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Nel
gioco delle parti che ci siamo distribuiti, noi tre relatori di questa
tavola rotonda dobbiamo ricostruire i sentieri attraverso i quali si è
formato ed evoluto il pensiero di Croce, Einaudi e Gobetti: tre grandi
personalità che appartengono al liberalismo italiano, anche se appare
riduttivo restringere la loro appartenenza ed il loro influsso al solo
liberalismo, così come appare riduttivo limitare il loro modo di vivere
il liberalismo al solo ambito italiano escludendoli da quello più ampio
del liberalismo europeo.
In
comune ebbero, non solo il problema di come collocarsi rispetto al
pensiero liberale del loro tempo, ma, soprattutto, quello di come
rapportarsi a quello che era stato il pensiero liberale e lo Stato
liberale nel secolo che li aveva preceduti. Lo fecero talora in modo
convergente, talora in modo profondamente diverso e, per quanto riguarda
Gobetti, non solo per il fatto di appartenere egli ad una generazione
diversa e successiva rispetto a quella di Croce ed Einaudi, oltre che per
il fatto che la vita di Gobetti fu brevissima.
Da
questo punto di vista, Croce fu certamente il personaggio che raggiunse
una visione dotata di maggiore classicità complessiva. Egli non partì da
questa visione ma ci arrivò. Egli partì da posizioni non di liberalismo,
ma di socialismo, anzi più dettagliatamente di marxismo, sia pure
storicistico, sia pure hegeliano, sia pure labrioliano - Labriola era il
grande maestro della filosofia di fine secolo, della filosofia di un
socialismo antipositivista. Croce fece sua questa lezione, la superò ed
arrivò ad una sua interpretazione della storia d’Italia nella storia d’Europa.
La sua grande storiografia filosofica - sia la "Storia d’Europa nel
secolo XIX°" sia la "Storia d’Italia" e dell’unità
nazionale italiana – Croce ce la propose negli anni ’30, quando Piero
Gobetti non c’era più.
Piero
Gobetti aveva avuto con Croce un rapporto di deferenza, ma anche in
qualche odo au pair, non solo per la simpatia che Croce nutriva per
questo giovane talento organizzatore infaticabile di iniziative editoriali
e specialmente di riviste, ma anche perché in Gobetti c’erano gli
spunti di una visione molto meno ortodossa di quella alla quale sarebbe
approdato Croce. In Gobetti c’era una visione ereticale che muoveva dai
suoi studi su Alfieri, cioè il ‘700: da questo punto di vista Croce
manifestò una certa indulgenza e più ancora una certa simpatia per
questi spunti di Gobetti. Quello che Croce non avrebbe potuto certamente
far suo - non so se strettamente di Gobetti, ma certamente della lezione
gobettiana - fu quello che a Gobetti rimproverò, forse con eccesso di
durezza, un grande amico di Benedetto Croce, Adolfo Omodeo: l’interpretazione
del Risorgimento come rivoluzione religiosa mancata e quindi
ineluttabilmente come rivoluzione politica insoddisfacente. Il grande tema
del Risorgimento senza eroi di Gobetti, probabilmente non avrebbe
portato Croce ad una condanna d’interdizione così aspra come quella di
Omodeo, ma certamente questa visione del processo risorgimentale – la
stessa che Oriani e, se vogliamo, Spadolini riprendono da Gobetti - non
poteva essere quella di Benedetto Croce. Perché Croce era arrivato a
considerare la rivoluzione risorgimentale italiana come l’approdo anche
dell’Italia allo Stato nazionale con molti secoli di ritardo rispetto ad
altre esperienze europee - Francia, Inghilterra e Spagna – ma dieci anni
in anticipo rispetto a quella tedesca. Proprio questo aveva portato Croce
a un senso di ammirazione, quasi di devozione, verso quel grande miracolo
politico. Perché ? perché, nel Risorgimento italiano, "Stato
nazionale" e "Stato di diritto" avevano camminato insieme,
avevano scritto la stessa pagina ed il liberalismo era stato il cemento
ideale di questa costruzione dello Stato nazionale come Stato di diritto.
Si capisce allora perché Croce non solo avesse più simpatia per i numi
della destra storica che non per i numi della sinistra. Si capisce anche
perché, all’interno della destra, a Croce piacesse più il centralismo
hegeliano di uno Spaventa che non l’autonomismo tocquevilliano di un
Minghetti.
Però
Croce, che pure ebbe questa religione dello Stato nazionale, aveva ben
presente quelli che erano i limiti di questa creatura: limiti che egli
constatò anche nell’esperienza politica, quando accettò di fare il
ministro della pubblica istruzione nell’ultimo governo Giolitti e si
rivelò un ministro tanto presente a se stesso che un presidente del
consiglio come Giolitti, suo malgrado, disse "questo filosofo in
fondo ha un certo buon senso". La gracilità della costruzione
dello Stato nazionale portò Croce a sbagliare completamente la propria
posizione rispetto al fenomeno sorgente del fascismo. Altrettanto si può
dire di Einaudi, ma non di Piero Gobetti.
Einaudi,
in alcuni articoli che sono stati poi ristampati ne "Le lotte del
lavoro", e Benedetto Croce, addirittura in un palco del S.Carlo ad
ascoltare Mussolini nel congresso del ’22, ebbero la sensazione che,
nonostante alcuni aspetti d’indubbia trivialità, da quei giovanotti in
camicia nera la costruzione dello Stato liberale potesse acquisire nerbo.
Il
punto di vista era sbagliato perché, come meglio di Croce e di Einaudi
avvertì subito Gobetti, il fascismo era congenitamente anticrociano a
prescindere dal fatto che Croce non fosse ancora antifascista, cosa che
invece diventò, come è noto, all’indomani del delitto Matteotti e del
manifesto Gentile.
Allora
quando Croce, proprio come scelta di antifascismo andò a rivisitare la
storia nazionale italiana e a interpretarla nell’ambito della storia
europea, giunse alla convinzione che certo l’Italia non ebbe nell’Ottocento
una grande dottrina di liberalismo, perché - con tutta la simpatia
domestica degli Spaventa etcc... - nel grande secolo dei Benjamin Constant,
dei Tocqueville e degli Stuart Mill, il contributo italiano al liberalismo
non è stato altissimo. Però, proprio perché più ne era priva l’Italia,
il liberalismo italiano ebbe con sé una dottrina dello Stato che non era
quella dello Stato etico. Dopo il ’26 Croce e Gentile, che pure avevano
percorso insieme una lunga strada, si trovarono invece su posizioni del
tutto divaricate sulla dottrina dello Stato: al contrario dell’idealismo
crociano, quello di Gentile portava nel fascismo, non solo la
continuazione del Risorgimento, accentuandone però gli aspetti mazziniani
più che quelli liberali, ma addirittura un congiungimento al grande
passato imperiale di Roma.
Dico
ciò perchè il miracolo politico italiano è stato di aver fatto lo Stato
nazionale secondo liberalismo: cosa che, invece, non è accaduta in
Germania. La Germania fece l’unificazione nazionale con Bismarck dieci
anni dopo Cavour, ma nessuno vuol vedere in agguato, nell’unificazione
nazionale tedesca, Hitler o il nazionalismo. Però, non c’è dubbio che
l’unificazione nazionale della Germania non ebbe in sè lo stesso tasso
di liberalismo del risorgimento italiano: magari fu molto più avanzata
sul piano sociale – basti ricordare le riforme bismarckiane nell’ambito
dello Stato sociale - ma come Stato liberale non si può dire che la sua
costruzione avesse una coerenza pari a quella della costruzione dello
Stato italiano.
Ora,
su questo rapporto di Benedetto Croce con la storia d’Italia, Einaudi
non ebbe molto da eccepire. Il fatto che abbiano avuto tutti e due nello
stesso periodo la sbandata di suggestione o di simpatia nei confronti del
fascismo allo stato nascente - nascente come movimento, anche se tra la
nascita del movimento e la marcia su Roma il lasso di tempo fu brevissimo
- fa sì che tra Croce ed Einaudi vi fu una sostanziale identità,
convergenza e sensibilità. Le personalità dei due furono, però,
profondamente diverse: tanto diverse che, quando Einaudi chiese a Croce
cosa dovesse fare di fronte al giuramento, Croce gli rispose "ma
queste sono cose da vita pratica, non è questo il problema".
Einaudi, sentì quel giuramento con più drammaticità, però
sostanzialmente accettò il suggerimento di Croce perché giurò. Non v’è
dubbio che Croce collocasse la propria sensibilità liberale ad un livello
più alto rispetto a quello di Einaudi, ma non per questo si può dire che
la sensibilità del secondo stesse dall’altra parte.
Anche
se l'amico Ferrari - professore di sociologia del diritto, filosofo del
diritto e allievo di Treves - forse considera Benedetto Croce insensibile
al diritto, va detto che proprio Benedetto Croce comprese e sentì tutta
la vergogna delle leggi razziali. Croce e Calamandrei furono i due soli
intellettuali italiani che protestarono: Calamandrei offrì le sue
dimissioni dalla commissione per la riforma del codice civile; Croce, con
tutta la sua insensibilità verso il diritto i codici e i repertori,
scrisse una delle pagine più belle del liberalismo italiano. Una pagina
che ci fa comprendere come il diritto possa diventare anche parola odiosa;
e ciò lasciatelo dire a me che il diritto l'ho sempre avuto in antipatia.
Da
questo punto di vista Croce rappresentò per Einaudi una sorta di fratello
maggiore. Anche se Einaudi, prima ministro e poi governatore della Banca
d'Italia dal '43 al '48, sarebbe diventato nel 1948 il primo presidente
della Repubblica italiana - De Nicola fu solo Capo provvisorio dello Stato
- nella ricostruzione della nuova Italia fu Croce a giocare un ruolo
politico molto più di prima fila che non Einaudi. Croce avvertì come
fosse venuto anche per uno come lui il tempo del primato della politica.
Fu così che Benedetto Croce - passato alla storia per la sua concezione
del partito liberale come quel pre-partito della democrazia che tutti gli
iscritti al PLI non hanno mai amato perché consentiva agli azionisti, ai
repubblicani e via dicendo di fare i crociani con libertà di pascolo nel
liberalismo – sentì forte la necessità dell’impegno politico nel
Partito Liberale Italiano, ne fu il rifondatore e al primo congresso del 4
giugno 1944 tenne un discorso di chiusura ancora oggi di grande
attualità, vi ricoprì il ruolo di presidente: fu insomma dirigente vero
di un partito vero tra il 1943/44 ed il voto sul Patto Atlantico, non il
filosofo distaccato dalla politica come alcuni vorrebbero farci credere.
Questo
periodo fu solcato dalla polemica liberismo\liberalismo, insorta tra Croce
ed Einaudi. Fu una polemica esasperata da ambo le parti, ma deve essere
circoscritta, ovviamente, all’ambito dottrinario, non ai rapporti tra i
due massimi esponenti liberali. Infatti, Croce, come presidente del
partito liberale, non ebbe il minimo dubbio a chiamare Einaudi a preparare
il programma economico, pur avendo detto in quella polemica che il partito
liberale di un programma economico non sapeva cosa farsene. Neppure
Einaudi, del resto, mise mai in discussione i suoi rapporti con Croce.
In
quella polemica c'è qualcosa su cui conviene fare una breve
considerazione. La tesi di Einaudi è molto classica: fondamento del
liberalismo è la libertà d'intrapresa, è il liberismo economico. Quindi
è vero che appartengono alla tradizione liberale grandi scrittori che non
si sono minimamente occupati della libertà economica, però dal punto di
vista dei sistemi politici si può essere economisti, si può essere
costituzionalisti, si può essere filosofi, si può essere sociologi -
diceva Einaudi - ma il dato fondante è che sono illiberali tutti quegli
esperimenti politici che negano la libertà economica. Da questo punto di
vista Einaudi fu estremamente moderno e allo stesso tempo estremamente
antico: come intellettuale era ancora collegato con i grandi maestri della
tradizione liberale, non tanto Hayek che poi arriverà al premio Nobel,
quanto al maestro di Hayek, Von Mises, che fin dagli anni '20 aveva detto
che il regime di programmazione sovietico non poteva funzionare perché
privo del calcolo dei bisogni, e via dicendo. Questo interessava ad
Einaudi e questo Croce sembrò contestargli. In realtà Croce ha un'altra
preoccupazione: quella di non restrigere la concezione del liberalismo a
nessuna modellistica, cioè il liberalismo è tale perché è
antifondamentalismo permanente: la libertà economica appartiene
certamente al liberalismo, ma non si può ascrivere di necessità all’illiberalismo
tutti quei sistemi che negano la libertà economica. D’altra parte,
Croce, pur senza velleità di economia chiarificate e quant'altro, in quel
periodo recensisce l'opera di un economista liberale o liberal-cattolico,
molto amico di Einaudi: Roepke, ovvero, il primo che parla di terza via
tra capitalismi. Al di là di quella contingenza - in quella polemica
evidentemente avevano ragione e avevano torto tutti e due, nel senso che
le diverse preoccupazioni da cui muovevano impedivano la comunicazione tra
loro - invece la comunicazione e la piena comunicabilità tra Croce ed
Einaudi accompagna tutta la prima parte della storia dell'Italia
repubblicana, che è poi l'ultima parte della vita di Croce che morirà
nel '52. C'è un episodio forse molto bello di collaborazione tra i due.
Ho detto che secondo me Einaudi riconobbe una leadership perlomeno etica
del Croce politicamente impegnato all'indomani della caduta del fascismo.
Tramontata la candidatura di Sforza anche se preferita da De Gasperi, lo
schieramento quadripartito portò Einaudi al Quirinale. Da presidente
della Repubblica Einaudi si trovò ad attuare un aspetto della nostra
costituzione, apparentemente minore, ma essenziale per uomini di quella
tradizione civile e morale cui appartennero Croce, Einaudi e Gobetti:
quella parte della Costituzione sulle istituzioni d’alta cultura, sulla
loro individuazione ai fini di un contributo pubblico. Einaudi chiamò
Croce e gli disse "fammela tu questa tabella". Un gesto
molto coraggioso da parte di Einaudi perché proprio in tema di pubblica
istruzione Croce aveva avuto in quel periodo una polemica molto
sgradevole. Apparentemente Croce giocava un ruolo molto protervo, perché,
a fronte della designazione di Gonella – mi pare che fosse proprio
Gonella - al ministero della pubblica istruzione, aveva scritto una
letteraccia a De Gasperi che suonava più o meno così: "io tutto
posso vedere ma non posso ammettere che un democristiano, un cattolico,
vada al ministero della pubblica istruzione". Sappiamo bene che
in Croce non poteva esserci la trivialità di un anticlericalismo di
giornata, né poteva esserci prima della sperimentazione dei tanti
ministri, sottosegretari e direttori generali democristiani avvicendatesi
negli anni della repubblica in Viale Trastevere: in Croce, però, ci fu
sempre una profonda sensibilità al rapporto e all'equilibrio
laici\cattolici nella storia d'Italia. Croce fece riconoscimenti
significativi a De Gasperi e questo è importante studiare proprio dal
punto di vista dell’impegno politico di Croce in quegli anni; con la
morte nel cuore ammise anche apertis verbis che la democrazia
cristiana potesse essere il "country party" dell'Italia
democratica moderna; però la scuola, luogo e snodo di libertà
fondamentali seppur non fondanti - alla luce di quello che si diceva prima
per il liberalismo – non poteva essere lasciata alle cure di un
democristiano. Einaudi, dunque, si rivolse a Croce per la predisposizione
di quella tabella delle istituzioni culturali meritevoli di contributo
pubblico. Croce fece questa tabella applicando soluzioni molto ardite e
molto intelligenti anche dal punto di vista istituzionale: ad esempio,
risolse il problema del dare qualche soldo alle società di storia patria
istituzionalizzando l'organo "Giunta centrale per gli studi
storici". E’ questo l’episodio di ultima collaborazione tra uno
che ormai è presidente della repubblica e l'altro che ormai è nel
soliloquio con se stesso ed ha il problema di non farsi trovare dalla
morte impigrito e intristito. E' un piccolo episodio ma dal quale emerge
con quanto fortissimo senso dello Stato e senso della realtà Einaudi e
Croce, in sentieri diversi abbiano vissuto nel modo più degno e più alto
le responsabilità di un liberalismo in un'Italia difficilissima. Perché
se difficile fu il momento della ricostruzione anche per uomini come Croce
ed Einaudi che pure avevano attraversato altri momenti difficilissimi
della storia d’Italia, non meno difficile e lacerante per le loro
esistenze fu il contrapporsi nel dibattito tra l’essere fedeli a
Montesquieu o essere fedeli all'etica della libertà contro il
totalitarismo. Per tutte queste ragioni noi oggi evochiamo come mostri
sacri del liberalismo Croce, Einaudi e Gobetti, pur con il dolore e gli
interrogativi lasciatici dall’essere morto Gobetti in giovane età:
Croce ed Einaudi come interpreti dell'ortodossia della classicità;
Gobetti per la dimensione ereticale del suo liberalismo. Ma questa è poi
una visione un po' distaccata dalla realtà e dai tempi e dalle cose da
loro effettivamente attraversate.
Dibattito
...
Noi abbiamo il problema di riscrivere in modo credibile delle norme, delle
istituzioni. Da questo punto di vista anche io, pur essendo del tutto
crociano, posso dire che Carrubba ha ragione nel giudicare il liberalismo,
così come fissato nelle pagine di Einaudi che lui leggeva, molto più
concreto: per cui sono anche d'accordo nel dire che la storia gli ha dato
ragione nel confronto tra liberalismo e totalitarismo comunista. Gli do
ragione del tutto se lui però mi concede, o concede a Don Benedetto, un
piccolo ma sotto certi aspetti grande segmento, che il problema di
assicurare religione e religiosità al liberalismo doveva contemplare
anche la possibilità di sfidare il comunismo da posizioni liberali,
sapendo che ciò era impossibile. Cioè quell'eresia della libertà che ha
sfidato il comunismo nel '56 in Ungheria, ma direi ancora di più nel '68
cecoslovacco dove la sfida della libertà venne portata al comunismo
proprio da un comunista, quale era Dubcek. E’ chiaro che dal punto di
vista dei fatti Einaudi aveva capito che la logica del comunismo avrebbe
travolto drammaticamente la buona fede dei comunisti. Però, dal punto di
vista di quella preoccupazione che interessava Croce, cioè salvaguardare
il momento dell'ideale nella lotta politica, quella era una preoccupazione
giusta. Da questo punto di vista, lo si è detto, Gobetti ed Einaudi
ebbero un percorso intellettuale, civile, culturale, famigliare "naturaliter"
liberale. Per loro non ci fu quel problema che, invece, ci fu in Croce,
del liberalismo come approdo sofferto e tormentato. Croce passò niente di
meno che per Hegel, sul quale Popper e il nostro comune amico Antiseri ci
hanno detto tutto quello che ci hanno detto. Allora a Croce, che al
liberalismo ci arrivò e non vi fu collocato "naturaliter" come
Einaudi e come Gobetti e al liberalismo ha portato tutto quello che ha
portato, non si poteva chiedere questa abdicazione dell'ideale. Ed è
proprio davanti ad una sorta di abdicazione dell’ideale che noi ci
troviano oggi. Ha ragione Carrubba a chiedersi come sia possibile
convincere l'opinione pubblica dell'opportunità di aderire a Maastricht,
quando poi ciò comporta la tassa etcc... E’ un problema effettivo, che
dobbiamo porci. Ma dobbiamo porci anche l’altro problema: come è stato
possibile che l’idea d'Europa abbia perduto quella forza di richiamo che
ha, per esempio, nella conclusione della "Storia d'Europa" di
Croce ? Questo è un problema che abbiamo. Bisogna ritrovare una carica
ideale dell'europeismo, però una carica ideale dell'europeismo non si
trova nella qualunquistica contrapposizione della democrazia alla moneta.
Io sono d'accordo con Carrubba che c'è un deficit democratico, però –
detto francamente - ho trovato pagliaccesca quella volta che noi italiani
facemmo un referendum per dare mandato costituente al Parlamento Europeo.
E' chiaro, la storia dell'europeismo è una storia molteplice. Allora poi
il vero fallimento della costruzione europea, dal quale non ci siamo mai
ripresi, è quello delle armi, dell'esercito comune, del voto contro la
CED a palazzo Borbone in Francia, quando Mendes France - era il '54, mi
pare - non pose la questione di fiducia. Da allora l'europeismo è quello
possibile. Se però fallisse questo europeismo, del quale Carrubba vede
tutti i limiti, non ci sarebbe assolutamente nulla da consolarsi in nome
dell'ideale.
Consentitemi
un'ultima notazione brevissima a Ferrari. E' vero che Gobetti guardò al
movimento operaio come riflesso della sua insoddisfazione verso il blocco
di conservazione che c'era nella storia del liberalismo organizzato
italiano, però il movimento operaio al quale guardò Gobetti è quello
vivace ed estroso dei consigli operai gramsciani della Torino e del liceo.
Qualche anno prima Salvemini fece una prepotente accusa di conservatorismo
oligarchico al movimento operaio organizzato - Gobetti pubblicò quella di
Tommaso Fiore - che porta Salvemini a rompere con il socialismo perché,
disse, protegge l'interesse dei forti e via dicendo. Dire che Gobetti fu
incoerente e Salvemini fu coerente, questa è una sciocchezza. Non è
così che si fa la storia. Ho l'impressione, invece, che Gobetti, più che
una simpatia per il movimento operaio che pure ebbe, fu animato da un
problema che sentì come il problema dei problemi: la classe dirigente dei
Croce e degli Einaudi, per i quali ebbe una certa venerazione, non lo
soddisfaceva. E' un po' come il giovane Giorgio Amendola - figlio di
Giovanni Amendola - nel libro "Una scelta di vita": non aveva
nessuna intenzione di diventare comunista, però andò a trovare Croce,
andò a trovare Einaudi, andò a trovare Albertini. Uno gli disse "ma
come non ti sei fatto ancora uno sbocco alla tua età", un altro gli
disse "ma come ...", allora ebbe quella stessa sensazione di
insoddisfazione che provò Gobetti. Gobetti, in modo non letterario ma
più politico, fin dai tempi di "Energie Nuove" non si
identificò con le classi dirigenti del liberalismo, sentì un rapporto di
colluttazione interiore nei loro confronti.
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