Prof. Avv. Vincenzo Ferrari
GOBETTI: UN LIBERALE A TUTTO CAMPO
Relazione alla tavola rotonda sul tema: "Croce, Einaudi e Gobetti: ciò che li unì e ciò che li divise"
Bergamo, 21 novembre 1996

Qualche commento mi sarebbe sorto spontaneo ascoltando le parole di Compagna e Carrubba. In particolare, le ultime parole di Carrubba potrebbero essere tradotte in una formula detta molto bene da Bobbio: "il liberale privilegia i mezzi, il socialista privilegia i fini". Il liberale non teorizzerebbe mai il principio per cui il fine giustifica i mezzi, perché semmai sono i mezzi che giustificano i fini.

Venendo all'argomento, io mi concentrerò soltanto su Gobetti, come previsto, dicendo in apertura che questo nostro confronto è certamente opportuno. Lo sarebbe stato certamente anche vent’anni fa, ma allora, in fondo, non era sorprendente che ci si trovasse a parlare di questi argomenti. Ora invece la cosa sorprende ed è per questo che, appunto, l’evento è opportuno. Vi offro un dato: lunedì scorso, parlando ai 120-130 studenti della mia classe – primo anno di giurisprudenza – delle teorie del conflitto, rispettivamente marxista e liberale, ho fatto una serie di nomi, e il nome di Marx è l'unico che non è caduto nel vuoto totale. Al nome di Piero Gobetti ho creduto opportuno chiedere esplicitamente se qualcuno ne avesse mai sentito parlare e, come è successo a quel caporale della pubblicità di Repubblica quando chiede ai soldati "qualcuno usa il computer?", ho constatato che, appunto, non si alzava neppure una mano. La cosa è stata sorprendente perché, devo dire, vent'anni fa qualche mano si sarebbe alzata. È un dato significativo e vi è quindi una buona ragione sia per intervenire stasera, sia per dire: facciamoci paladini, soprattutto fra i più giovani, di qualche dato di storia patria che ci consenta di riprendere il discorso uscendo dalle trivialità in cui è caduto il dibattito politico in questo paese.

Dicevo che è particolarmente opportuno parlare di Gobetti e particolarmente di Gobetti liberale, perché si tratta di una di quelle figure che vengono continuamente rimosse dalla scena. I due relatori di questa sera non l'hanno fatto – ne sono loro grato – ma molti sono quelli che lo fanno. Gobetti è stato continuamente rimosso dai pensatori non liberali perché era un ospite assai scomodo, una specie di infiltrato che parlava un linguaggio sconosciuto in un ambiente in cui non si è mai troppo tollerato che si parlassero linguaggi diversi da quello ufficiale. Il nostro era infatti un liberale che parlava di liberalismo per gli operai. Questo, evidentemente, non poteva andar bene ad una mentalità – per dire – come quella di Palmiro Togliatti, incarnazione suprema del principio comunista classico secondo cui il fine giustifica i mezzi, qualunque mezzo. Né poteva andar bene anche ad un altro grande comunista che si è perso nelle nebbie della storia, affondato dai suoi stessi compagni, altro nome che nessuno dei miei studenti conosce: Amadeo Bordiga. Fondatore del Partito Comunista d'Italia, Bordiga spese parole acuminate contro Gobetti, perché un marxista determinista come lui non poteva gradire una voce tanto anomala che si rivolgeva al suo stesso pubblico. C'è stata l'eccezione di Gramsci, lo sappiamo. Gramsci e Gobetti hanno dei noti punti in comune, anche perché hanno in comune l’orientamento crociano, come tante volte si è detto.

Sia però detto una volta di più che Gobetti è stato soprattutto rimosso dai liberali, o meglio da coloro che si definiscono liberali: e ce ne sono tantissimi. Ciò che mi accomuna a Salvatore Carrubba è – credo – il ricordo di un tempo in cui eravamo pochissimi a proclamarci liberali, veramente pochissimi. Non era possibile proclamarsi liberali senza esporsi al rischio del pubblico dileggio. Coloro, poi, che come noi praticavano un liberalismo di minoranza nella minoranza dei liberali ufficiali, soffrivano di un isolamento politico e culturale pressoché completo. Oggi, invece, sono tutti liberali. Anche Bertinotti spezza delle lance, talora, a favore del pensiero liberale. Molte lance spezza Gianfranco Fini, che ha definito Mussolini "il più grande politico italiano del secolo XX". Insomma c'è una totalità di liberali, molti dei quali provengono dalle sedi più impreviste, incredibili e straordinarie. Ho dovuto polemizzare amichevolmente, ma duramente, con un caro collega, il neo-eletto on. Giorgio Rebuffa – ex comunista che proviene dalla Fgci, di cui è stato in tempi passati un rappresentante autorevole in Liguria – perché in un libro che ha fatto il giro d'Italia (La costituzione impossibile, Il Mulino) e che lo ha presentato al mondo come un costituzionalista "liberale" – ma in realtà è uno storico e sociologo del diritto – ha teorizzato cose che a me, come liberale, fanno un po’ venire i brividi. Per esempio, ha teorizzato il principio secondo cui esisterebbe una "continuità storica" tra il regime liberale, il regime fascista e il regime democratico: un’idea, questa, che trova chiare corrispondenze nelle analisi marxiste tradizionali ("liberalismo e fascismo sono le due facce della stessa medaglia", "la Democrazia Cristiana è il nuovo fascismo"), ma che, dal punto di vista della concezione liberale, è paradossale: in termini liberali mi pare che un regime il quale, per dire, proibisce i partiti politici offra un elemento di discontinuità qualitativa di altissimo rilievo rispetto a un regime che semmai soffre un po’ troppo della loro invadenza.

C'è una pletora di questi "liberali". Spesso provengono come Rebuffa da una posizione originaria marxista, come Lucio Colletti, per fare un nobile esempio. Anche costoro dunque rimuovono Gobetti, e per ben chiare ragioni. Hanno scoperto il liberalismo sulla via di Damasco. Con lunghissimo e grandissimo ritardo, si sono appropriati di alcuni elementari principi del liberalismo – per esempio il valore della proprietà privata che venticinque anni prima negavano – dimenticandosi però, solitamente, di tutti gli altri diritti di ispirazione e di formazione liberale. E ce ne sono tanti altri, perché il pensiero liberale da John Locke sino a Thomas H. Marshall ne ha teorizzati una ricca quantità. Il movimento dei diritti fondamentali, di purissima origine liberale, ha raggiunto – si dice – ormai la quinta generazione, e il "liberalismo dei possidenti" appartiene alla prima generazione, quella nobilissima ma pur sempre prima, dei meri diritti civili.

Quello che a me arreca maggior dolore, però, è vedere rimuovere Gobetti da parte di coloro che, sia pure su posizioni diverse da quelle che ho fatto mie nella vita, si sono sempre proclamati, e con ragione, liberali. Un esempio è quella persona degnissima che è Dino Cofrancesco, studioso illustre e serio con cui è sempre assai piacevole confrontarsi. Un altro esempio, tra gli altri, fonte per me di particolare dolore, è quello di Nicola Matteucci, che in fondo dovrebbe sentirsi accomunato a Gobetti proprio dal comune orientamento crociano. Da politologo, Matteucci scrive sul Giornale (quotidiano che esprime gli interessi di un monopolista, contrario quindi alla teoria economica liberale che è, come ben sappiamo, teoria della concorrenza) che "non raccomanderebbe mai a un giovane di leggere Gobetti se volesse farsi una cultura politica". Questo mi pare, purtroppo, un triste esempio di servilismo. Enzo Marzo gli ha risposto per le rime, in un bel saggio su Gobetti, dicendo che Matteucci fa bene a dire così perché i giovani cui si rivolge Il Giornale vengono educati sui testi di Evola piuttosto che su quelli dei pensatori liberali. Sarebbero quindi molto turbati se leggessero Gobetti. Invece, io credo che Gobetti vada, come è stato detto stasera, ricondotto tranquillamente all'alveo liberale, magari tenendo conto degli ardori giovanili di un giovane di ventiquattro-venticinque anni: ma in fondo neppure tanto, perché se leggiamo Gobetti attentamente come abbiamo fatto un po’ tutti negli anni della gioventù, ci imbattiamo in una persona straordinariamente più lucida, razionale, rigorosa, dei giovani della sua età. Ci sono in Gobetti, certo, ardori giovanili, come ci sono anche prese di posizione romantiche, talvolta, ma fondamentalmente il pensiero di Gobetti è di una sorprendente e razionale maturità.

Gobetti è liberale in tutti i sensi della parola. È liberale nella pratica e nella teorizzazione di quelle libertà che possiamo ritenere estensibili illimitatamente, come la libertà di coscienza: quelle libertà che possono estendersi all'infinito perché non urtano contro le libertà altrui. Estendendo al massimo la mia libertà di coscienza non violo né limito la libertà di coscienza del mio vicino. In questo senso Gobetti è liberale nel senso crociano della parola, nel senso della religione della libertà. È liberale nel senso della libertà intesa come principio fondativo di tutti gli altri principi che sovrintendono all’agire umano. È poi liberale anche per quanto riguarda le libertà non estensibili, quelle tante libertà che non possono estendersi all'infinito senza interferire nelle libertà altrui. Non posso sospingere la mia libertà di parola, per citare l’esempio più nobile, fino a diffamare la persona di cui parlo. Così pure, in un ambiente di risorse scarse, non posso estendere senza limiti la mia libertà di appropriarmi di beni materiali, se non appropriandomi di beni che potrebbero servire e spettare ad altri. Questa è la ragione fondamentale per cui libertà ed uguaglianza devono essere coordinate e in fondo sono, in teoria, la stessa cosa: l'unico modo sensato di stabilire una linea di demarcazione tra due soggetti che desiderino entrambi estendere al massimo libertà di questa natura è tracciare una linea mediana tra loro, trattarli in modo eguale.

Sotto questo profilo Gobetti è un liberale "milliano". John Stuart Mill è un personaggio che si dimentica continuamente. In questi anni di orgia liberale, o meglio liberistica, non ho mai udito un riferimento a Stuart Mill. Ora, Mill è l'autore di una teorizzazione liberale che va oltre il famoso saggio Sulla Libertà, ben noto a Piero Gobetti. I principi economici liberali di Stuart Mill si ritrovano per esempio in quei Principles of Political Economy, ai quali si riferirà Luigi Einaudi nell’affrontare una serie di problemi tra cui – ricordo sempre – quelli della tassazione delle successioni mortis causa: un argomento che Einaudi tratta con una severità al cui confronto la tassa sull'Europa di cui udiamo parlare in questi giorni fa quasi sorridere.

Gobetti è poi liberale anche per quello che riguarda le libertà economiche. Su questo punto occorre essere molto chiari. Scambiare Gobetti per un autore cripto-marxista, come sembra suggerire Matteucci, è assolutamente non rispettoso della verità storica, rilevabile dall’opera dell’autore e da ciò che egli scrive su La Rivoluzione liberale. Gobetti è strettamente collegato a Luigi Einaudi. Traduce, e trasforma in una concezione parzialmente diversa, l'insegnamento liberale e liberistico di Luigi Einaudi – Carrubba l'ha espresso molto bene – cioè la teoria normativa del mercato. Ricordo a questo proposito ciò che diceva Giovanni Malagodi (nella galleria dei liberali credo sarebbe anche il caso di occuparsi oggi dello stesso Malagodi, soprattutto delle sue aperture negli ultimi anni prima della scomparsa). Il mercato, diceva Malagodi, "va reso libero", e poi mantenuto libero. Ma rendere e mantenere libero il mercato esige un apparato di regole e di modalità applicative, volto non soltanto ad impedire l'eccessiva interferenza dello Stato – alcune interferenze dello Stato non possono essere evitate –, ma anche, sostanzialmente, ad impedire la formazione di quel regime che è opposto al regime di libero mercato, cioè il regime di monopolio economico. E dunque, constatare che l'orgia di "liberalismo" da cui siamo sommersi si confonde di fatto con gli interessi privati di un monopolista, per giunta un monopolista dell’informazione, non è oggi una cosa edificante. Lo dico freddamente, da teorico, perché in fondo le passioni politiche sono ormai talmente spente che non posso parlare che in questa veste accademica.

Vediamo brevemente i caratteri della concezione liberale di Gobetti. Mi pare che essa si caratterizzi per l'uso di un metodo critico fondato sull'intransigenza morale. Questo genere di critica viene rivolto da Gobetti essenzialmente contro il moderatismo politico. La sua è una critica antimoderata che lo conduce anche a commettere taluni errori di prospettiva. Per esempio, Gobetti non comprende fino in fondo alcune buone ragioni del socialismo riformistico, quelle che sono state, se vogliamo, anche le buone ragioni del liberalismo giolittiano e di tutto quello schieramento che, per esempio, non avrebbe voluto intervenire nella prima guerra mondiale ed invece è stato costretto a fare la guerra a causa della santa alleanza tra le ali estreme dello schieramento politico italiano. La battaglia contro il moderatismo ha portato Gobetti, talvolta, a non vedere esattamente quanto c'era di buono e innovativo anche in questo ambiente politico.

Ma la critica intransigente antimoderata di Gobetti è anche stata straordinariamente fertile, perché nel blocco moderato egli ha visto con lucidità ciò che è stato ben detto dai colleghi che mi hanno preceduto e che non ho, quindi, bisogno di ripetere in dettaglio. Valga soltanto il riferimento al Risorgimento senza eroi.

Gobetti muove alla borghesia italiana una critica che possiamo definire interna, mirante a denunciare le disarmonie tra premesse e conseguenze, tra proclamazioni di principi, liberali nella fattispecie, e applicazioni concrete. Una critica, soprattutto, rivolta contro quella concezione immobilistica che si traduce nella "eterna vocazione italiana al riposo": vizio di cui Mussolini sarà, ci dice Gobetti, il massimo interprete. Contro la vocazione al riposo, e in piena sintonia con Einaudi, Gobetti proclama il valore della lotta, e questo è profondamente liberale, molto più tipicamente liberale di quanto non sia marxista. Ricordiamo che la concezione marxista rappresenta la storia come un movimento caratterizzato bensì da lotte di classe, ma indirizzato purtuttavia alla costruzione "ineluttabile" di una società integrata, senza classi e senza conflitto. Invece il liberale, da Locke a Dahrendorf, vi dirà sempre che un fatto è ineliminabile in qualunque società: il conflitto. Questo è il punto che porta Gobetti – vedremo poi se con un errore di prospettiva o no – ad assumere le sue note posizioni nei confronti del movimento operaio. Di fronte ad una borghesia che presenta questi caratteri di immobilità, di fronte al blocco moderato, Gobetti individua nella classe operaia – che i liberali chiamerebbero oggi un ceto emergente – l'interprete di quel particolare momento storico, il protagonista di un progetto di rinnovamento sociale fondato sulle libertà. Questo è quello che vede Gobetti, formulando una previsione storica "debole" in quanto priva di carattere profetico. Vede giusto o vede sbagliato? Secondo me, in parte giusto e in parte sbagliato.

Innanzitutto si dovrà considerare, dal punto di vista del metodo e dei concetti, che il riferimento teorico di Gobetti è liberale e non marxista, anche se gli operai della Torino degli anni fra il ‘19 e il ‘21 sventolavano la bandiera rossa nelle fabbriche occupate. È, precisamente, un riferimento elitistico. Infatti le opere dedicate alle teorie elitistiche, se sono buone, dedicano a Gobetti almeno un capitolo in quanto "elitista di sinistra". Ebbene, la teoria elitistica Gobetti l'ha appresa da Gaetano Mosca, professore di diritto costituzionale e autore della teoria della classe politica e della formula politica. Negli stessi anni opera Vilfredo Pareto che teorizza un concetto simile, la circolazione delle élites. Sono autori che assumono posizioni politiche conservatrici, diverse da quelle di Gobetti, ma che ugualmente spezzano la dicotomia della visione marxista del conflitto, secondo la quale ci sono soltanto, l’un contro l’altra armati, il proletariato e la borghesia. Nella visione, chiamiamola pure operaistica se vogliamo, di Piero Gobetti, non c'è nulla che si richiami alla lotta di classe nel senso marxista del termine, né alla costruzione di una società fondata sulla dittatura del proletariato in transizione verso un'ipotetica società senza classi, né all'idea di uno Stato burocratico che avochi a sé tutti i poteri economici e politici, cioè uno Stato monopolista e dirigista. E dunque, parlare di criptocomunismo nei confronti di questa dottrina è palesemente fuori luogo.

Se poi Gobetti abbia visto giusto o sbagliato nella sua previsione storica, come ho detto poco fa, è questione aperta. A mio modo di vedere, il movimento operaio, quello italiano in particolare, ha interpretato per molto tempo e sotto molti profili un ruolo decisamente innovatore. Ricordo che un grande autore, che ascriverei al pensiero liberale più che a quello socialista, Otto Kahn-Freund, ebreo tedesco che si è rifugiato in Inghilterra per sfuggire alle persecuzioni naziste e oltre Manica ha niente meno che fondato, si può ben dire, il diritto del lavoro inglese, parlava dello "Statuto dei lavoratori" italiano come del "massimo strumento di tutela liberale dei lavoratori che si sia visto in qualunque luogo". E quello fu uno strumento certamente innovatore, propiziato da lotte sindacali che non sarebbero dispiaciute a Gobetti. Questo ruolo innovativo del movimento operaio, tuttavia, si è molto affievolito e non soltanto perché la classe operaia si sia così fortemente ridotta in termini percentuali. Da da una ventina d'anni la sua influenza è rifluita drammaticamente. Di fatto, vediamo oggi il movimento sindacale erigersi a tutela di un sistema di relazioni industriali che sta scomparendo, il sistema del lavoro subordinato concentrato, a tempo indeterminato, supergarantito, tayloristico, protetto in tutte le sue articolazioni e manifestazioni; ed in compenso ignorare che accanto a questo lavoro c'è un mare magnum di lavoro spezzettato, decentrato, e purtroppo nero o trasferito nel Terzo e nel Quarto mondo (dovè, ovviamente, non meno nero). A parole il sindacato dichiara di conoscere queste realtà, ma alla resa dei conti favorisce, come si dice spesso, gli insiders a tutto svantaggio degli outsiders. Ciò dispiace se si ricorda la creatività che caratterizzava molte proposte del movimento operaio di venti, trenta, cinquant'anni fa. Diciamo pure che negli ultimi vent'anni il sindacato in Italia ha svolto oggettivamente un ruolo conservatore, per quanto a me pare.

Termino questo intervento ponendomi un problema, che va alla radice del nostro dibattito. Gobetti è stato continuamente accostato a Benedetto Croce, come lo è stato anche Gramsci: sono quegli autori che hanno assorbito sino in fondo la grande lezione crociana, che è estremamente suggestiva e articolata. Compagna ha ricordato poco fa il distacco con cui Croce guardava al diritto. Vorrei qui osservare incidentalmente che, pur con questo distacco, Croce è riuscito a fare una cosa straordinaria, lui antisociologo (ma in realtà era un antisociologo che per primo ha suggerito di pubblicare Max Weber in Italia), allorché ha ricondotto il diritto alla sfera dell'economia ponendo le basi per un'analisi non formalista del diritto, non lontana da quella sociologica. La lezione di Croce, anche per chi non voglia accettare i presupposti idealistici del suo pensiero, è stata talmente preponderante che tutti ne hanno risentito. E Gobetti in modo particolare. Qui però vorrei sottolineare un punto che da sempre mi sta a cuore: che tipo di idealismo è quello di Gobetti? A me pare che sia, mi si perdoni l'ossimoro, un idealismo realistico o, se vogliamo, deontico. Non è infatti l'idealismo del filosofo puro che, muovendo dal suo punto di vista gnoseologico, ritiene che la realtà non solo debba essere conosciuta e spiegata a partire dal concetto pensato, ma che altresì aderisca al concetto astratto, e su questa base pretende con superbia di descrivere il futuro che "certamente" verrà. Piuttosto, quello di Gobetti mi pare l’idealismo di chi rivendica la necessità – etica – che alla proclamazione dei principi faccia seguito una coerente applicazione dei medesimi, un'azione concreta non contrastante. Ora, se questo modo di pensare sia idealistico o no, può essere persino dubbio: in fondo è poi lo stesso modo di ragionare dei giusnaturalisti d'ispirazione liberale, o del giovane Marx, il Marx, per così dire, "premarxista" che denunciava il distacco della prassi dai principi. È il metodo che consiste nella comparazione della realtà concreta ad un modello ideale che funge da guida dell’azione: ed è questo il metodo al quale tanto Gobetti quanto Einaudi prestano grande attenzione. Se si legge Gobetti, vi si trovano pagine di lucidissimo realismo. Quello che Gobetti rifiuta è infatti il "falso realismo", il realismo mistificante che occulta la percezione della realtà: e con esso, "l’idolatria del fatto compiuto", che giustifica tale occultamento e il tradimento del modello-guida. Ciò, a parer mio, colloca Gobetti metaforicamente fra Croce ed Einaudi sul piano del metodo oltre che, come è stato detto prima di me, su una posizione diversa da entrambi nell’orientamento politico concreto: orientamento, come ha ricordato Carrubba, si è chiuso a venticinque anni. Ora, se penso, io che valgo infinitamente meno di Gobetti, quante cose sono cambiate nella mia mente dai venticinque anni sino agli attuali cinquantacinque avanzati, credo che non sia neppure serio porsi il quesito di che cosa sarebbe diventato nell’arena politica di oggi. Non lo so, francamente. L'unica cosa di cui posso dirmi sicuro, per quanto abbia molto amato Sandro Pertini che avanzò questa ipotesi durante la sua visita alla tomba parigina del "Père Lachaise", è che Gobetti non sarebbe diventato "repubblicano", nel senso formale del Pri. Anche se quell'eredità di pensiero democratico era ed è comune a spiriti di grande nobiltà, non credo proprio che fosse sulla stessa lunghezza d'onda di Gobetti.

È tutto ! Grazie.