On. Prof. Luigi Compagna
CROCE: FILOSOFO E POLITICO
Relazione alla tavola rotonda sul tema: "Croce, Einaudi e Gobetti: ciò che li unì e ciò che li divise" - Bergamo, 21 novembre 1996

Nel gioco delle parti che ci siamo distribuiti, noi tre relatori di questa tavola rotonda dobbiamo ricostruire i sentieri attraverso i quali si è formato ed evoluto il pensiero di Croce, Einaudi e Gobetti: tre grandi personalità che appartengono al liberalismo italiano, anche se appare riduttivo restringere la loro appartenenza ed il loro influsso al solo liberalismo, così come appare riduttivo limitare il loro modo di vivere il liberalismo al solo ambito italiano escludendoli da quello più ampio del liberalismo europeo.

In comune ebbero, non solo il problema di come collocarsi rispetto al pensiero liberale del loro tempo, ma, soprattutto, quello di come rapportarsi a quello che era stato il pensiero liberale e lo Stato liberale nel secolo che li aveva preceduti. Lo fecero talora in modo convergente, talora in modo profondamente diverso e, per quanto riguarda Gobetti, non solo per il fatto di appartenere egli ad una generazione diversa e successiva rispetto a quella di Croce ed Einaudi, oltre che per il fatto che la vita di Gobetti fu brevissima.

Da questo punto di vista, Croce fu certamente il personaggio che raggiunse una visione dotata di maggiore classicità complessiva. Egli non partì da questa visione ma ci arrivò. Egli partì da posizioni non di liberalismo, ma di socialismo, anzi più dettagliatamente di marxismo, sia pure storicistico, sia pure hegeliano, sia pure labrioliano - Labriola era il grande maestro della filosofia di fine secolo, della filosofia di un socialismo antipositivista. Croce fece sua questa lezione, la superò ed arrivò ad una sua interpretazione della storia d’Italia nella storia d’Europa. La sua grande storiografia filosofica - sia la "Storia d’Europa nel secolo XIX°" sia la "Storia d’Italia" e dell’unità nazionale italiana – Croce ce la propose negli anni ’30, quando Piero Gobetti non c’era più.

Piero Gobetti aveva avuto con Croce un rapporto di deferenza, ma anche in qualche odo au pair, non solo per la simpatia che Croce nutriva per questo giovane talento organizzatore infaticabile di iniziative editoriali e specialmente di riviste, ma anche perché in Gobetti c’erano gli spunti di una visione molto meno ortodossa di quella alla quale sarebbe approdato Croce. In Gobetti c’era una visione ereticale che muoveva dai suoi studi su Alfieri, cioè il ‘700: da questo punto di vista Croce manifestò una certa indulgenza e più ancora una certa simpatia per questi spunti di Gobetti. Quello che Croce non avrebbe potuto certamente far suo - non so se strettamente di Gobetti, ma certamente della lezione gobettiana - fu quello che a Gobetti rimproverò, forse con eccesso di durezza, un grande amico di Benedetto Croce, Adolfo Omodeo: l’interpretazione del Risorgimento come rivoluzione religiosa mancata e quindi ineluttabilmente come rivoluzione politica insoddisfacente. Il grande tema del Risorgimento senza eroi di Gobetti, probabilmente non avrebbe portato Croce ad una condanna d’interdizione così aspra come quella di Omodeo, ma certamente questa visione del processo risorgimentale – la stessa che Oriani e, se vogliamo, Spadolini riprendono da Gobetti - non poteva essere quella di Benedetto Croce. Perché Croce era arrivato a considerare la rivoluzione risorgimentale italiana come l’approdo anche dell’Italia allo Stato nazionale con molti secoli di ritardo rispetto ad altre esperienze europee - Francia, Inghilterra e Spagna – ma dieci anni in anticipo rispetto a quella tedesca. Proprio questo aveva portato Croce a un senso di ammirazione, quasi di devozione, verso quel grande miracolo politico. Perché ? perché, nel Risorgimento italiano, "Stato nazionale" e "Stato di diritto" avevano camminato insieme, avevano scritto la stessa pagina ed il liberalismo era stato il cemento ideale di questa costruzione dello Stato nazionale come Stato di diritto. Si capisce allora perché Croce non solo avesse più simpatia per i numi della destra storica che non per i numi della sinistra. Si capisce anche perché, all’interno della destra, a Croce piacesse più il centralismo hegeliano di uno Spaventa che non l’autonomismo tocquevilliano di un Minghetti.

Però Croce, che pure ebbe questa religione dello Stato nazionale, aveva ben presente quelli che erano i limiti di questa creatura: limiti che egli constatò anche nell’esperienza politica, quando accettò di fare il ministro della pubblica istruzione nell’ultimo governo Giolitti e si rivelò un ministro tanto presente a se stesso che un presidente del consiglio come Giolitti, suo malgrado, disse "questo filosofo in fondo ha un certo buon senso". La gracilità della costruzione dello Stato nazionale portò Croce a sbagliare completamente la propria posizione rispetto al fenomeno sorgente del fascismo. Altrettanto si può dire di Einaudi, ma non di Piero Gobetti.

Einaudi, in alcuni articoli che sono stati poi ristampati ne "Le lotte del lavoro", e Benedetto Croce, addirittura in un palco del S.Carlo ad ascoltare Mussolini nel congresso del ’22, ebbero la sensazione che, nonostante alcuni aspetti d’indubbia trivialità, da quei giovanotti in camicia nera la costruzione dello Stato liberale potesse acquisire nerbo.

Il punto di vista era sbagliato perché, come meglio di Croce e di Einaudi avvertì subito Gobetti, il fascismo era congenitamente anticrociano a prescindere dal fatto che Croce non fosse ancora antifascista, cosa che invece diventò, come è noto, all’indomani del delitto Matteotti e del manifesto Gentile.

Allora quando Croce, proprio come scelta di antifascismo andò a rivisitare la storia nazionale italiana e a interpretarla nell’ambito della storia europea, giunse alla convinzione che certo l’Italia non ebbe nell’Ottocento una grande dottrina di liberalismo, perché - con tutta la simpatia domestica degli Spaventa etcc... - nel grande secolo dei Benjamin Constant, dei Tocqueville e degli Stuart Mill, il contributo italiano al liberalismo non è stato altissimo. Però, proprio perché più ne era priva l’Italia, il liberalismo italiano ebbe con sé una dottrina dello Stato che non era quella dello Stato etico. Dopo il ’26 Croce e Gentile, che pure avevano percorso insieme una lunga strada, si trovarono invece su posizioni del tutto divaricate sulla dottrina dello Stato: al contrario dell’idealismo crociano, quello di Gentile portava nel fascismo, non solo la continuazione del Risorgimento, accentuandone però gli aspetti mazziniani più che quelli liberali, ma addirittura un congiungimento al grande passato imperiale di Roma.

Dico ciò perchè il miracolo politico italiano è stato di aver fatto lo Stato nazionale secondo liberalismo: cosa che, invece, non è accaduta in Germania. La Germania fece l’unificazione nazionale con Bismarck dieci anni dopo Cavour, ma nessuno vuol vedere in agguato, nell’unificazione nazionale tedesca, Hitler o il nazionalismo. Però, non c’è dubbio che l’unificazione nazionale della Germania non ebbe in sè lo stesso tasso di liberalismo del risorgimento italiano: magari fu molto più avanzata sul piano sociale – basti ricordare le riforme bismarckiane nell’ambito dello Stato sociale - ma come Stato liberale non si può dire che la sua costruzione avesse una coerenza pari a quella della costruzione dello Stato italiano.

Ora, su questo rapporto di Benedetto Croce con la storia d’Italia, Einaudi non ebbe molto da eccepire. Il fatto che abbiano avuto tutti e due nello stesso periodo la sbandata di suggestione o di simpatia nei confronti del fascismo allo stato nascente - nascente come movimento, anche se tra la nascita del movimento e la marcia su Roma il lasso di tempo fu brevissimo - fa sì che tra Croce ed Einaudi vi fu una sostanziale identità, convergenza e sensibilità. Le personalità dei due furono, però, profondamente diverse: tanto diverse che, quando Einaudi chiese a Croce cosa dovesse fare di fronte al giuramento, Croce gli rispose "ma queste sono cose da vita pratica, non è questo il problema". Einaudi, sentì quel giuramento con più drammaticità, però sostanzialmente accettò il suggerimento di Croce perché giurò. Non v’è dubbio che Croce collocasse la propria sensibilità liberale ad un livello più alto rispetto a quello di Einaudi, ma non per questo si può dire che la sensibilità del secondo stesse dall’altra parte.

Anche se l'amico Ferrari - professore di sociologia del diritto, filosofo del diritto e allievo di Treves - forse considera Benedetto Croce insensibile al diritto, va detto che proprio Benedetto Croce comprese e sentì tutta la vergogna delle leggi razziali. Croce e Calamandrei furono i due soli intellettuali italiani che protestarono: Calamandrei offrì le sue dimissioni dalla commissione per la riforma del codice civile; Croce, con tutta la sua insensibilità verso il diritto i codici e i repertori, scrisse una delle pagine più belle del liberalismo italiano. Una pagina che ci fa comprendere come il diritto possa diventare anche parola odiosa; e ciò lasciatelo dire a me che il diritto l'ho sempre avuto in antipatia.

Da questo punto di vista Croce rappresentò per Einaudi una sorta di fratello maggiore. Anche se Einaudi, prima ministro e poi governatore della Banca d'Italia dal '43 al '48, sarebbe diventato nel 1948 il primo presidente della Repubblica italiana - De Nicola fu solo Capo provvisorio dello Stato - nella ricostruzione della nuova Italia fu Croce a giocare un ruolo politico molto più di prima fila che non Einaudi. Croce avvertì come fosse venuto anche per uno come lui il tempo del primato della politica. Fu così che Benedetto Croce - passato alla storia per la sua concezione del partito liberale come quel pre-partito della democrazia che tutti gli iscritti al PLI non hanno mai amato perché consentiva agli azionisti, ai repubblicani e via dicendo di fare i crociani con libertà di pascolo nel liberalismo – sentì forte la necessità dell’impegno politico nel Partito Liberale Italiano, ne fu il rifondatore e al primo congresso del 4 giugno 1944 tenne un discorso di chiusura ancora oggi di grande attualità, vi ricoprì il ruolo di presidente: fu insomma dirigente vero di un partito vero tra il 1943/44 ed il voto sul Patto Atlantico, non il filosofo distaccato dalla politica come alcuni vorrebbero farci credere.

Questo periodo fu solcato dalla polemica liberismo\liberalismo, insorta tra Croce ed Einaudi. Fu una polemica esasperata da ambo le parti, ma deve essere circoscritta, ovviamente, all’ambito dottrinario, non ai rapporti tra i due massimi esponenti liberali. Infatti, Croce, come presidente del partito liberale, non ebbe il minimo dubbio a chiamare Einaudi a preparare il programma economico, pur avendo detto in quella polemica che il partito liberale di un programma economico non sapeva cosa farsene. Neppure Einaudi, del resto, mise mai in discussione i suoi rapporti con Croce.

In quella polemica c'è qualcosa su cui conviene fare una breve considerazione. La tesi di Einaudi è molto classica: fondamento del liberalismo è la libertà d'intrapresa, è il liberismo economico. Quindi è vero che appartengono alla tradizione liberale grandi scrittori che non si sono minimamente occupati della libertà economica, però dal punto di vista dei sistemi politici si può essere economisti, si può essere costituzionalisti, si può essere filosofi, si può essere sociologi - diceva Einaudi - ma il dato fondante è che sono illiberali tutti quegli esperimenti politici che negano la libertà economica. Da questo punto di vista Einaudi fu estremamente moderno e allo stesso tempo estremamente antico: come intellettuale era ancora collegato con i grandi maestri della tradizione liberale, non tanto Hayek che poi arriverà al premio Nobel, quanto al maestro di Hayek, Von Mises, che fin dagli anni '20 aveva detto che il regime di programmazione sovietico non poteva funzionare perché privo del calcolo dei bisogni, e via dicendo. Questo interessava ad Einaudi e questo Croce sembrò contestargli. In realtà Croce ha un'altra preoccupazione: quella di non restrigere la concezione del liberalismo a nessuna modellistica, cioè il liberalismo è tale perché è antifondamentalismo permanente: la libertà economica appartiene certamente al liberalismo, ma non si può ascrivere di necessità all’illiberalismo tutti quei sistemi che negano la libertà economica. D’altra parte, Croce, pur senza velleità di economia chiarificate e quant'altro, in quel periodo recensisce l'opera di un economista liberale o liberal-cattolico, molto amico di Einaudi: Roepke, ovvero, il primo che parla di terza via tra capitalismi. Al di là di quella contingenza - in quella polemica evidentemente avevano ragione e avevano torto tutti e due, nel senso che le diverse preoccupazioni da cui muovevano impedivano la comunicazione tra loro - invece la comunicazione e la piena comunicabilità tra Croce ed Einaudi accompagna tutta la prima parte della storia dell'Italia repubblicana, che è poi l'ultima parte della vita di Croce che morirà nel '52. C'è un episodio forse molto bello di collaborazione tra i due. Ho detto che secondo me Einaudi riconobbe una leadership perlomeno etica del Croce politicamente impegnato all'indomani della caduta del fascismo. Tramontata la candidatura di Sforza anche se preferita da De Gasperi, lo schieramento quadripartito portò Einaudi al Quirinale. Da presidente della Repubblica Einaudi si trovò ad attuare un aspetto della nostra costituzione, apparentemente minore, ma essenziale per uomini di quella tradizione civile e morale cui appartennero Croce, Einaudi e Gobetti: quella parte della Costituzione sulle istituzioni d’alta cultura, sulla loro individuazione ai fini di un contributo pubblico. Einaudi chiamò Croce e gli disse "fammela tu questa tabella". Un gesto molto coraggioso da parte di Einaudi perché proprio in tema di pubblica istruzione Croce aveva avuto in quel periodo una polemica molto sgradevole. Apparentemente Croce giocava un ruolo molto protervo, perché, a fronte della designazione di Gonella – mi pare che fosse proprio Gonella - al ministero della pubblica istruzione, aveva scritto una letteraccia a De Gasperi che suonava più o meno così: "io tutto posso vedere ma non posso ammettere che un democristiano, un cattolico, vada al ministero della pubblica istruzione". Sappiamo bene che in Croce non poteva esserci la trivialità di un anticlericalismo di giornata, né poteva esserci prima della sperimentazione dei tanti ministri, sottosegretari e direttori generali democristiani avvicendatesi negli anni della repubblica in Viale Trastevere: in Croce, però, ci fu sempre una profonda sensibilità al rapporto e all'equilibrio laici\cattolici nella storia d'Italia. Croce fece riconoscimenti significativi a De Gasperi e questo è importante studiare proprio dal punto di vista dell’impegno politico di Croce in quegli anni; con la morte nel cuore ammise anche apertis verbis che la democrazia cristiana potesse essere il "country party" dell'Italia democratica moderna; però la scuola, luogo e snodo di libertà fondamentali seppur non fondanti - alla luce di quello che si diceva prima per il liberalismo – non poteva essere lasciata alle cure di un democristiano. Einaudi, dunque, si rivolse a Croce per la predisposizione di quella tabella delle istituzioni culturali meritevoli di contributo pubblico. Croce fece questa tabella applicando soluzioni molto ardite e molto intelligenti anche dal punto di vista istituzionale: ad esempio, risolse il problema del dare qualche soldo alle società di storia patria istituzionalizzando l'organo "Giunta centrale per gli studi storici". E’ questo l’episodio di ultima collaborazione tra uno che ormai è presidente della repubblica e l'altro che ormai è nel soliloquio con se stesso ed ha il problema di non farsi trovare dalla morte impigrito e intristito. E' un piccolo episodio ma dal quale emerge con quanto fortissimo senso dello Stato e senso della realtà Einaudi e Croce, in sentieri diversi abbiano vissuto nel modo più degno e più alto le responsabilità di un liberalismo in un'Italia difficilissima. Perché se difficile fu il momento della ricostruzione anche per uomini come Croce ed Einaudi che pure avevano attraversato altri momenti difficilissimi della storia d’Italia, non meno difficile e lacerante per le loro esistenze fu il contrapporsi nel dibattito tra l’essere fedeli a Montesquieu o essere fedeli all'etica della libertà contro il totalitarismo. Per tutte queste ragioni noi oggi evochiamo come mostri sacri del liberalismo Croce, Einaudi e Gobetti, pur con il dolore e gli interrogativi lasciatici dall’essere morto Gobetti in giovane età: Croce ed Einaudi come interpreti dell'ortodossia della classicità; Gobetti per la dimensione ereticale del suo liberalismo. Ma questa è poi una visione un po' distaccata dalla realtà e dai tempi e dalle cose da loro effettivamente attraversate.

Dibattito

... Noi abbiamo il problema di riscrivere in modo credibile delle norme, delle istituzioni. Da questo punto di vista anche io, pur essendo del tutto crociano, posso dire che Carrubba ha ragione nel giudicare il liberalismo, così come fissato nelle pagine di Einaudi che lui leggeva, molto più concreto: per cui sono anche d'accordo nel dire che la storia gli ha dato ragione nel confronto tra liberalismo e totalitarismo comunista. Gli do ragione del tutto se lui però mi concede, o concede a Don Benedetto, un piccolo ma sotto certi aspetti grande segmento, che il problema di assicurare religione e religiosità al liberalismo doveva contemplare anche la possibilità di sfidare il comunismo da posizioni liberali, sapendo che ciò era impossibile. Cioè quell'eresia della libertà che ha sfidato il comunismo nel '56 in Ungheria, ma direi ancora di più nel '68 cecoslovacco dove la sfida della libertà venne portata al comunismo proprio da un comunista, quale era Dubcek. E’ chiaro che dal punto di vista dei fatti Einaudi aveva capito che la logica del comunismo avrebbe travolto drammaticamente la buona fede dei comunisti. Però, dal punto di vista di quella preoccupazione che interessava Croce, cioè salvaguardare il momento dell'ideale nella lotta politica, quella era una preoccupazione giusta. Da questo punto di vista, lo si è detto, Gobetti ed Einaudi ebbero un percorso intellettuale, civile, culturale, famigliare "naturaliter" liberale. Per loro non ci fu quel problema che, invece, ci fu in Croce, del liberalismo come approdo sofferto e tormentato. Croce passò niente di meno che per Hegel, sul quale Popper e il nostro comune amico Antiseri ci hanno detto tutto quello che ci hanno detto. Allora a Croce, che al liberalismo ci arrivò e non vi fu collocato "naturaliter" come Einaudi e come Gobetti e al liberalismo ha portato tutto quello che ha portato, non si poteva chiedere questa abdicazione dell'ideale. Ed è proprio davanti ad una sorta di abdicazione dell’ideale che noi ci troviano oggi. Ha ragione Carrubba a chiedersi come sia possibile convincere l'opinione pubblica dell'opportunità di aderire a Maastricht, quando poi ciò comporta la tassa etcc... E’ un problema effettivo, che dobbiamo porci. Ma dobbiamo porci anche l’altro problema: come è stato possibile che l’idea d'Europa abbia perduto quella forza di richiamo che ha, per esempio, nella conclusione della "Storia d'Europa" di Croce ? Questo è un problema che abbiamo. Bisogna ritrovare una carica ideale dell'europeismo, però una carica ideale dell'europeismo non si trova nella qualunquistica contrapposizione della democrazia alla moneta. Io sono d'accordo con Carrubba che c'è un deficit democratico, però – detto francamente - ho trovato pagliaccesca quella volta che noi italiani facemmo un referendum per dare mandato costituente al Parlamento Europeo. E' chiaro, la storia dell'europeismo è una storia molteplice. Allora poi il vero fallimento della costruzione europea, dal quale non ci siamo mai ripresi, è quello delle armi, dell'esercito comune, del voto contro la CED a palazzo Borbone in Francia, quando Mendes France - era il '54, mi pare - non pose la questione di fiducia. Da allora l'europeismo è quello possibile. Se però fallisse questo europeismo, del quale Carrubba vede tutti i limiti, non ci sarebbe assolutamente nulla da consolarsi in nome dell'ideale.

Consentitemi un'ultima notazione brevissima a Ferrari. E' vero che Gobetti guardò al movimento operaio come riflesso della sua insoddisfazione verso il blocco di conservazione che c'era nella storia del liberalismo organizzato italiano, però il movimento operaio al quale guardò Gobetti è quello vivace ed estroso dei consigli operai gramsciani della Torino e del liceo. Qualche anno prima Salvemini fece una prepotente accusa di conservatorismo oligarchico al movimento operaio organizzato - Gobetti pubblicò quella di Tommaso Fiore - che porta Salvemini a rompere con il socialismo perché, disse, protegge l'interesse dei forti e via dicendo. Dire che Gobetti fu incoerente e Salvemini fu coerente, questa è una sciocchezza. Non è così che si fa la storia. Ho l'impressione, invece, che Gobetti, più che una simpatia per il movimento operaio che pure ebbe, fu animato da un problema che sentì come il problema dei problemi: la classe dirigente dei Croce e degli Einaudi, per i quali ebbe una certa venerazione, non lo soddisfaceva. E' un po' come il giovane Giorgio Amendola - figlio di Giovanni Amendola - nel libro "Una scelta di vita": non aveva nessuna intenzione di diventare comunista, però andò a trovare Croce, andò a trovare Einaudi, andò a trovare Albertini. Uno gli disse "ma come non ti sei fatto ancora uno sbocco alla tua età", un altro gli disse "ma come ...", allora ebbe quella stessa sensazione di insoddisfazione che provò Gobetti. Gobetti, in modo non letterario ma più politico, fin dai tempi di "Energie Nuove" non si identificò con le classi dirigenti del liberalismo, sentì un rapporto di colluttazione interiore nei loro confronti.