MALAGODI, GIOVANNI XXIII E IL TEVERE PIU’ LARGO
Giovanni Spadolini
(estratto dalla Prefazione al libro Il Tevere più largo – Da Porta Pia ad oggi – Ed. Longanesi & C. – Milano ,1970)

"Tevere più largo". La formula viene lanciata, in un mio fondo del Carlino, a proposito di un cordiale telegramma di risposta che il Nunzio Apostolico invia a nome del Papa al segretario del partito liberale Malagodi non solo per ringraziare la direzione del PLI delle sue felicitazioni , ma anche per elargire la "benedizione apostolica" a quello che era il partito delle leggi Siccardi e delle Guarentigie, il partito del risorgimento. Gesto abbastanza inconsueto nella prassi vaticana, e in cui mi parve di scorgere (né l’esperienza degli anni successivi sembrò smentire minimamente) una nuova disponibilità della Santa Sede verso il mondo moderno nel suo complesso di valori, una nuova apertura all’Italia, anche all’Italia laica, al di là di quelle che erano state le scomuniche e le intransigenze dell’ultimo scorcio del Pontificato pacelliano. (…omissis…) Proprio in occasione del centenario della fondazione del Regno, del regno "scomunicato" e "usurpatore" di Cavour e di Vittorio Emanuele II, Giovanni XXIII, rispondendo all’indirizzo del presidente del Consiglio del tempo, l’on. Fanfani, finiva per riconoscere, e senza alcuno sforzo o artificio od ostentazione da parte sua, che il Risorgimento aveva rappresentato un fatto "provvidenziale", aveva corrisposto ad un "disegno della Provvidenza", costituendo "un motivo di esultanza" per entrambe le rive del Tevere e creando le condizioni per il necessario affrancamento della Chiesa da ogni legame e impaccio di natura temporale e profana. Secondo la stessa linea che sarà poi consacrata, un anno più tardi, nel discorso dedicato a Roma capitale, capitale naturale e necessaria d’Italia, da un cardinale in procinto di diventare Papa, dall’Arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, predestinato successore di Giovanni XXIII. (…omissis… Ndr: dopo aver ricordato come, in un discorso a Firenze, Malagodi fu il primo a rivelare la notizia di un passo duro e severo della Santa Sede nel 1969 circa il progetto legislativo Fortuna-Baslini sul divorzio, Spadolini attribuisce alla pesantezza di quell’intervento della Santa Sede il riacutizzarsi della frattura fra seguaci e avversari del "Tevere più largo" ).

Quella polemica è alle nostre spalle, con tutto il suo carico di residui e di rancori tutt’altro che perenti, per ricordarci quanto gli avanzamenti e i traguardi di questo secolo travagliato, il secolo che da Porta Pia ci porta ad oggi, siano incerti e malfermi e continuamente ottoposti a dubbio. Si: è vero. Un certo clericalismo di tipo reazionario, erede diretto dell’opposizione cattolica nei suoi aspetti più chisciotteschi o clamorosi, è ormai superato; ma non manca di affacciarsi all’orizzonte con burbanzoso cipiglio un nuovo clericalismo, di opposto segno nell’apparenza ma gravido eguali pericoli nella sostanza. Un clericalismo che guarda ad una specie di ideale concordato, o tregua, o spartizione fra Chiesa e comunismo; che vagheggia magari un’operazione Sturzo, questa volta col PCI anziché col Movimento Sociale. (…omissis…).

Ma il problema non cambia, e il centenario del 20 settembre lo ricorda anche agli immemori. Il problema è sempre lo stesso: respingere ogni forma di clericalismo, di destra non meno che di sinistra. E’ una battaglia che interessa non meno tutte le forze laiche, dai liberali ai repubblicani ai socialisti delle due confessioni, eredi, in un modo o nell’altro, di quella tradizione risorgimentale che è ormai parte integrante dello stesso irrinunciabile patrimonio ideale dei cattolici italiani impegnati nell’agone politico.