"Tevere
più largo". La formula viene lanciata, in un mio fondo del Carlino,
a proposito di un cordiale telegramma di risposta che il Nunzio
Apostolico invia a nome del Papa al segretario del partito liberale
Malagodi non solo per ringraziare la direzione del PLI delle sue
felicitazioni , ma anche per elargire la "benedizione
apostolica" a quello che era il partito delle leggi Siccardi e
delle Guarentigie, il partito del risorgimento. Gesto abbastanza
inconsueto nella prassi vaticana, e in cui mi parve di scorgere (né l’esperienza
degli anni successivi sembrò smentire minimamente) una nuova
disponibilità della Santa Sede verso il mondo moderno nel suo complesso
di valori, una nuova apertura all’Italia, anche all’Italia laica, al
di là di quelle che erano state le scomuniche e le intransigenze dell’ultimo
scorcio del Pontificato pacelliano. (…omissis…) Proprio in occasione
del centenario della fondazione del Regno, del regno
"scomunicato" e "usurpatore" di Cavour e di Vittorio
Emanuele II, Giovanni XXIII, rispondendo all’indirizzo del presidente
del Consiglio del tempo, l’on. Fanfani, finiva per riconoscere, e
senza alcuno sforzo o artificio od ostentazione da parte sua, che il
Risorgimento aveva rappresentato un fatto "provvidenziale",
aveva corrisposto ad un "disegno della Provvidenza",
costituendo "un motivo di esultanza" per entrambe le rive del
Tevere e creando le condizioni per il necessario affrancamento della
Chiesa da ogni legame e impaccio di natura temporale e profana. Secondo
la stessa linea che sarà poi consacrata, un anno più tardi, nel
discorso dedicato a Roma capitale, capitale naturale e necessaria d’Italia,
da un cardinale in procinto di diventare Papa, dall’Arcivescovo di
Milano, Giovanni Battista Montini, predestinato successore di Giovanni
XXIII. (…omissis… Ndr: dopo aver ricordato come, in un discorso a
Firenze, Malagodi fu il primo a rivelare la notizia di un passo duro e
severo della Santa Sede nel 1969 circa il progetto legislativo
Fortuna-Baslini sul divorzio, Spadolini attribuisce alla pesantezza di quell’intervento
della Santa Sede il riacutizzarsi della frattura fra seguaci e avversari
del "Tevere più largo" ).
Quella
polemica è alle nostre spalle, con tutto il suo carico di residui e di
rancori tutt’altro che perenti, per ricordarci quanto gli avanzamenti
e i traguardi di questo secolo travagliato, il secolo che da Porta Pia
ci porta ad oggi, siano incerti e malfermi e continuamente ottoposti a
dubbio. Si: è vero. Un certo clericalismo di tipo reazionario, erede
diretto dell’opposizione cattolica nei suoi aspetti più
chisciotteschi o clamorosi, è ormai superato; ma non manca di
affacciarsi all’orizzonte con burbanzoso cipiglio un nuovo
clericalismo, di opposto segno nell’apparenza ma gravido eguali
pericoli nella sostanza. Un clericalismo che guarda ad una specie di
ideale concordato, o tregua, o spartizione fra Chiesa e comunismo; che
vagheggia magari un’operazione Sturzo, questa volta col PCI anziché
col Movimento Sociale. (…omissis…).
Ma il
problema non cambia, e il centenario del 20 settembre lo ricorda anche
agli immemori. Il problema è sempre lo stesso: respingere ogni forma di
clericalismo, di destra non meno che di sinistra. E’ una battaglia che
interessa non meno tutte le forze laiche, dai liberali ai repubblicani
ai socialisti delle due confessioni, eredi, in un modo o nell’altro,
di quella tradizione risorgimentale che è ormai parte integrante dello
stesso irrinunciabile patrimonio ideale dei cattolici italiani impegnati
nell’agone politico.