Prof. Avv. Vincenzo Ferrari
NOTE PER UN'INIZIATIVA LIBERALE RIFORMATRICE
Intervento al Convegno dei Circoli Liberali Riformisti
Milano, Hotel Andreola,  il 2 giugno 1996.

Sommario

Una riunione inattesa e insperata dopo 26 anni
La legge maggioritaria e la necessità di una scelta
Caratteri strategici della politica liberale nell'Ulivo
Tematiche liberali nell'Ulivo ( e nel Paese)
a) - Il liberalismo è la teoria politica della liberazione umana dai vincoli non giustificati
b) - Il liberalismo ha ispirato e accompagnato la trasformazione degli esseri umani "da sudditi a cittadini"
c) -  Il liberalismo come sistema di regole per la limitazione dei poteri
d) - Le nostre società occidentali: cammino non compiuto; pericolo di regresso
e) - Come rispondere alla crisi delle nostre società occidentali ?
f) -  Il compito delle formazioni liberali per l'Italia

1) Una riunione inattesa e insperata dopo 26 anni

Questa riunione è per me un evento inatteso e insperato. Non voglio indugiare in ricordi personali. Tuttavia, su un piano generale, non posso evitare di ripercorrere in massima sintesi le vicende che hanno interessato il liberalismo organizzato in Italia nell'arco di tempo della generazione cui appartengo con Valerio Zanone e altri qui presenti.

Vi sono state due fasi nella storia recente del movimento liberale.

Tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta si determinò una situazione talmente difficile che proclamare la propria convinzione liberale significava porsi in una condizione marginale nel mondo politico e anche nel mondo intellettuale del nostro paese. In realtà soltanto pochissimi seppero resistere in tale condizione di isolamento. I liberali politicamente impegnati erano una minoranza, in cui predominava un gruppo di conservatori, quasi sempre degni, spesso troppo conservatori per poter essere interpreti della storia che avanzava, in alcuni casi, come quello di Giovanni Malagodi, conservatori più per scelta tattico-strategica che per ispirazione: con tutte le critiche che gli muovemmo, molte delle quali fondate, bisogna riconoscere che Malagodi seppe prevedere con largo anticipo sui tempi, se non altro, alcuni fattori degenerativi della società politica italiana dell'epoca. Vi era poi una pattuglia minuscola di liberali riformatori che proclamavano la loro scelta di sinistra e, da un certo momento in avanti, all'inizio degli anni settanta dichiararono esplicitamente di voler essere ad ogni effetto "la componente liberale della sinistra italiana", nella linea ideale che da Piero Gobetti scendeva, attraverso Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli, sino ad Ernesto Rossi. Io ero fra costoro e condivisi sia pure con amarezza, la scelta scissionista che portò tutto il gruppo cui appartenevo e appartengo, quello di Critica Liberale, fatalmente fuori dal Pli, il giorno successivo alla vittoria nel referendum sul divorzio.

Verso la fine degli anni settanta cambiò il clima. La cultura liberale di origine anglosassone conquistò alcuni intellettuali e cominciò a diffondersi, seppure con risultati ambivalenti. Da un lato favorì una certa rinascita del movimento politico liberale che Valerio Zanone aveva avuto l'abilità di ricollocare dopo decenni alla sinistra della Democrazia Cristiana. Dall'altro lato giovò alla diffusione delle idee liberali e, soprattutto, dell'etichetta liberale, che venne a perdere quella connotazione negativa che aveva avuto nel lessico politico italiano per almeno vent'anni. Sottolineo l'etichetta più che le idee. Infatti del liberalismo divennero interpreti ufficiali persone che, provenendo da altri lidi intellettuali, ne avevano inteso soltanto le regole più elementari e non erano passati attraverso il travaglio subìto da chi, per proclamarsi liberale. si era dovuto confrontare con le durissime critiche mosse dal marxismo, dal solidarismo cattolico e da altre dottrine politiche. Non solo ma di omaggi al liberalismo facevano ormai profusione anche personaggi poco inclini a quei principi di onestà pubblica di cui i liberali si sono sempre fatti obbligo, prima che vanto. Per queste ragioni, nè io nè altri ci facemmo troppo incantare da quella rinascita.

Il risultato di tutto ciò è oggi assai curioso. Il liberalismo sembra davvero essersi diffuso ovunque, secondo l'antica previsione di Benedetto Croce, da Rauti e Fini sino a Bertinotti, passando per Berlusconi, Dini, i cattolici di ogni tendenza Veltroni e D'Alema: non c'è un solo politico che non si dichiari fedele ad alcuni - per lo meno - dei princìpi supremi del liberalismo democratico. Per contro, coloro che direttamente proclamano di essere "liberali" impegnati nella cultura e nella politica dicono spesso cose poco plausibili in rapporto alla tradizione liberale. Ho dovuto polemizzare pubblicamente, sul piano scientifico, con un amico e collega che é divenuto deputato nelle liste di Forza Italia, Giorgio Rebuffa, il quale con il suo fortunato libretto La costituzione impossibile si è guadagnato sulla stampa quotidiana i galloni di costituzionalista "liberale" sostenendo due cose che anche ad orecchi liberali men che smaliziati suonano poco armoniche: primo, che nella storia costituzionale italiana vi è stata "'continuità" fra il regime liberale, quello fascista e quello repubblicano; secondo, che una "piccola maggioranza" può arrogarsi il diritto di fare e disfare a piacimento sul piano governativo, legislativo e, sembra di capire, anche costituzionale Non mi è parso inopportuno opporgli, da un lato, che vi è discontinuità fra un regime di ottimati che garantisce le libertà fondamentali e un regime populista che le sopprime tutte, come pure fra quest'ultimo e un regime democratico che le ripristina ed estende alla generalità dei cittadini; dall'altro lato, che il liberalismo è la dottrina posta da sempre a tutela dei diritti delle minoranze, non delle maggioranze, soprattutto se arroganti, grandi o piccole che siano. Argomenti che hanno trecento anni di vita e che, non dico neppure Malagodi, ma l'intero Pli dei degni conservatori avrebbe fatto propri negli anni più bui.

Vi è quindi un rischio effettivo che in un tale clima culturale quella che è stata esaltata, e da molti vissuta, come la rinascita del pensiero liberale possa arenarsi e perdere di vitalità anche e soprattutto nell'area di sinistra cui apparteniamo e nella quale, duole dire, le posizioni liberali e laiche in genere sono state sin qui inadeguatamente rappresentate, e corrono il rischio di svanire.

2) La legge maggioritaria e la necessità di una scelta

Anche chi è stato per molti anni un convinto proporzionalista deve ammettere che la riforma in senso maggioritario, se non ha esteso - perchè, anzi, pare avere ristretto - le alternative a disposizione degli elettori, ha almeno provocato sommovimenti nel sistema politico e imposto scelte di campo, anche ai liberali.

Molti esponenti riconosciuti del liberalismo politico hanno optato per la destra, secondo una tradizione a tutti nota. Su di loro non mi soffermo, almeno per ora, neppure per chiedermi se si tratti di liberali autentici oppure di orecchianti del liberalismo, oppure ancora di opportunisti. Se dura il governo di centro-sinistra, almeno questi ultimi verranno allo scoperto.

Alcuni liberali, e non di poco conto, hanno optato per la sinistra. Per la pattuglia di cui parlavo poco fa e di cui faccio parte, si è trattato di una scelta antica e ribadita. Per altri, forse la scelta è stata soprattutto necessitata. L'alternativa offerta dalla destra era infatti inaccettabile non soltanto dal punto di vista liberale, ma anche da quello, in senso lato democratico. La morsa preparata da Forza Italia e Alleanza Nazionale era pericolosa al di là delle buone intenzioni dei più ingenui fra i loro rappresentanti. Di fatto, a colpi di "piccole maggioranze" e di referendum orchestrati grazie al monopolio televisivo (che si sarebbe definitivamente esteso al servizio pubblico), si preparava una "riforma" della Costituzione in senso autocratico e cesaristico, con forte limitazione dei poteri del Parlamento, esaltazione di quelli del Governo, sottoposizione della Magistratura al controllo politico, limitazione dei diritti delle minoranze, attenuazione sostanziale dei diritti sociali. Questo panorama veniva presentato come la "novità antipartitocratica" da partiti politici che rappresentavano il peggio del regime repubblicano e - nel caso più fortunato - il meglio di quello precedente, che però tutto era fuorchè liberale e democratico. Partiti politici che nella scorso legislatura (la peggiore della storia repubblicana) avevano già ceduto a tentazioni egemoniche e occupato posti di potere a fini di parte o addirittura personalistici.

Dunque non si poteva scegliere diversamente. E questo ha rappresentato una vera fortuna, perché oggi abbiamo l'opportunità, la prima dopo molti anni, di organizzare davvero "la componente liberale della sinistra italiana".

La coalizione governante - governante quasi per miracolo, mi si lasci dire, se si guarda ai numeri - è oggettivamente composita, anche se per ora meno caotica di quanto le opposizioni vogliano far credere. Il risultato di questo mosaico al governo può essere ottimo, una grande occasione da cogliere soprattutto per forze che hanno sì condizionato la politica precedente, ma non hanno mai direttamente governato. Ma può anche essere qualcosa di molto più modesto. Può essere, per parlarci chiaro fra noi laici, la "Terza Fase" vaticinata da Aldo Moro, cioè l'acquisizione al potere democristiano della vecchia sinistra ex comunista, dunque un'operazione sostanzialmente immobilista, come fu immobilista (salvo nel breve periodo l968-72, con il "disimpegno" del Psi) il centro-sinistra a guida morotea. Non so se vi siano segnali in questa direzione Mi pare che la sinistra Dc, diventata Partito popolare, si sia per ora disimpegnata con lealtà. Ma non si può sottacere il pericolo: in fondo i deputati cattolici eletti nei due schieramenti sono la bellezza di 176 e potrebbero ricostituire domani stesso il gruppo democristiano, come se la Dc avesse vinto, e alla grande, delle elezioni politiche con il sistema proporzionale.

Occorre invece risolvere una volta per tutte quello che Critica liberale, da anni, chiama "il fattore L", cioè la liberalizzazione della cultura politica della sinistra, la sua completa accettazione di alcuni grandi princìpi del liberalismo democratico, che sono patrimonio comune delle società europee. Per questo era indispensabile presentarsi, come liberali, nella veste più aperta e senza riserve mentali all'atto della scelta politica da operare: e lo abbiamo fatto. Per questo, però, è anche necessario e urgente riunire tutti i liberali, democratici, laici, socialisti, che si sono schierati con l'Ulivo, nell'ambito di un movimento che formuli idee, faccia proposte, avanzi critiche in breve costruisca una politica; e al tempo stesso fornisca alla sinistra intera un argine e un'alternativa, se nell'ambito della coalizione dovessero prevalere spinte in senso conservatore.

3) Caratteri strategici della politica liberale nell'Ulivo

Innanzi tutto vorrei precisare con forza che la posizione che dobbiamo assumere non può essere una posizione manichea. Ciò sarebbe in contrasto con i fondamenti di tolleranza e di apertura della teoria liberale. E significa che chiunque abbia optato diversamente, anche per il Polo, può raggiungerci, se lo ritenga opportuno, purché la sua scelta non sia motivata da ragioni strumentali.

Va poi ulteriormente precisato che i liberali e i democratici riuniti stamane non sono soli. Esiste a Milano e altrove una costellazione di gruppi di ispirazione simile alla nostra e questi gruppi, con rispetto della loro identità, vanno ormai riuniti e coordinati. Come accennavo prima, essi dovranno elaborare idee proprie e dibatterle di fronte all'opinione pubblica trovando un'unità tattico-strategica. Non devono, invece, operare e farsi trattare da "cespugli". Questo, come messo in luce da Enzo Marzo nel contributo di Critica liberale ad una riunione romana analoga a questa, è stato sin qui l'errore commesso dai laici schierati con l'Ulivo. Suddivisi in una moltitudine di gruppi e gruppuscoli l'un contro l'altro armato, hanno chiesto seggi in Parlamento senza precisare in nome di quali proposte politiche si facevano avanti. Inevitabilmente sono stati schiacciati. La forza politica si conquista, non si chiede per gentile concessione di chi ce l'ha. Insisto particolarmente su questo punto: non dobbiamo essere una riedizione degli Indipendenti di sinistra nelle liste del Pci. Non disconosco che si tratta comunemente di degnissimi personaggi, capaci di dare un contributo personale di alto valore. Ma non si trattava di un movimento politico.

Occorre quindi fare un censimento di tutti questi gruppi e farsi promotori di una convenzione nazionale che istituisca una struttura, agile e federalistica, ma seriamente operativa di coordinamento. Non posso farne qui un elenco. Alla riunione romana poc'anzi ricordata, erano presenti "Giustizia e libertà", i "Gruppi d'azione repubblicana", il "Partito sardo d'azione", oltre a "Critica liberale", sopravvissuta a mille vicende - fra cui la scomparsa di persone come Cesare Pogliano e Dino Bonzano, che voglio qui ricordare - e ora attiva con rinnovato vigore, un giornale che esce mensilmente, una Fondazione il cui presidente onorario è Norberto Bobbio, un Comitato scientifico che inizierà ad operare. Gli impegni assunti in quella occasione prevedono rapide iniziative. Occorre coordinarsi subito.

Un altro punto, che è al contempo strategico e politico, è il seguente. Noi non possiamo nè dobbiamo essere la destra dell'Ulivo. Non possiamo e non dobbiamo contribuire alla costruzione di un grande centro, che gradualmente escluda la sinistra storica dal governo. Questo disegno, che esiste già e che potrebbe contare sull'appoggio della forte componente ex democristiana di cui si parlava prima non è il nostro. Non siamo nel 1947 e non vogliamo fare la riedizione di Palazzo Barberini.

Siamo invece, e dobbiamo essere, una componente riformatrice, anti-immobilistica, laica, dello schieramento progressista. Di questa componente c'è bisogno. Nella sinistra c'è molta freschezza, ma anche un certo grado di integralismo, di burocratismo, di nostalgia per i sistemi a piramide rovesciata, in cui è il vertice che si sceglie la base. Non vi è sempre adeguata sensibilità verso il nuovo, capacità di rompere alcuni schemi essenziali che bisogna mettere in discussione per non farsi superare dagli eventi. Farò due esempi. La crisi del movimento sindacale negli anni ottanta culminata con i referendum del 1995, non è stata causata soltanto dal riflusso conservatore proprio del periodo, ma anche dalla staticità dello stesso sindacato, che non ha saputo mantenere il livello di creatività del ventennio precedente, quello culminato nello Statuto dei lavoratori, e si è isterilito nella rappresentazione di una realtà che stava radicalmente mutando. La crisi dello stato-nazione, come forma di organizzazione politico-sociale, era già argomento di discussione fra i politologi da almeno vent'anni. La sinistra sembra non essersene accorta e ancor oggi non sa esattamente che cosa contrapporre alle iniziative della Lega, che cade bensì in contraddizione quando in nome della critica allo stato-nazione reclama la formazione dello stato-nazione "padano", ma purtuttavia ha gettato sul tappeto alcuni problemi concreti che la crisi del modello nazionalistico-centralistico poneva armai con assoluta evidenza.

4) Tematiche liberali nell'Ulivo ( e nel Paese)

Non è qui possibile, nè opportuno, addentrarsi nella storia e nella teoria del liberalismo. Poche cose fondamentali vanno però ripetute anche perché si tratta di una riunione in certo modo rifondativa, nella quale è bene confrontarsi su alcuni principi. Espongo questi principi nella maniera più sintetica, scusandomi se potranno apparire sommari.

a) - Il liberalismo è la teoria politica della liberazione umana dai vincoli non giustificati. Sono tali i vincoli non liberamente scelti. Libertà di scelta significa non solo assenza di costrizioni giuridiche, ma effettiva possibilità di scegliere fra alternative disponibili. Perciò il liberalismo è teoria (e pratica) delle libertà negative e delle libertà positive delle "libertà da" è delle "libertà di". Per questo il liberalismo, in quanto teoria della massima possibile libertà, è anche teoria della massima possibile eguaglianza: infatti l'eguaglianza non è altro che il riflesso sociale della libertà. Tutto ciò viene ignorato dai "liberali" dello schieramento opposto, i quali restringono il campo delle libertà alle sole libertà negative: a costoro dobbiamo ricordare che il liberalismo moderno nasce con Locke e prosegue con Stuart Mill e, più tardi, con Marshall, Beveridge, Dahrendorf, Rawls, Berlin, in Italia con Einaudi, Ruffini, Calamandrei, Ernesto Rossi, senza trascurare la tradizione democratico-mazziniana che è parte, ormai, della comune storia della liberaldemocrazia italiana. Non siamo disposti a rinunciare ad alcuna di queste voci e ad arretrare fino al punto di far coincidere il liberalismo con il "liberismo dei possidenti", in cui lo stesso Locke non si sarebbe riconosciuto.

b) - Il liberalismo è la teoria politica che storicamente si e associata:

  • alla secolarizzazione del pensiero, in quanto liberazione dello stesso dal principio di autorità (ferma restando la libertà di ognuno di scegliere, se vuole, un'autorità cui conformare il proprio pensiero);

  • al passaggio da una società di status, in cui le posizioni sociali sono ascritte, a una società basata sul contratto, in cui le posizioni sociali sono scelte;

  • al passaggio da un'economia feudale fondata su vincoli personali, a un'economia di mercato, fondata sulla libera iniziativa e sul profitto lecito;

  • al passaggio da una res publica fondata sul parere che si autolegittima, o vanta una legittimazione dall'alto, a una res publica fondata sul potere legittimato dal basso.

In sintesi, il liberalismo ha ispirato e accompagnato la trasformazione degli esseri umani "da sudditi a cittadini", per citare il titolo del noto libro di Giovanna Zincone.

E' quindi, nel suo nucleo essenziale, la teoria dei limiti posti alla nascita, alla concentrazione e all'esercizio del potere dell'uomo sull'uomo, nella sfera intellettuale, sociale, economica e politica.

c) - Poiché - regola aurea - il potere tende a concentrarsi e a perpetuarsi, accorre un apparato di regole liberamente scelte che ne garantiscano la diffusione, la frantumazione e la temporaneità. ovviamente entro limiti che permettano una relativa stabilità dei rapporti sociali e delle istituzioni.

Queste regole devono tendere:

  • nella sfera intellettuale, a garantire la pluralità delle voci e un'educazione critica, volta soprattutto al rispetto dei metodi di indagine;

  • nella sfera sociale, ad escludere le forme di controllo immotivato da parte dei gruppi sociali (anche la famiglia) sugli individui, e soprattutto le forme di sfruttamento;

  • nella sfera politica, a garantire al tempo stesso una sfera di intangibilità dell'individuo (diritti umani o fondamentali) e la sua possibilità di partecipare ai processi decisionali;

  • nella sfera economica, a impedire la formazione di monopoli e a garantire l'effettiva possibilità di chiunque di entrare nel mercato e di accedere ai beni materiali senza barriere artificiali se non quelle poste dalla liceità dei processi e dalla preservazione della libera concorrenza stessa.

d) - Le nostre società occidentali sono più avanzate delle altre nella realizzazione di questi princìpi di vita civile. Tuttavia da un lato il cammino non è stato compiuto e dall'altro vi sono segni evidenti di regresso.

Cammino non compiuto. Pensiamo a:

  • ricorrenti esplosioni di razzismo e sfruttamento politico dei pregiudizi che vi stanno alla base;

  • emancipazione femminile formale ma non sostanziale, nello famiglia, nella società, nell'economia, nelle professioni;

  • ricorrenti tentativi di imporre autoritativamente una morale, dei costumi, un modo di pensare, una censura;

  • sistemi giuridici e giudiziari non improntati a garantismo; carcerazioni preventive; torture fisiche e psichiche; pena di morte e suo uso politico; incertezza del diritto e casualità delle sanzioni;

  • arroganza del potere politico e amministrativo, sua lontananza dai cittadini;

  • politiche economiche speculative, gestione personalistica dei fondi pubblici, utilizzo del fisco in modo vessatorio e ricattatorio.

Pericolo di regresso. Le nostre società sono poste oggi sotto molteplici sfide:

  • l'integralismo religioso, non soltanto quello islamico (ogni religione ha la sua versione integralista e intollerante, opposta alla versione tollerante e aperta);

  • la concentrazione di potere economico e finanziario nelle mani delle organizzazioni criminali e l'attitudine di queste a trasformarsi, grazie a ciò, in élites multinazionali;

  • la devastazione dell'ambiente, che prosegue a ritmo esponenziale, aggravata dai mutamenti climatici naturali;

  • la concorrenza economica in un mercato globalizzato e al contempo "chiuso", poichè nel mondo non vi è più terra incognita e non vi sono nemmeno più distanze; concorrenza aggravata dal carattere anomico della produzione economica nelle società in via di svilappo;

  • la disoccupazione di massa, soprattutto in rapporto alle aspettative determinate dall'educazione diffusa;

  • le ondate migratorie non controllabili nè filtrabili, con conseguenze

- nel mercato del lavoro, in cui aumentano di pari passo lo sfruttamento e la    disoccupazione;
- nel campo culturale, in cui si oscilla fra l'integrazione e lo scontro;

  • il conflitto fra i diritti umani, che è funzione della loro moltiplicazione e della loro specificazione, e che appare difficilmente mediabile per la natura assolata e la dimensione transnazionale dei diritti stessi, che vulnerano la legittimazione delle autorità politiche tradizionali;

  • la conseguente frantumazione del concetto tradizionale di cittadinanza, associato da tre secoli alla sovranità statale e non ancora ricostruito a partire da un'idea alternativa.

e) - La crisi delle nostre società può prodursi in maniera accelerata, soprattutto quando i paesi emergenti si saranno dotati delle tecnologie che sinora l'Occidente ha monopolizzato.

Come rispondere a questa crisi ?

  • Un modello aperto o chiuso di cittadinanza ?

  • Quale autorità scegliere per dirimere i conflitti fra diritti, a chi delegare il potere normativo ? Scegliere il livello locale, il livello nazionale o il livello sovranazionale ?

  • Se volessimo scegliere il livello sovranazionale, nel nostro caso europeo, attuare politiche civili, economiche e sociali improntate all'apertura o al protezionismo ?

  • Di quali istituzioni dotarsi ? Come equilibrare la necessità di decisioni autorevoli e rapide con la necessità di impedire che il potere decisionale si concentri e si cristallizzi ?

  • Come riordinare gli ordinamenti giuridici, "disordinati" dalla legislazione del Welfare State e soprattotio da quella della sua crisi ? Come garantire un grado accettabile di certezza del diritto pur dovendo adattarsi ad un ritmo di cambiamento che mal si concilia con il concetto tradizionale di legge, come emanazione "pensata" e duratura di un parlamento ?

f) - L'Italia può sembrare l'anello più debole della catena delle società occidentali. In parte è vero, ma soltanto per la debolezza (e le "deviazioni") delle sue istituzioni di fronte alla società (quella civile e quella incivile). Tuttavia non dimentichiamo che si tratta del paese forse più ricco dell'Occidente se si considera la sua ricchezza nascosta e la disponibilità capillare e socialmente diffusa di beni di consumo, cioè la qualità della vita.

In realtà l'Italia sarebbe stata, e sarebbe ancora, un paese-leader se gli italiani fossero più educati politicamente e avessero saputo scegliersi, nel corso di questo secolo e specialmente dal 1922 in poi, dei governanti degni di questo nome.

Compito delle formazioni liberali progressiste è portare in superficie questa ricchezza, far sì che essa generi ricchezza sociale e incanalare quest'ultima nelle vie di un utilizzo regolato, non anomico.

E' loro compito intervenire su ognuna delle grandi questioni dibattute nel paese, formulando proposte di soluzione che partano dai princìpi teorici e ideali che abbiamo ricordato.

Riassumerò, sempre in estrema sintesi, le questioni principali.

  • Liberare il mercato dai vincoli ingiustificati: sono vincoli giustificati, come ricordato poco fa, quelli che mirano ad impedire lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, la devastazione del patrimonio comune, il pregiudizio di beni essenziali come la salute, nonché a preservare le condizioni della libera concorrenza impedendo la formazione di monopoli, anche nel settore privato.

  • Utilizzare le strutture dello Stato in economia allo scopo di eguagliare le condizioni di accesso al mercato e di mitigarne gli squilibrii. Condizionare gli interventi statali ad una politica che sia al contempo di innovazione tecnologica e di occupazione. Ciò significa favorire la moltiplicazione di aziende agili e medio-piccole, ad alto livello tecnologico.

  • Moltiplicare gli interventi statali in favore della salvaguardia ambientale, ricorrendo anche, dov'è possibile, al servizio civile e al c.d. "terzo settore".

  • Rendere più elastico il mercato del lavoro, ponendo mano a una riformulazione del sistema delle garanzie e dei princìpi stessi del diritto del lavoro (la distinzione fra lavoro autonomo e lavoro subordinato va ripensata dalle fondamenta, alla luce delle trasformazioni in corso nei processi lavorativi), secondo modelli di equilibrio, non di deregolazione selvaggia (si possono ammettere forme di lavoro interinale e, al contempo, ridurre gli orari di lavoro; si può incidere sul collocamento obbligatorio se per contro ci si cautela contro le forme di sfruttamento e di neo-caporalato; occorre ridurre il peso degli oneri sociali, ma al contempo lottare duramente contro il lavoro nero anche se travestito da lavoro autonomo, fenomeno oggi dilagante; e via dicendo).

  • Riformare lo Stato in senso federalistico senza inficiarne l'unità storico-culturale, ma coordinando la politica federalistica con la partecipazione del Paese all'Unione Europea: il problema del federalismo è un problema di equilibrii che non si può risolvere senza coordinarsi con l'azione degli altri paesi.

  • Agevolare l'integrazione europea e di democratizzazione dei processi decisionali nell'Unione, senza euroscetticismi di maniera, che sono pura manifestazione di ignoranza, ed invece prestando attenzione effettiva alle decisioni assunte nei summits, a Bruxelles e a Lussemburgo. La presenza italiana nelle istituzioni europee, pur essendo migliorata, è ancora episodica, soprattutto nei livelli intermedi.

  • Riformare le istituzioni politiche nel senso dell'equilibrio dei poteri. Il sistema elettorale maggioritario e il rafforzamento del potere esecutivo si giustificano soltanto in presenza di un forse parlamento, in cui siano adeguatamente rappresentate anche le minoranze: fra i modelli stranieri di riferimento, quello francese è meno raccomandabile di altri, per esempio quello tedesco, perchè indebolisce il parlamento di fronte all'esecutivo senza peraltro impedire il rischio di scontri ciclici fra parlamento, esecutivo e presidenza della Repubblica.

  • Riformare il sistema giuridico, sia nel senso di sfrondarlo e di depurarlo delle contraddizioni, sia nel senso di aggiornarlo nei contenuti e nei metodi (per aggiornamento nei metodi va intesa soprattutto uno diversa configurazione dei rapporti fra le fonti del diritto, con trasferimento di potere normativo a livelli sub-legislativi (diritto dei privati, diritto soft) e locali, ma con rafforzamento dell'autorità statale e delle autorità sovrastatuali nell'esercizio dei poteri normativi loro riconosciuti.

  • Tendere a un diritto penale minimo, posto nuovamente (ma senza sconti) a tutela dei soli valori sociali fondamentali (fra i quali si annoverano anche un'amministrazione pubblica non corrotta e un'azione economica privata non truffaldina e non integrata con la criminalità finanziaria organizzata su larga scala). Tendenzialmente, ripudiare il carcere come forma di pena e soprattutto come mezzo di prevenzione e di acquisizione di prove.

  • Preservare l'indipendenza della Magistratura attuando il principio costituzionale della differenziazione per funzioni (la carriera del PM può essere organizzativamente distaccata da quella di giudice purchè il PM faccia pane dell'Ordine Giudiziario con tutte le guarentigie che ne conseguono e non dipenda, invece, dal potere esecutivo).

  • Far procedere di pari passo la riforma (urgente) del sistema tributario, complicato e vessatorio a limiti grotteschi, con la lotta contro l'evasione, che è la più alta dei paesi sviluppati. E' questa l'iniziativa che più rapidamente può portare al risanamento del deficit di bilancio statale.

  • Affrontare la crisi della giustizia più sul piano dell'ordinamento giudiziario che su quello della riforma dei codici di rito.

  • Garantire la pluralità delle fonti di informazione e l'accesso alle stesse delle minoranze.

  • Difendere le conquiste civili (divorzio, aborto, etc.) ed estenderle rimuovendo la presenza dello Stato laddove siano in gioco pure scelte individuali (il problema delle adozioni da coppie non sposate e da individui singoli, la questione omosessuale etc.).

  • Difendere e rafforzare la scuola pubblica.

  • Riformare a fondo il sistema universitario e della ricerca scientifica, giunto alle soglie del naufragio.

Nessuno di questi obiettivi trascende la nostra portata. Tutti sono in sintonia con le linee generali della politica europea e delle dichiarazioni universali dei diritti. Tutti si ritrovano nella Costituzione vigente che, quindi, non va radicalmente modificata e va invece attuata.