interesse di coloro contro i quali son diretti … non v’ha tiranno più inflessibile e pertinace di colui che si crede avere da Dio il mandato di governarvi al fine di procurarvi il bene eterno … non libertà di pensiero, non coltura di studi, non progressi d’industria, non prosperità di commerci, ma prostrazione, ignoranza, povertà, fiacchezza, tali sono i frutti ordinari dei governi ieratici".

Possono anche leggersi le dodici lettere Della libertà religiosa (1855), di Marco Minghetti, che aveva seduto per Bologna nella consulta di Pio IX ed era stato ministro costituzionale del papa nel 1848, e fu poi collaboratore intimo di Cavour nelle trattative con Roma degli ultimi mesi di vita del grande ministro, e dopo l’unificazione due volte presidente del Consiglio del regno.