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Qualche
commento mi sarebbe sorto spontaneo ascoltando le parole di Compagna e
Carrubba. In particolare, le ultime parole di Carrubba potrebbero essere
tradotte in una formula detta molto bene da Bobbio: "il liberale
privilegia i mezzi, il socialista privilegia i fini". Il liberale non
teorizzerebbe mai il principio per cui il fine giustifica i mezzi, perché
semmai sono i mezzi che giustificano i fini.
Venendo
all'argomento, io mi concentrerò soltanto su Gobetti, come previsto,
dicendo in apertura che questo nostro confronto è certamente opportuno.
Lo sarebbe stato certamente anche vent’anni fa, ma allora, in fondo, non
era sorprendente che ci si trovasse a parlare di questi argomenti. Ora
invece la cosa sorprende ed è per questo che, appunto, l’evento è
opportuno. Vi offro un dato: lunedì scorso, parlando ai 120-130 studenti
della mia classe – primo anno di giurisprudenza – delle teorie del
conflitto, rispettivamente marxista e liberale, ho fatto una serie di
nomi, e il nome di Marx è l'unico che non è caduto nel vuoto totale. Al
nome di Piero Gobetti ho creduto opportuno chiedere esplicitamente se
qualcuno ne avesse mai sentito parlare e, come è successo a quel caporale
della pubblicità di Repubblica quando chiede ai soldati
"qualcuno usa il computer?", ho constatato che, appunto, non si
alzava neppure una mano. La cosa è stata sorprendente perché, devo dire,
vent'anni fa qualche mano si sarebbe alzata. È un dato significativo e vi
è quindi una buona ragione sia per intervenire stasera, sia per dire:
facciamoci paladini, soprattutto fra i più giovani, di qualche dato di
storia patria che ci consenta di riprendere il discorso uscendo dalle
trivialità in cui è caduto il dibattito politico in questo paese.
Dicevo
che è particolarmente opportuno parlare di Gobetti e particolarmente di
Gobetti liberale, perché si tratta di una di quelle figure che vengono
continuamente rimosse dalla scena. I due relatori di questa sera non
l'hanno fatto – ne sono loro grato – ma molti sono quelli che lo
fanno. Gobetti è stato continuamente rimosso dai pensatori non liberali
perché era un ospite assai scomodo, una specie di infiltrato che parlava
un linguaggio sconosciuto in un ambiente in cui non si è mai troppo
tollerato che si parlassero linguaggi diversi da quello ufficiale. Il
nostro era infatti un liberale che parlava di liberalismo per gli operai.
Questo, evidentemente, non poteva andar bene ad una mentalità – per
dire – come quella di Palmiro Togliatti, incarnazione suprema del
principio comunista classico secondo cui il fine giustifica i mezzi,
qualunque mezzo. Né poteva andar bene anche ad un altro grande comunista
che si è perso nelle nebbie della storia, affondato dai suoi stessi
compagni, altro nome che nessuno dei miei studenti conosce: Amadeo Bordiga.
Fondatore del Partito Comunista d'Italia, Bordiga spese parole acuminate
contro Gobetti, perché un marxista determinista come lui non poteva
gradire una voce tanto anomala che si rivolgeva al suo stesso pubblico.
C'è stata l'eccezione di Gramsci, lo sappiamo. Gramsci e Gobetti hanno
dei noti punti in comune, anche perché hanno in comune l’orientamento
crociano, come tante volte si è detto.
Sia
però detto una volta di più che Gobetti è stato soprattutto rimosso dai
liberali, o meglio da coloro che si definiscono liberali: e ce ne sono
tantissimi. Ciò che mi accomuna a Salvatore Carrubba è – credo – il
ricordo di un tempo in cui eravamo pochissimi a proclamarci liberali,
veramente pochissimi. Non era possibile proclamarsi liberali senza esporsi
al rischio del pubblico dileggio. Coloro, poi, che come noi praticavano un
liberalismo di minoranza nella minoranza dei liberali ufficiali,
soffrivano di un isolamento politico e culturale pressoché completo.
Oggi, invece, sono tutti liberali. Anche Bertinotti spezza delle lance,
talora, a favore del pensiero liberale. Molte lance spezza Gianfranco
Fini, che ha definito Mussolini "il più grande politico italiano del
secolo XX". Insomma c'è una totalità di liberali, molti dei quali
provengono dalle sedi più impreviste, incredibili e straordinarie. Ho
dovuto polemizzare amichevolmente, ma duramente, con un caro collega, il
neo-eletto on. Giorgio Rebuffa – ex comunista che proviene dalla Fgci,
di cui è stato in tempi passati un rappresentante autorevole in Liguria
– perché in un libro che ha fatto il giro d'Italia (La costituzione
impossibile, Il Mulino) e che lo ha presentato al mondo come un
costituzionalista "liberale" – ma in realtà è uno storico e
sociologo del diritto – ha teorizzato cose che a me, come liberale,
fanno un po’ venire i brividi. Per esempio, ha teorizzato il principio
secondo cui esisterebbe una "continuità storica" tra il regime
liberale, il regime fascista e il regime democratico: un’idea, questa,
che trova chiare corrispondenze nelle analisi marxiste tradizionali
("liberalismo e fascismo sono le due facce della stessa
medaglia", "la Democrazia Cristiana è il nuovo fascismo"),
ma che, dal punto di vista della concezione liberale, è paradossale: in
termini liberali mi pare che un regime il quale, per dire, proibisce i
partiti politici offra un elemento di discontinuità qualitativa di
altissimo rilievo rispetto a un regime che semmai soffre un po’ troppo
della loro invadenza.
C'è
una pletora di questi "liberali". Spesso provengono come Rebuffa
da una posizione originaria marxista, come Lucio Colletti, per fare un
nobile esempio. Anche costoro dunque rimuovono Gobetti, e per ben chiare
ragioni. Hanno scoperto il liberalismo sulla via di Damasco. Con
lunghissimo e grandissimo ritardo, si sono appropriati di alcuni
elementari principi del liberalismo – per esempio il valore della
proprietà privata che venticinque anni prima negavano – dimenticandosi
però, solitamente, di tutti gli altri diritti di ispirazione e di
formazione liberale. E ce ne sono tanti altri, perché il pensiero
liberale da John Locke sino a Thomas H. Marshall ne ha teorizzati una
ricca quantità. Il movimento dei diritti fondamentali, di purissima
origine liberale, ha raggiunto – si dice – ormai la quinta
generazione, e il "liberalismo dei possidenti" appartiene alla
prima generazione, quella nobilissima ma pur sempre prima, dei meri
diritti civili.
Quello
che a me arreca maggior dolore, però, è vedere rimuovere Gobetti da
parte di coloro che, sia pure su posizioni diverse da quelle che ho fatto
mie nella vita, si sono sempre proclamati, e con ragione, liberali. Un
esempio è quella persona degnissima che è Dino Cofrancesco, studioso
illustre e serio con cui è sempre assai piacevole confrontarsi. Un altro
esempio, tra gli altri, fonte per me di particolare dolore, è quello di
Nicola Matteucci, che in fondo dovrebbe sentirsi accomunato a Gobetti
proprio dal comune orientamento crociano. Da politologo, Matteucci scrive
sul Giornale (quotidiano che esprime gli interessi di un
monopolista, contrario quindi alla teoria economica liberale che è, come
ben sappiamo, teoria della concorrenza) che "non raccomanderebbe mai
a un giovane di leggere Gobetti se volesse farsi una cultura
politica". Questo mi pare, purtroppo, un triste esempio di
servilismo. Enzo Marzo gli ha risposto per le rime, in un bel saggio su
Gobetti, dicendo che Matteucci fa bene a dire così perché i giovani cui
si rivolge Il Giornale vengono educati sui testi di Evola piuttosto
che su quelli dei pensatori liberali. Sarebbero quindi molto turbati se
leggessero Gobetti. Invece, io credo che Gobetti vada, come è stato detto
stasera, ricondotto tranquillamente all'alveo liberale, magari tenendo
conto degli ardori giovanili di un giovane di ventiquattro-venticinque
anni: ma in fondo neppure tanto, perché se leggiamo Gobetti attentamente
come abbiamo fatto un po’ tutti negli anni della gioventù, ci
imbattiamo in una persona straordinariamente più lucida, razionale,
rigorosa, dei giovani della sua età. Ci sono in Gobetti, certo, ardori
giovanili, come ci sono anche prese di posizione romantiche, talvolta, ma
fondamentalmente il pensiero di Gobetti è di una sorprendente e razionale
maturità.
Gobetti
è liberale in tutti i sensi della parola. È liberale nella pratica e
nella teorizzazione di quelle libertà che possiamo ritenere estensibili
illimitatamente, come la libertà di coscienza: quelle libertà che
possono estendersi all'infinito perché non urtano contro le libertà
altrui. Estendendo al massimo la mia libertà di coscienza non violo né
limito la libertà di coscienza del mio vicino. In questo senso Gobetti è
liberale nel senso crociano della parola, nel senso della religione della
libertà. È liberale nel senso della libertà intesa come principio
fondativo di tutti gli altri principi che sovrintendono all’agire umano.
È poi liberale anche per quanto riguarda le libertà non estensibili,
quelle tante libertà che non possono estendersi all'infinito senza
interferire nelle libertà altrui. Non posso sospingere la mia libertà di
parola, per citare l’esempio più nobile, fino a diffamare la persona di
cui parlo. Così pure, in un ambiente di risorse scarse, non posso
estendere senza limiti la mia libertà di appropriarmi di beni materiali,
se non appropriandomi di beni che potrebbero servire e spettare ad altri.
Questa è la ragione fondamentale per cui libertà ed uguaglianza devono
essere coordinate e in fondo sono, in teoria, la stessa cosa: l'unico modo
sensato di stabilire una linea di demarcazione tra due soggetti che
desiderino entrambi estendere al massimo libertà di questa natura è
tracciare una linea mediana tra loro, trattarli in modo eguale.
Sotto
questo profilo Gobetti è un liberale "milliano". John Stuart
Mill è un personaggio che si dimentica continuamente. In questi anni di
orgia liberale, o meglio liberistica, non ho mai udito un riferimento a
Stuart Mill. Ora, Mill è l'autore di una teorizzazione liberale che va
oltre il famoso saggio Sulla Libertà, ben noto a Piero Gobetti. I
principi economici liberali di Stuart Mill si ritrovano per esempio in
quei Principles of Political Economy, ai quali si riferirà Luigi
Einaudi nell’affrontare una serie di problemi tra cui – ricordo sempre
– quelli della tassazione delle successioni mortis causa: un
argomento che Einaudi tratta con una severità al cui confronto la tassa
sull'Europa di cui udiamo parlare in questi giorni fa quasi sorridere.
Gobetti
è poi liberale anche per quello che riguarda le libertà economiche. Su
questo punto occorre essere molto chiari. Scambiare Gobetti per un autore
cripto-marxista, come sembra suggerire Matteucci, è assolutamente non
rispettoso della verità storica, rilevabile dall’opera dell’autore e
da ciò che egli scrive su La Rivoluzione liberale. Gobetti è
strettamente collegato a Luigi Einaudi. Traduce, e trasforma in una
concezione parzialmente diversa, l'insegnamento liberale e liberistico di
Luigi Einaudi – Carrubba l'ha espresso molto bene – cioè la teoria
normativa del mercato. Ricordo a questo proposito ciò che diceva Giovanni
Malagodi (nella galleria dei liberali credo sarebbe anche il caso di
occuparsi oggi dello stesso Malagodi, soprattutto delle sue aperture negli
ultimi anni prima della scomparsa). Il mercato, diceva Malagodi, "va
reso libero", e poi mantenuto libero. Ma rendere e mantenere libero
il mercato esige un apparato di regole e di modalità applicative, volto
non soltanto ad impedire l'eccessiva interferenza dello Stato – alcune
interferenze dello Stato non possono essere evitate –, ma anche,
sostanzialmente, ad impedire la formazione di quel regime che è opposto
al regime di libero mercato, cioè il regime di monopolio economico. E
dunque, constatare che l'orgia di "liberalismo" da cui siamo
sommersi si confonde di fatto con gli interessi privati di un monopolista,
per giunta un monopolista dell’informazione, non è oggi una cosa
edificante. Lo dico freddamente, da teorico, perché in fondo le passioni
politiche sono ormai talmente spente che non posso parlare che in questa
veste accademica.
Vediamo
brevemente i caratteri della concezione liberale di Gobetti. Mi pare che
essa si caratterizzi per l'uso di un metodo critico fondato
sull'intransigenza morale. Questo genere di critica viene rivolto da
Gobetti essenzialmente contro il moderatismo politico. La sua è una
critica antimoderata che lo conduce anche a commettere taluni errori di
prospettiva. Per esempio, Gobetti non comprende fino in fondo alcune buone
ragioni del socialismo riformistico, quelle che sono state, se vogliamo,
anche le buone ragioni del liberalismo giolittiano e di tutto quello
schieramento che, per esempio, non avrebbe voluto intervenire nella prima
guerra mondiale ed invece è stato costretto a fare la guerra a causa
della santa alleanza tra le ali estreme dello schieramento politico
italiano. La battaglia contro il moderatismo ha portato Gobetti, talvolta,
a non vedere esattamente quanto c'era di buono e innovativo anche in
questo ambiente politico.
Ma
la critica intransigente antimoderata di Gobetti è anche stata
straordinariamente fertile, perché nel blocco moderato egli ha visto con
lucidità ciò che è stato ben detto dai colleghi che mi hanno preceduto
e che non ho, quindi, bisogno di ripetere in dettaglio. Valga soltanto il
riferimento al Risorgimento senza eroi.
Gobetti
muove alla borghesia italiana una critica che possiamo definire interna,
mirante a denunciare le disarmonie tra premesse e conseguenze, tra
proclamazioni di principi, liberali nella fattispecie, e applicazioni
concrete. Una critica, soprattutto, rivolta contro quella concezione
immobilistica che si traduce nella "eterna vocazione italiana al
riposo": vizio di cui Mussolini sarà, ci dice Gobetti, il massimo
interprete. Contro la vocazione al riposo, e in piena sintonia con Einaudi,
Gobetti proclama il valore della lotta, e questo è profondamente
liberale, molto più tipicamente liberale di quanto non sia marxista.
Ricordiamo che la concezione marxista rappresenta la storia come un
movimento caratterizzato bensì da lotte di classe, ma indirizzato
purtuttavia alla costruzione "ineluttabile" di una società
integrata, senza classi e senza conflitto. Invece il liberale, da Locke a
Dahrendorf, vi dirà sempre che un fatto è ineliminabile in qualunque
società: il conflitto. Questo è il punto che porta Gobetti – vedremo
poi se con un errore di prospettiva o no – ad assumere le sue note
posizioni nei confronti del movimento operaio. Di fronte ad una borghesia
che presenta questi caratteri di immobilità, di fronte al blocco
moderato, Gobetti individua nella classe operaia – che i liberali
chiamerebbero oggi un ceto emergente – l'interprete di quel particolare
momento storico, il protagonista di un progetto di rinnovamento sociale
fondato sulle libertà. Questo è quello che vede Gobetti, formulando una
previsione storica "debole" in quanto priva di carattere
profetico. Vede giusto o vede sbagliato? Secondo me, in parte giusto e in
parte sbagliato.
Innanzitutto
si dovrà considerare, dal punto di vista del metodo e dei concetti, che
il riferimento teorico di Gobetti è liberale e non marxista, anche se gli
operai della Torino degli anni fra il ‘19 e il ‘21 sventolavano la
bandiera rossa nelle fabbriche occupate. È, precisamente, un riferimento
elitistico. Infatti le opere dedicate alle teorie elitistiche, se sono
buone, dedicano a Gobetti almeno un capitolo in quanto "elitista di
sinistra". Ebbene, la teoria elitistica Gobetti l'ha appresa da
Gaetano Mosca, professore di diritto costituzionale e autore della teoria
della classe politica e della formula politica. Negli stessi anni opera
Vilfredo Pareto che teorizza un concetto simile, la circolazione delle élites.
Sono autori che assumono posizioni politiche conservatrici, diverse da
quelle di Gobetti, ma che ugualmente spezzano la dicotomia della visione
marxista del conflitto, secondo la quale ci sono soltanto, l’un contro l’altra
armati, il proletariato e la borghesia. Nella visione, chiamiamola pure
operaistica se vogliamo, di Piero Gobetti, non c'è nulla che si richiami
alla lotta di classe nel senso marxista del termine, né alla costruzione
di una società fondata sulla dittatura del proletariato in transizione
verso un'ipotetica società senza classi, né all'idea di uno Stato
burocratico che avochi a sé tutti i poteri economici e politici, cioè
uno Stato monopolista e dirigista. E dunque, parlare di criptocomunismo
nei confronti di questa dottrina è palesemente fuori luogo.
Se
poi Gobetti abbia visto giusto o sbagliato nella sua previsione storica,
come ho detto poco fa, è questione aperta. A mio modo di vedere, il
movimento operaio, quello italiano in particolare, ha interpretato per
molto tempo e sotto molti profili un ruolo decisamente innovatore. Ricordo
che un grande autore, che ascriverei al pensiero liberale più che a
quello socialista, Otto Kahn-Freund, ebreo tedesco che si è rifugiato in
Inghilterra per sfuggire alle persecuzioni naziste e oltre Manica ha
niente meno che fondato, si può ben dire, il diritto del lavoro inglese,
parlava dello "Statuto dei lavoratori" italiano come del
"massimo strumento di tutela liberale dei lavoratori che si sia visto
in qualunque luogo". E quello fu uno strumento certamente innovatore,
propiziato da lotte sindacali che non sarebbero dispiaciute a Gobetti.
Questo ruolo innovativo del movimento operaio, tuttavia, si è molto
affievolito e non soltanto perché la classe operaia si sia così
fortemente ridotta in termini percentuali. Da da una ventina d'anni la sua
influenza è rifluita drammaticamente. Di fatto, vediamo oggi il movimento
sindacale erigersi a tutela di un sistema di relazioni industriali che sta
scomparendo, il sistema del lavoro subordinato concentrato, a tempo
indeterminato, supergarantito, tayloristico, protetto in tutte le sue
articolazioni e manifestazioni; ed in compenso ignorare che accanto a
questo lavoro c'è un mare magnum di lavoro spezzettato,
decentrato, e purtroppo nero o trasferito nel Terzo e nel Quarto mondo (dovè,
ovviamente, non meno nero). A parole il sindacato dichiara di conoscere
queste realtà, ma alla resa dei conti favorisce, come si dice spesso, gli
insiders a tutto svantaggio degli outsiders. Ciò dispiace
se si ricorda la creatività che caratterizzava molte proposte del
movimento operaio di venti, trenta, cinquant'anni fa. Diciamo pure che
negli ultimi vent'anni il sindacato in Italia ha svolto oggettivamente un
ruolo conservatore, per quanto a me pare.
Termino
questo intervento ponendomi un problema, che va alla radice del nostro
dibattito. Gobetti è stato continuamente accostato a Benedetto Croce,
come lo è stato anche Gramsci: sono quegli autori che hanno assorbito
sino in fondo la grande lezione crociana, che è estremamente suggestiva e
articolata. Compagna ha ricordato poco fa il distacco con cui Croce
guardava al diritto. Vorrei qui osservare incidentalmente che, pur con
questo distacco, Croce è riuscito a fare una cosa straordinaria, lui
antisociologo (ma in realtà era un antisociologo che per primo ha
suggerito di pubblicare Max Weber in Italia), allorché ha ricondotto il
diritto alla sfera dell'economia ponendo le basi per un'analisi non
formalista del diritto, non lontana da quella sociologica. La lezione di
Croce, anche per chi non voglia accettare i presupposti idealistici del
suo pensiero, è stata talmente preponderante che tutti ne hanno
risentito. E Gobetti in modo particolare. Qui però vorrei sottolineare un
punto che da sempre mi sta a cuore: che tipo di idealismo è quello di
Gobetti? A me pare che sia, mi si perdoni l'ossimoro, un idealismo
realistico o, se vogliamo, deontico. Non è infatti l'idealismo del
filosofo puro che, muovendo dal suo punto di vista gnoseologico, ritiene
che la realtà non solo debba essere conosciuta e spiegata a partire dal
concetto pensato, ma che altresì aderisca al concetto astratto, e su
questa base pretende con superbia di descrivere il futuro che
"certamente" verrà. Piuttosto, quello di Gobetti mi pare l’idealismo
di chi rivendica la necessità – etica – che alla proclamazione dei
principi faccia seguito una coerente applicazione dei medesimi, un'azione
concreta non contrastante. Ora, se questo modo di pensare sia idealistico
o no, può essere persino dubbio: in fondo è poi lo stesso modo di
ragionare dei giusnaturalisti d'ispirazione liberale, o del giovane Marx,
il Marx, per così dire, "premarxista" che denunciava il
distacco della prassi dai principi. È il metodo che consiste nella
comparazione della realtà concreta ad un modello ideale che funge da
guida dell’azione: ed è questo il metodo al quale tanto Gobetti quanto
Einaudi prestano grande attenzione. Se si legge Gobetti, vi si trovano
pagine di lucidissimo realismo. Quello che Gobetti rifiuta è infatti il
"falso realismo", il realismo mistificante che occulta la
percezione della realtà: e con esso, "l’idolatria del fatto
compiuto", che giustifica tale occultamento e il tradimento del
modello-guida. Ciò, a parer mio, colloca Gobetti metaforicamente fra
Croce ed Einaudi sul piano del metodo oltre che, come è stato detto prima
di me, su una posizione diversa da entrambi nell’orientamento politico
concreto: orientamento, come ha ricordato Carrubba, si è chiuso a
venticinque anni. Ora, se penso, io che valgo infinitamente meno di
Gobetti, quante cose sono cambiate nella mia mente dai venticinque anni
sino agli attuali cinquantacinque avanzati, credo che non sia neppure
serio porsi il quesito di che cosa sarebbe diventato nell’arena politica
di oggi. Non lo so, francamente. L'unica cosa di cui posso dirmi sicuro,
per quanto abbia molto amato Sandro Pertini che avanzò questa ipotesi
durante la sua visita alla tomba parigina del "Père Lachaise",
è che Gobetti non sarebbe diventato "repubblicano", nel senso
formale del Pri. Anche se quell'eredità di pensiero democratico era ed è
comune a spiriti di grande nobiltà, non credo proprio che fosse sulla
stessa lunghezza d'onda di Gobetti.
È
tutto ! Grazie.
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