On. Giovanni F. Malagodi
GOVERNO OD OPPOSIZIONE
Discorso pronunciato al Teatro Dal Verme di Milano  il 15 gennaio 1956

Presentazione

Dopo la guerra e la nefasta esperienza fascista, gli anni del ritorno dell'Italia alla democrazia non furono anni facili per il PLI. La questione istituzionale e quella delle alleanze internazionali, alcuni interventi per la ricostruzione economica del paese (patti agrari,idrocarburi), il problema del come spezzare l'assedio portato all'area di consenso liberale dai due partiti di massa D.C. e P.C.I., certo non contribuirono a rendere più facile la riunificazione delle forze liberali. Al IV° congresso nazionale (Roma, 30 novembre-3 dicembre 1947) ci provò il presidente Benedetto Croce, dall'alto del suo alto magistero culturale e ideale: fu in quell'occasione che egli affermò che "il PLI è il solo partito di centro logicamente concepibile", perchè in esso "la destra e la sinistra stanno sempre insieme come fusione dei due momenti indispensabili della conservazione e del progresso". La conciliazione tra le tre componenti - centro, sinistra e destra - del partito durò poco e si spezzò dopo le elezioni del 18 aprile 1948, nelle quali il segretario Lucifero portò il PLI ad una innaturale alleanza con il movimento "'Uomo Qualunque", con la conseguenza che il partito ne uscì falciato nella sua rappresentanza parlamentare. Fu Bruno Villabruna, che capeggiava la corrente centrista del partito e che venne eletto segretario al V° congresso (Roma, 9-11 luglio 1949), a ritessere, con intelligenza e tenacia, la tela della conciliazione tra le tre componenti del partito e nel contempo ad allargarlo a nuove forze liberali sino ad allora restie ad integrarsi nel PLI. Il VI° congresso (Firenze, 23-26 gennaio 1953) si concluse con l'approvazione unanime, sinistra compresa, della relazione di Giovanni Malagodi sul programma economico del PLI e con l'approvazione a grandissima maggioranza della relazione politica di Villabruna.
Quando l'8 febbraio 1954 Villabruna venne chiamato a far parte, insieme a De Caro e Martino, del 1° governo Scelba, rassegnò le dimissioni dalla segreteria del partito e il 2 aprile 1954 gli succedeva Giovanni Malagodi. Il 3 e 4 luglio l'unità del partito venne rotta dalla "sinistra" che si riunì in corrente autonoma, intorno a uomini come Pannunzio, Carandini, Libonati che si erano nel frattempo dimessi dalla direzione centrale. Il VII° congresso (Roma, 10-13 dicembre 1955), segnato dall'uscita della sinistra, indusse, chi della sinistra era rimasto nel partito e la destra, a trovare un'intesa con la corrente di centro di Giovanni Malagodi. La pacificazione tra le varie correnti si era dunque nuovamente compiuta con Malagodi, pur con la grave perdita di uomini della sinistra che rappresentavano la parte più avanzata della cultura liberale, .
Il discorso che qui presentiamo è solo di un mese successivo all'investitura ufficiale di Malagodi, da parte del congresso e della direzione, a segretario del PLI. In esso si possono scorgere quella chiarezza di posizioni e quella strategia politica che solo otto anni più tardi portarono il PLI a conseguire (nel 1963) il suo più grande successo elettorale del dopoguerra. Una strategia politica che si fondava sul rifiuto di ogni alleanza con la sinistra e con la destra di allora.
Infine, un'ultima annotazione che non guasta nel clima attuale di bipolarismo.
Malagodi, nella parte finale del discorso dedicata alle imminenti elezioni amministrative, fa un riferimento alla legge elettorale con cui si era votato il 7 giugno 1953 (cd. "legge truffa"), quella che prevedeva un premio di maggioranza alla coalizione di forze politiche che avessero conseguito la maggioranza assoluta dei voti. Dichiara: "non è vero che noi ci siamo schierati contro una modificazione della legge e che siamo apparentisti a tutti i costi. Noi sappiamo che in tutte le cose politiche c’è il pro e il contro ed è nostro dovere discuterli e pesarli e non gettarci a testa bassa nella prima soluzione che viene. Però noi abbiamo preso su questo punto, a suo tempo, un impegno che è quello della proporzionale e cioè della battaglia condotta da ogni partito da solo e questo impegno noi lo terremo. Pensiamo che in questa, come in altre cose, l’onestà è la migliore politica". Insomma, Malagodi propendeva per il sistema proporzionale: vi propendeva per la ragione che tale sistema consentiva ad ogni partito di presentarsi da solo davanti agli elettori, con i propri uomini, i propri programmi, il proprio simbolo. Erano tempi in cui il sistema maggioritario neppure veniva preso in considerazione dalle varie forze politiche: siamo certi che Malagodi, per la stessa ragione, sarebbe oggi contro l'interpretazione bipolare del sistema maggioritario.

SOMMARIO

1 - Il P.L.I. dopo il VII° Congresso nazionale del 10-13 dicembre 1955
2 - Bilancio dell'attività del P.L.I. nell'anno 1955
     2.1 - Quadro politico e presenza liberale nel I° governo Segni
     2.2 - Il problema della scuola
     2.3 - Il problema dei tribunali militari
     2.4 - Il problema della legge elettorale per il parlamento
     2.5 - I problemi economici
            2.5.1 - Disoccupazione ed effetti socio-politici
            2.5.2 - Politica finanziaria
            2.5.3 - Le leggi fiscali, evasione ed uguaglianza di contribuenti e Stato di fronte alle leggi fiscali
                2.5.4 - Partecipazioni pubbliche e idrocarburi
            2.5.5 - Patti agrari
            2.5.6 - Artigianato
      2.5 - L'andamento complessivo dell'economia italiana
    2.6 - La disciplina dei sindacati
3 - Le ragioni della presenza del P.L.I. nella maggioranza di governo
4 - Non ad ogni costo nella maggioranza di governo
5 - Le elezioni amministrative

Amici milanesi,
ho intenzione di farVi un discorso di fatti, fatti che potranno piacere o non piacere, ma che vanno considerati come siamo abituati a considerare i fatti a Milano, molto freddamente, in quello che hanno di negativo e in quello che hanno di buono.
Voglio, in altre parole, secondo la vecchia tradizione liberale che rinnovai l’anno scorso, farVi a grandi linee un rendiconto obiettivo di quella che è stata l’attività del vostro deputato liberale e del suo partito, durante l’anno scorso.

1 - Il P.L.I. dopo il VII° Congresso nazionale del 10-13 dicembre 1955
In primo luogo c’è stato in seno al partito, alla fine dell’anno quell’avvenimento di notevole portata politica, che si è chiamato il settimo congresso nazionale liberale. Esso ha dimostrato una profonda unità di pensiero e di intenti fra tutti i liberali d’Italia che vi erano rappresentati, salvo quelle due o trecento persone che hanno scoperto nel frattempo di non essere liberali, ma radicali, e sono emigrati in un nuovo partito.

Il congresso, tenuto in queste condizioni, ci ha permesso di fare un’affermazione molto chiara e molto univoca di quello che è il nostro pensiero ed il nostro intendimento di azione. Siamo usciti così da qualsiasi equivoco, tanto da quello di chi ci chiamava reazionari, quanto da quello di coloro che ci sospettavano di inclinazioni di sinistra. Abbiamo affermato nel nostro congresso un concetto molto semplice e molto antico, ma che ha bisogno in Italia, oggi, di essere affermato e riaffermato, e cioè che in tutti i campi la libertà è lo strumento unico di progresso e che essa non consiste in affermazioni generiche, ma in fatti concreti, in leggi e in atti politici e amministrativi concreti, tanto nel campo spirituale e politico quanto nel campo economico.

Da quel congresso è uscita infatti l’affermazione precisa che per noi le libertà sono inscindibili, che non si può parlare di libertà spirituale e politica se si nega o si distrugge la libertà economica. (Una voce: ma siete all’opposizione o al governo?). Se Lei ha la bontà di ascoltarmi sino in fondo, si renderà conto che in una situazione italiana, che non è mai stata tanto difficile, ci sforziamo di difendere l’essenziale di quello che deve essere difeso, nel modo che risulta più conveniente nell’interesse della libertà. E’ molto più comodo usare parole grosse e abbandonarsi alla politica del dispetto che non combattere duramente e difficilmente giorno per giorno per salvare l’essenziale di quello che deve essere salvato e tenere aperta la porta verso l’avvenire (applausi vivissimi).

Nel nostro congresso, dunque, abbiamo anche detto apertamente – e Vi ripeto che non ci stancheremo mai di ripeterlo – che reazionario in Italia oggi, è unicamente chi nega la libertà, in qualsiasi campo, perché nessuno dei grandi problemi italiani può essere risolto fuori dalla libertà, e chi alla libertà si oppone vuole in realtà che il paese cada o ritorni a una situazione di servitù e di miseria.

Il congresso si è aperto con tre messaggi: uno di Röepke uno di Einaudi, ed uno d’un uomo che non è liberale, ma che la lunga esperienza della vita ha portato a riconoscere l’importanza della libertà anche nel campo economico, e cioè don Luigi Sturzo.

Quei messaggi erano messaggi di approvazione e di incoraggiamento. Noi siamo stati molto lieti di riceverli e ad essi continueremo ad ispirarci nella nostra azione, entro i limiti di quello che è possibile e realizzabile, non ispirandoci al dispetto, come dicevo un momento fa, ma guardando al nostro dovere verso noi stessi e verso i nostri figlioli.

Non abbiamo infatti riaffermato i nostri principi semplicemente per avere una soddisfazione verbale; ma perché abbiamo la coscienza di averli applicati e perché intendiamo continuare ad applicarli. Non si tratta di affermazioni teoriche, si tratta di una pratica volontà di agire.

Noi vogliamo che lo Stato e la società italiana, i quali ancora oggi sono largamente liberali, nelle loro assise fondamentali, restino liberali, e che questo elemento di libertà cresca e si rafforzi. Anche se oggi alla Camera siamo soltanto dodici, (perché dodici liberali soltanto sono stati mandati alla Camera, dall’elettorato italiano) noi non abbandoniamo il nostro scopo, e siamo persuasi che con tenacia, con accortezza, col tempo – perché il tempo a queste cose ci vuole – ad esso potremo pervenire.

Siamo pochi, ho detto, e forse un poco per colpa nostra, ma forse anche per una non sufficiente coscienza di quello che sia l’interesse e il dovere dei ceti medi in troppa parte dei ceti medi medesimi (applausi).

Noi possiamo avere avuto in passato delle esitazioni su certi problemi, ma ora le abbiamo superate, e se anche combattiamo in condizioni difficili, e se anche il successo non ci accompagna interamente in ciascuna delle nostre azioni, queste sono dirette chiaramente a uno scopo, che qualche volta, come cercherò di spiegarvi, credo che abbiamo raggiunto.

Ma d’altra parte noi dobbiamo anche domandare non solo a noi stessi, ma ai nostri amici del ceto medio, di impegnarsi più direttamente nell’azione politica: dobbiamo domandare loro di sforzarsi di comprendere la difficoltà della loro e della nostra situazione e di darci in futuro un appoggio maggiore di quello che sinora abbiamo ricevuto. E questa mia domanda non intendo motivarla con discorsi retorici. Intendo far qui con voi oggi rapidamente, ma toccando i punti essenziali, un esame obiettivo della situazione italiana e della nostra azione, senza lasciarci trasportare, ripeto, dal dispetto o dalla passione, ma guardando serenamente a quello che è l’interesse del Paese e quindi a quello che conviene o non conviene di fare.

2 - Bilancio dell'attività del P.L.I. nell'anno 1955

2.1 - Quadro politico e presenza liberale nel I° governo Segni

Che cosa ha fatto il Partito Liberale nel corso del 1955? In primo luogo è rimasto nella coalizione di governo attuale e questo ha dato luogo a critiche anche acerbe: vedremo il perchè di queste critiche, e se sono, e fino a che punto giustificate. Noi non ci siamo mai nascosti, anzi lo abbiamo detto chiaramente al paese a più riprese e l’ho detto io stesso in questo stesso teatro un anno fa, che la coalizione non è una cosa semplice: la coalizione è una cosa molto difficile, particolarmente, ripeto, quando si è in dodici in una coalizione di trecento: debbo aggiungere che questa cosa difficile è ancora più difficile per chi la fa, che per chi la vede semplicemente dall’esterno (applausi).

Vediamo di fare un momento il bilancio di questa nostra posizione.

Primo punto: la nostra presenza nella coalizione, il fatto che la coalizione abbia continuato ad esistere, perché noi eravamo presenti, ha avuto un primo effetto a cui qualche volta si pensa, e che cioè quei ministri comunisti e nenniani i quali nel 1947 furono cacciati dal governo non vi sono ancora rientrati, né direttamente né indirettamente (applausi).

Io vorrei sapere innanzi tutto da coloro che ci criticano (e fra i quali forse non mancano anche persone le cui carte dal punto di vista comunista potrebbero essere molto in ordine) se essi desiderano che nei ministeri italiani rientrino, come prima del 1947, dei ministri socialisti nenniani o dei ministri comunisti (Voci: No!).

E allora, se non lo desiderano, occorre che ci sia un Governo senza quei ministri e capace di trovare alle Camere, nella situazione attuale, una propria maggioranza (applausi).

E guardate bene, certi articoli e messaggi dell’on.Nenni e dell’on.Togliatti, che suonano così euforici, così sicuri del futuro, nonché a questo risultato essi pensavano, dopo il 29 aprile, di essere molto vicini, e si sono accorti invece di esserne molto più lontani di quello che credevano.

Secondo punto: la Democrazia Cristiana, a cui il popolo italiano, non esclusi gli elettori milanesi e lombardi, ha dato in complesso, nel 1953, undici milioni di voti e che ha 264 deputati alla Camera, la D.C. è stata ed è visibilmente travagliata da tentazioni tipo 29 aprile, tipo operazione combinata fra destra democristiana e socialcomunisti, tipo La Pira.

Ciò non ostante, gradatamente, faticosamente, come è di tutte le cose reali, essa sta prendendo coscienza di quella che è la reale situazione. Il discorso che l’on.Fanfani ha tenuto sabato scorso a Roma, il discorso che fa oggi a Milano l’on.Rumor e di cui non è difficile immaginare le grandi linee, indicano che di fronte alla tentazione di sinistra, tentazione che è stata fortissima e che è ancora forte, la D.C. avverte quello che è il reale interesse del paese, e anche il reale interesse suo. A questo ha contribuito senza dubbio in modo decisivo in condizione di dovere direttamente o indirettamente collaborare con l’on.Nenni.

Terzo fatto molto importante: sono stato e sono il primo a dire e a ripetere che la cosiddetta operazione Nenni, il cosiddetto distacco dell’on.Nenni dai comunisti, è oggi una pura illusione. Quando per dieci anni un partito, come il PSI non ha avuto una parola, un atteggiamento, o un concetto politico diverso da quelli del PCI, è molto difficile staccarsi, e anche se ci si venisse ad esibire una qualche differenziazione immediata, noi avremmo più che ragione di considerarla una semplice manovra tattica. E aggiungo anche un’altra cosa, e cioè che se anche nel corso della storia politica italiana, in un avvenire certo non molto prossimo, una qualche differenziazione reale si verificasse, se per esempio l’on.Nenni rompesse col P.C.I. sul punto fondamentale della politica estera, noi continueremmo a considerarci nettamente avversari del partito socialista dell’on.Nenni, perché i suoi concetti sulla vita italiana sono radicalmente diversi dai nostri, perché le sue soluzioni sono soluzioni che noi consideriamo in realtà reazionarie e non di progresso per il popolo italiano (applausi). Ma al tempo stesso, in questa situazione tanto difficile in cui si trova l’Italia – perché, non illudiamoci, è una situazione di grande difficoltà e che richiede si tengano i nervi molto a posto – non possiamo che rallegrarci se l’esistenza della coalizione attuale, se la politica che viene seguita, porta a qualche screzio, a qualche difficoltà fra l’on.Nenni e i comunisti. Noi non crediamo che questo autorizzi nessuno a immaginare che l’on.Nenni sia maturo per un governo democratico, saremmo ben lieti se gli avversari nostri e della libertà del popolo italiano cominciassero, non dico ancora a litigare, ma almeno a urtarsi fra loro.

Quarto punto: sui banchi di destra della Camera siedono dei deputati appartenenti a tre partiti, i quali, nel corso degli ultimi dodici mesi, hanno mostrato di avere fra di loro differenze di apprezzamenti, capacità di improvvisi cambiamenti di posizione, non meno grandi di quelle che si presentano all’estrema sinistra, forse anche maggiori.

E può darsi che una parte di coloro che li hanno eletti si renda gradatamente conto del fatto che la politica del dispetto non è la più proficua e che vale meglio la pena di inserirsi nel processo della realtà, battersi, essere feriti, avere delle perdite ma ottenere dei risultati, che non abbandonarsi alla voluttà delle grida negative, con il solo risultato di portare acqua al molino dei comunisti (applausi).

Non è per nulla che si siano verificate scissioni nel campo di coloro i quali si ispirano non già alla grande tradizione morale e politica della monarchia italiana, quando essa fece lo Stato, ma allo sfruttamento elettorale del simbolo monarchico; non è un caso che quell’Unione Monarchica Italiana, che cerca di raggruppare, all’infuori dei partiti, tutti gli italiani che sentono il valore sentimentale e morale di quella tradizione, abbia sentito il bisogno di differenziarsi nettamente, attraverso cambiamenti di uomini e di indirizzi, da quella che era la sua posizione precedente (applausi).

E sarebbe non piccolo progresso nella situazione italiana, il giorno in cui quei milioni di elettori, anziché abbandonarsi nelle mani di coloro i quali non sanno praticare altra politica che quella della negazione esteriore, trovassero la strada verso una posizione positiva e concreta.

Infine – sempre sul piano della politica generale – vi è un punto essenziale che non bisogna mai perdere d’occhio, e cioè quello della politica estera.

Questa sembra a volte una cosa tanto lontana dall’interesse quotidiano di ciascuno di noi. Mi ricordo il consiglio di un vecchio esperto di discorsi politici: "se devi parlare di politica estera, parlane sempre in principio perché non interessa nessuno, e poi passa oltre". Se ci sono invece degli anni drammatici in cui la politica estera è cosa che ci riguarda personalmente, nel modo più diretto, sono proprio questi, e non soltanto per la questione suprema della guerra o della pace, che è pur sempre nello sfondo, ma per la sua influenza sulla politica interna, anzi sul modo di vita del nostro paese. Credete voi che non abbia importanza, sul piano politico e sul piano economico, il fatto che oggi l'Italia sia fermamente orientata verso l'Occidente, fermamente amica dei paesi dell'Occidente, dei paesi liberi dell'America e dell'Europa, oppure che domani nelle mani di un governo democristiano monocolore e più o meno pendolare, o nelle mani di un governo esplicitamente appoggiato a sinistra essa pratichi invece una politica che in un primo momento sarebbe definita politica di equidistanza, ma che significherebbe, in pratica passare dall'altra parte? che significherebbe, per venire un momento sul terreno economico, non avere più quegli aiuti che sono stati indispensabili per realizzare il progresso che c'è stato e c'è nella situazione economica, e quindi, tolti quegli aiuti significherebbe la necessità di introdurre controlli e restrizioni e un rafforzamento delle tendenze fiscalistiche e dirigistiche in paragone con le quali quello che oggi sembra tempesta sembrerebbe un venticello di primavera?

Quando si tutela questo orientamento della politica estera, quando un ministro liberale siede a Palazzo Chigi e rappresenta la garanzia che a questo orientamento di politica estera non si apporteranno cambiamenti, si difendono assai più cose che molti non pensino. Vorrei quindi sapere, da coloro che ci criticano, se desiderano, invece dell'attuale, un governo in cui il primo atto, come prezzo per il sostegno delle sinistre, sarebbe inevitabilmente una modifica nel corso della nostra politica estera, un toglierci dall'orientamento occidentale, un perdere quegli aiuti che ci sono ancora oggi indispensabili per allinearci assieme a Tito dall'altra parte (applausi).

Questi sono i punti fondamentali sui quali Vi invito prima di tutto a riflettere: il fatto che siamo e rimaniamo allineati con l'occidente; il fatto che ministri socialisti e comunisti non hanno, fino a quando possiamo difendere questa situazione, nessuna possibilità di rientrare, direttamente o indirettamente, in nessun ministero.

E veniamo ora ad alcuni punti particolari, ed esaminiamo anche questi con il metodo del dare e dell'avere: vediamo quello che ciascuna soluzione presenta di lati negativi - vediamo quello che presenta comparativamente con altre possibili o inevitabili soluzioni, di lati positivi.

2.2 - Il problema della scuola

Cominciamo dai problemi della politica interna. Il problema della scuola, problema che ci sta profondamente a cuore, dove soffriamo tutto il dramma di uno Stato il quale non riesce a remunerare e ad organizzare la sua scuola, così come vorremmo che potesse, e come nel tempo sarà necessario che faccia se l'Italia di domani dovrà essere un'Italia liberata dalle difficoltà di cui soffriamo oggi, è proprio in quel campo dello spirito, che è alla radice di tutte le decisioni politiche, anche quelle che sembrano più strettamente tecniche ed economiche. Anche qui c'è un'agitazione in corso, ci sono pressioni in un senso e nell'altro, ma non dobbiamo dimenticare quello che in questi due anni si è fatto di positivo, sotto direttiva liberale, per il progresso della scuola pubblica. L'opera che il ministro Martino ha compiuto, ha determinato un impulso che non si è esaurito e alla continuazione del quale noi vegliamo con affetto e con passione, decisi ad ottenere, fra l'altro, che nella ripartizione futura della spesa pubblica la scuola ottenga la parte che le compete per il suo progresso funzionale.

2.3 - Il problema dei tribunali militari

C'è stato il problema dei tribunali militari. Si erano presentate diverse soluzioni. Noi abbiamo dato la nostra adesione a quella che rappresenta un grosso passo in avanti dal punto di vista dei principi della libertà, perché sottrae i delitti di opinione ai tribunali militari, e li riporta alla giurisdizione dei tribunali ordinari.

Al tempo stesso non abbiamo ceduto alla suggestione che veniva non solo dall'estrema sinistra ma anche da alcuni elementi della sinistra cosiddetta moderata, e cioè quella di fare tabula rasa di tutto il sistema attuale, creando così uno stato di cose in cui alcune funzioni essenziali dello Stato non sarebbero state tutelate adeguatamente con quei modi rapidi e drastici che sono necessari. Il fatto che all'ultimo momento anche l'estrema sinistra abbia votato per la soluzione che aveva aspramente combattuto fino a cinque minuti prima, non torna a disdoro di chi aveva adottato la retta soluzione, ma di coloro i quali, dopo averla combattuta, hanno abbandonato le posizioni che avevano prese. E perché lo hanno fatto? Perché ci sono anche nel nostro paese, che pure è un paese molto intelligente, delle persone che guardano più all'apparenza che alla sostanza, e che sono colpite più dal fatto appariscente di vedere i deputati comunisti e socialisti votare per la tesi del governo, che non dal fatto sostanziale e cioè che fino a pochi minuti prima la tesi del governo era stata avversata dai socialisti e comunisti. Certe impressioni sull'evoluzione recente della situazione politica datano proprio da quell'episodio: troppi di noi si sono lasciati ingannare, quel giorno, da una piccola manovra che, guardata freddamente, era cosa da ridere e doveva ritorcersi contro chi la faceva.

2.4 - Il problema della legge elettorale per il parlamento

Si dice che la questione della legge elettorale politica non interessi il pubblico, ma solo i deputati che vogliono essere rieletti.

Ebbene, questo non è vero, perché la legge elettorale politica, attualmente in discussione alla Camera, e che dovrà essere tra breve approvata, ha un significato solo: quello di permettere che le forze del ceto medio nel paese trovino una più adeguata espressione politica. Non entro in disamine tecniche: questo ne è lo scopo e questo quando sarà approvata, ne sarà il risultato (applausi).

2.5 - I problemi economici

Veniamo ora ai problemi economici, e cerchiamo di fare anche per essi un bilancio del dare e dell’avere.

Diciamo subito che c’è parecchio dare accanto all’avere, senza nessun dubbio. Forse meno, però, di quello che taluno pensa, senza contare che queste sono rose e fiori in paragone a quello che ci verrebbe fra capo e collo il giorno in cui invece degli uomini attuali, ci fosse al Governo l’on.Secchia, o anche soltanto l’on.Riccardo Lombardi (applausi insistenti).

E cominciamo prima di tutto dal dire questo: ci sono in Italia alcuni grossi problemi economici di fondo, ai quali bisogna sempre riferirsi, anche se noi, qui a Milano, e in generale nel Nord, ne siamo toccati in parte più indirettamente che direttamente.

2.5.1 - Disoccupazione ed effetti socio-politici

C’è una gravissima disoccupazione, o per essere più esatti, una gravissima sottoccupazione; ci sono vaste regioni che vivono, con centinaia di migliaia, anche con milioni di persone in miseria; c’è un problema di bilancia valutaria, che noi qui possiamo sentire meglio di chiunque perché siamo al cuore delle esportazioni italiane, e che deve essere risolto se vogliamo che l’espansione dell’economia italiana possa continuare, e se vogliamo poterci liberare un giorno dalla necessità di aiuti stranieri, che anche quando vengono da amici sono pur sempre un qualche cosa che lega, un qualche cosa che diminuisce la libertà d’azione di un paese. E se noi vogliamo il nostro paese fermamente allineato con l’Occidente, lo vorremmo anche in seno all’Occidente perfettamente libero da obblighi di questa natura per poter difendere più a fondo i suoi particolari interessi (applausi).

Ci sono questi enormi problemi, che toccano milioni e milioni di italiani direttamente, e indirettamente, toccano tutti gli italiani, perché anche per l’industria milanese, per il commercio milanese, per l’agricoltura del Nord, è indispensabile risolvere il problema del Mezzogiorno, se si vuole avere all’interno un mercato sufficientemente largo per non dipendere troppo, come oggi si dipende, dai capricci e dalle fluttuazioni che possono aver luogo sui mercati esteri.

Ebbene, l’esistenza di questi milioni di italiani che soffrono fa si che in tutto il paese c’è una viva, profonda ansia di aiutarli e di risolvere il loro e nostro problema. Nel paese, così come è fatto, com’è uscito dalla sua storia, con milioni di elettori che votano democrazia cristiana, con altri milioni che votano marxista, è inevitabile che quell’ansia prenda delle forme che possiamo considerare errate, ma che sono intanto una reazione con cui bisogna fare i conti, tanto se si tratta di una forma paternalistica in vasti strati della Democrazia Cristiana, quanto di una forma marxista nei partiti di sinistra.

Questo determina quella impetuosa ondata di sinistrismo e di demagogia che da alcuni anni corre sulla terra d’Italia e che determina molte delle cose che Voi, elettori liberali, lamentate che noi lamentiamo forse, permettetemi di dirlo, anche di più, perché le vediamo più da vicino, nei loro dettagli. Un’ondata di sinistrismo demagogico, che nasce dalla constatazione di una realtà di fatto e che contiene in sé un’ansia umana che non deve essere disprezzata, ma che contiene in sé anche degli errori di impostazione che devono essere corretti nell’interesse stesso di coloro che più soffrono.

E questa ondata è così forte che chi ad essa si oppone – e siamo rimasti in pochi ad opporci a viso aperto – chi ad essa si ribella è tacciato correntemente di reazionario.

La verità è, lo ripeto, che reazionari sono invece coloro i quali non si rendono conto di quale sia la vera strada da seguire, la strada della libertà: reazionari sono a volta a volta i lapiriani, o i socialcomunisti, od anche uomini che vogliono chiamarsi di destra, e che poi presentano progetti per la socializzazione delle partecipazioni statali, come hanno fatto pochi mesi fa i deputati del Movimento Sociale Italiano, o dichiarano, come l’on.Covelli, che i famosi nove punti di politica economica dell’on.Nenni non sono niente, rispetto a quello che egli farebbe se avesse il potere.

Noi liberali, invece, abbiamo detto alla Camera e nel paese, e forse le nostre parole non sono state con qualche effetto, che ci opponiamo alla socializzazione dell’I.R.I., e che quanto ai nove punti dell’on.Nenni essi delineano una politica che porterebbe a un disastro per la politica e per la società italiana. (applausi).

Tale comunque è la situazione di fatto in cui dobbiamo combattere: di trovarci in pochi, nel paese e al Parlamento, a contrastare apertamente questa ondata di demagogia. Quello che noi speriamo è di avere in futuro maggior forza, per poterla contrastare, non più apertamente, perché ciò non è possibile, ma con maggiori risultati.

E questo è proprio l’oggetto del mio discorso: si tratta cioè di sapere come si ottiene meglio questo risultato, data la situazione attuale, data la relazione delle forze.

Passerò ora ad esaminare la politica finanziaria, le leggi fiscali, gli idrocarburi, i patti agrari e il nostro codice per l’artigianato. Non si esaurisce così la nostra attività, ci sono altre cose importanti, ma il tempo non è illimitato. Prima di tutto cercherò di farVi per ciascun problema un bilancio con i fatti alla mano, senza cedere allo sdegno che in qualche caso sento anche io e che può essere molto legittimo, sdegno però che il politico deve tener dentro di sé come – scusatemi l’immagine – il motore a scoppio contiene gli scoppi e perciò funziona come motore mentre gli scoppi dei petardi, cari amici, non servono assolutamente a niente (applausi vivissimi).

2.5.2 - Politica finanziaria

Politica finanziaria: non vi sto a ripetere quello che sa ogni liberale ed ogni cittadino, e cioè che la politica finanziaria non è puramente un fatto tecnico, ma è una fatto sociale e politico che ha influenza determinante sulla struttura della società e in particolare, nel mondo di oggi, sulla posizione del ceto medio.

Valutandola a questa stregua, ci sono degli aspetti negativi nella politica finanziaria italiana che non denuncio qui oggi per la prima volta: li ho denunciati molte volte al Parlamento e nel paese.

C’è, in breve, un eccesso ed una cattiva direzione della spesa e c’è di conseguenza, un eccessivo fiscalismo. La percentuale delle imposte e tasse di ogni genere sul totale del reddito nazionale è arrivata a un limite che è senz’altro eccessivo, e quando parlo di tasse, parlo dello Stato, parlo degli enti locali – comuni e province – , parlo degli enti previdenziali, perché ormai nessuno pensa più che gli enti previdenziali siano enti assicurativi: sono servizi pubblici che riscuotono delle vere e proprie imposte.

Nel dire questo, nel fare queste critiche, ho però l’occhio rivolto più all’avvenire che al passato, perché nessuno di noi è cieco al fatto che alcuni dei motivi e delle forze che hanno portato a quell’eccesso o a quella cattiva direzione di spesa, che esistevano da tempo. Prendete, ad esempio, il caso degli statali: a parte il modo con cui sono state condotte le trattative, quando si viene all’intrinseco, nessuno si nasconde la necessità di avere un’Amministrazione che funzioni, e nessuno nega che era necessario e necessario da molto tempo arrivare a una soluzione di questo problema. Se c’è un torto finanziario, esso risale a Governi precedenti, a ministri precedenti, anche a ministri che condividono le nostre preoccupazioni di oggi, come l’on.Pella, il quale forse nell’intento di diminuire l’onere, ha finito con l’aumentarlo attraverso un sistema di rinvii successivi, che, come sa chiunque sia pratico di economia, è in questi casi la peggiore delle politiche.

Ma ad ogni modo, anche se l’eccesso di spesa e di fiscalismo c’è, come c’è, c’è un grande fatto positivo: si è salvata la lira.

Nel frattempo le sterlina, che è una moneta che ha dietro di sé risorse politiche ed economiche ben maggiori delle nostre, ha subito le disavventure che ha subito e nel vicino e ricco paese di Francia sono avvenute cose monetarie assai più gravi delle più gravi che da noi si possono denunciare (applausi).

Questo non significa che non ci sia nella nostra situazione finanziaria e monetaria un pericolo, e che non sia necessario adottare una politica in parte diversa.

Il primo punto che deve rimanere fermo è questo: che se quei milioni di voti, che si sono tradotti in centinaia di deputati esigono in un dato momento una nuova spesa, quella spesa deve essere coperta di nuove entrate, perché la mancata copertura porterebbe a conseguenze inflazionistiche che si ripercuoterebbero prima di tutto sul ceto medio, sulle piccole e medie aziende che non hanno il modo di sfuggire a questi fenomeni come può darsi che abbia la possibilità di farlo qualche azienda più grossa.

Ma appunto perciò, arrivati a questo punto, c’è un punto molto fermo: oggi non ci debbono essere nuove tasse. In questo caso ci siamo espressi recentemente in modo molto preciso in seno al Governo e con gli altri partiti che costituiscono l’attuale coalizione e io posso dirvi (perché è utile che certe cose si sappiano) che bene ha fatto il ministro liberale all’Industria ad opporsi immediatamente e risolutamente al disegno di reintrodurre alcuni gravami, fra cui, per esempio quel quattro per cento sul monte salari che costituisce una delle imposte più inique, più antieconomiche, e più antisociali che sia possibile concepire.

Questo è il genere di battaglie che si combattono giorno per giorno, dietro le quinte, e di cui il paese molte volte poco apprende. Forse commetto oggi un’indiscrezione parlandone, ma desidero che si sappia quale è la difficoltà della situazione e quale è il compito che ci spetta e che cosa cerchiamo effettivamente di fare.

In secondo luogo, nell’attuale situazione finanziaria, è necessario guardare innanzi, ai prossimi quattro o cinque anni, come noi abbiamo già detto e come cercheremo di portare in discussione ufficiale alla Camera. Non sarà colpa nostra se, forse, oltre ai nostri voti, la nostra tesi ne avrà pochi altri. La nostra tesi è la seguente: è verosimile, se la produzione italiana continua a svilupparsi al ritmo degli ultimi anni, compreso quello altissimo del 1955, che nel corso dei prossimi anni si verifichi un ingente aumento delle entrate dello Stato, senza bisogno di nuove tasse. Noi pensiamo che di questa ingente maggiore entrata, che in quattro o cinque anni può raggiungere diverse centinaia di miliardi, una metà debba andare a diminuzione del deficit di bilancio, mettendo così altrettanto capitale fresco a disposizione dell’iniziativa privata. Quanto più basso è il deficit, tanto meno, infatti, lo Stato deve prendere a prestito, e tanto più facile è trovare capitali o prestiti per l’iniziativa privata.

Quanto all’altra metà, noi vorremmo di nuovo vederla divisa in due parti: una da dedicare a una maggiore funzionabilità della scuola e della giustizia (anche della giustizia che oggi in Italia è lenta, come sanno coloro che devono adirla, e non per colpa dei magistrati, ma per colpa di un’organizzazione che va migliorata), e l’altra da destinare al miglioramento delle infrastrutture economiche, soprattutto nel Mezzogiorno, perché, lo ripeto, noi riteniamo che la soluzione del problema del Mezzogiorno sia un interesse non solo del Mezzogiorno e dell’Italia in generale, ma anche delle regioni del Nord, che devono trovare nel Mezzogiorno un mercato crescente.

Questo è il modo in cui noi vediamo la situazione finanziaria: questa è l’azione che abbiamo iniziata e che ci ripromettiamo di condurre innanzi.

2.5.3 - Le leggi fiscali, evasione ed uguaglianza di contribuenti e Stato di fronte alle leggi fiscali

E ora vengo alle leggi fiscali. Ma non parlerò soltanto di quella di perequazione: parlerò dell’assieme delle leggi fiscali approvate o in discussione e che noi speriamo di vedere presto approvate.

Legge di perequazione: vi sono in essa delle cose che noi giudichiamo negative. Noi lo diciamo oggi, lo abbiamo detto in Parlamento durante la discussione, nel modo più chiaro e più aperto. Ci sono dei difetti tecnici i quali avrebbero potuto essere corretti e dovranno in futuro essere corretti; alcuni sono già in via di correzione, attraverso la strada dei regolamenti e delle commissioni (voci: articolo 17!). Esatto. Mi pare che proprio l’art.17, se le informazioni di cui siamo in possesso sono esatte, sia in via di correzione sostanziale. Ma ci sono nella legge altri difetti più gravi di quelli dell’art.17 e anch’essi dovranno essere ripresi in esame sul terreno tecnico quando le passioni intorno alla legge siano sbollite e quando la esperienza confermerà l’esattezza della nostra critica. Però accanto a questi difetti tecnici, sia pure seri, c’è un fatto fondamentale che nessuno ha contestato, e cioè che lo scopo della legge è buono. Perché buono è l’intento di combattere più vigorosamente l’evasione fiscale che ancora c’è, che forse non avrà una grandissima portata dal punto di vista del numero dei miliardi che il fisco potrà reperire in futuro, ma che ha un’immensa importanza dal punto di vista morale e politico (applausi). Le classi dirigenti sono sempre cadute quando si sono rifiutate di pagare fino in fondo le tasse che dovevano pagare (applausi). Tutto quello che si può fare per combattere le evasioni è prima di tutto un a questione di profonda giustizia, perché non è giusto che chi è colpito integralmente veda accanto a sé chi sfugge al suo dovere, soltanto perché fa un mestiere diverso, perché mentre in un caso è inevitabile tenere certi libri, in altri casi questi libri non ci sono.

E poi c’è una questione politica. Non si potrebbe fare a viso aperto e duramente la battaglia di difesa dell’economia privata, se in pari tempo non si facesse, la battaglia contro le evasioni. Bisogna che coloro i quali per la loro situazione economica partecipano largamente all direzione della vita del paese, paghino tutto quello che devono pagare. Io non voglio credere che ci siano innumerevoli evasioni, ma ne bastano poche, e in certe zone, per indebolire la battaglia politica. Se qualcuno ritenesse invece che chi difende gli evasori, difende una posizione politica, commetterebbe il più grossolano degli errori politici.

Inoltre questa legge non è sola: voi forse avete visto sui giornali come io abbia ottenuto nei giorni scorsi dal Presidente del Consiglio la procedura d’urgenza per la discussione della legge sul contenzioso tributario, progetto di legge che è stato elaborato dal Sottosegretario liberale alle Finanze, on.Bozzi.

Questo significa che il cittadino contribuente disporrà finalmente di quello che in pratica in Italia non ha mai avuto, anche se l’ha avuto in teoria, e cioè il modo di difendersi contro il fisco, quando le pretese del fisco siano indebite.

Perché ci sono due forme di evasione: c’è l’evasione del contribuente che non paga le tasse, ma c’è anche l’evasione del fisco che non rispetta le norme delle leggi fiscali (applausi vivissimi).

E contro questa evasione del Fisco noi abbiamo predisposto i necessari strumenti legislativi, che immagino che tutti voi, senza eccezioni, salvo forse qualcuno di altri partiti che sia venuto qui per curiosità, che tutti voi desideriate vedere approvati dal Parlamento, (applausi; voci: "e con celerità"; doveva essere approvata prima"). Può darsi; però non sarà niente di male se ora con urgenza sarà approvata (nuovi applausi).

Poi c’è ancora un altro progetto di legge che è egualmente affidato all’on.Bozzi, per l’eliminazione graduale di quelle esenzioni tributarie che vanno in grandissima parte a vantaggio di enti pubblici o semipubblici. E' una forma di perequazione tributaria fra contribuente privato e contribuente pubblico o semipubblico, a cui annettiamo non minore importanza che alla legge di perequazione numero uno. Faremo il necessario per farla passare (voci: non passerà mai): condizione politica per farla passare è trovarsi in una certa posizione e non in certa altra: se desiderate che non passi, c'è da tirare subito altre conseguenze.

2.5.4 - Partecipazioni pubbliche e idrocarburi

Vengo agli idrocarburi. (voci: abbasso Cortese). E' inutile dire abbasso: è basso di statura fisica, certo non di statura politica in questo caso.

Anche qui vorrei sapere quale fondamento concreto hanno le accuse che si sono scagliate contro la legge, di essere una legge socialista, di essere una legge di estrema sinistra, che tradisce interamente l'iniziativa privata e così via dicendo. Queste sono infatti le cose che voi avete letto non solo su alcuni giornali che rappresentano interessi economici, i quali desiderano naturalmente di avere cinquantuno piuttosto che cinquanta, ma anche su giornali che rappresentano invece partiti, i quali, lo ricordo di nuovo, pochi mesi fa presentavano alla Camera, con la firma di tutti i loro deputati, il progetto di legge per la socializzazione delle partecipazioni statali.

Vediamo un momento quale è, cari amici, lo stato di fatto, e consideriamo le cose molto chiaramente e freddamente. Lo stato di fatto è che c'è in Italia un E.N.I., col monopolio della valle del Po, che non è stato concesso da un Governo in cui ci fosse il partito liberale: è stato concesso dalla Democrazia Cristiana, quando essa regnava indisturbata con la maggioranza assoluta alla Camera e al Senato. Questo è un dato che è bene non dimenticarsi, non per fare delle critiche o dei rammarici inutili, ma per considerare la situazione di fatto in cui ci si trova a combattere.

Accanto a questo fatto, vi è un'esigenza obiettiva, quella della tutela di determinati interessi, non tanto dello Stato, quanto della comunità italiana. Sono due: il primo è quello di partecipare agli utili derivati dallo sfruttamento di questa risorsa naturale, che per una vecchia legge - salvo errore fascista - appartiene allo Stato italiano e che lo Stato italiano non può cedere senza remunerazione. Non potrebbe agire altrimenti perché tradirebbe gli interessi del cittadino e si toglierebbe la possibilità di sostituire nel tempo, con le risorse naturali, una parte delle risorse fiscali.

Il secondo interesse italiano è quello di evitare il pericolo che domani dei gruppi stranieri, i quali ottengano di sfruttare il petrolio in Italia, possano avere interesse a non sfruttarlo o a sfruttarlo col rallentatore. Sono gruppi che dispongono di immensi interessi, per esempio, nel Medio Oriente e i quali potrebbero pensare: cominciamo a far venire fuori il petrolio del Medio Oriente, che ormai è una cosa sicura e che ci costa pochissimo perché le condizioni naturali di estrazione sono estremamente favorevoli, e quando vedremo che quel petrolio comincia a scarseggiare, ci occuperemo dell'Italia. Intanto in Italia facciamo venire fuori quel tanto che basta perché non ci tolgano le concessioni che eventualmente abbiamo ottenuto.

Ora è interesse della comunità italiana, se il petrolio c'è, che venga fuori - questo è il punto fondamentale - il più rapidamente possibile (applausi vivissimi). Ma è anche evidente che nessun governo responsabile, e soprattutto nessun Governo in cui ci siano uomini che vogliano lo sviluppo in Italia dell'iniziativa privata, può fare una legge in cui non si prendano le necessarie precauzioni contro questi pericoli, perché se essi domani si verificassero, i primi a pagare, nell'ondata di sdegno che si susciterebbe in Italia, sarebbero gli innocenti coi colpevoli, sarebbe l'iniziativa privata in generale (voce: ma intanto non lasciano prelevare il petrolio dove c'è!). Questa notizia data dai giornali, è falsa. Già da qualche tempo il Governo ha concesso per il petrolio di Alanno i permessi di asportazione in quantità commerciale: i permessi, anzi, sono superiori a quello che si è riusciti ad estrarre dai pozzi nel periodo concesso, e perciò vengono ora rinnovati. Chi ha interrotto è stato quindi vittima innocente di false notizie di giornali (applausi).

Terzo fatto che bisogna concretamente tenere in mente: la situazione politica italiana. Abbiamo i comunisti, che domandano apertamente la nazionalizzazione integrale e attaccano il progetto ora in discussione perché lo considerano troppo di destra. Ci sono i socialisti nenniani, i quali, con parole più garbate, come è loro abitudine nella divisione delle parti, seguono la stessa linea. Poi c'è la Democrazia cristiana, e cioè il partito che ha fatto l'E.N.I., e in cui gli uomini favorevoli all'E.N.I. non sono né pochi né poco autorevoli, senza bisogno di far nomi - ce ne sono anche di lombardi, sia pure della montagna (ilarità) in seno alla D.C. la tendenza prevalente fino a poco tempo fa era quella di imporre o la "enizzazione" completa del settore o la partecipazione obbligatoria dell'E.N.I. in maggioranza in ciascuna società privata.

E' sullo sfondo di questi fatti e di queste inclinazioni politiche che si devono giudicare i risultati della nostra azione. Io non dico, nemmeno per un momento, che essi siano interamente soddisfacenti per noi liberali, compreso - lo dico sommessamente - il Ministro dell'Industria. Ma il problema fondamentale è questo: dobbiamo cedere il campo e ritirarci sull'Aventino a gemere ed inveire, o cercare di ottenere una legge nella quale all'iniziativa privata sia, malgrado tutte le difficoltà, lasciato il campo aperto, nell'interesse del paese? Questa legge è quella che si sta facendo. In essa non vi è alcun impedimento all'iniziativa di italiani o stranieri, fatte salve le necessarie garanzie per lo Stato. Quanto all'E.N.I., nella misura in cui concorrente allo sfruttamento, fuori della Valle Padana, è sottoposto alle medesime condizioni dei privati.

Si è detto che le condizioni imposte sono troppo gravose, perché i privati possano effettivamente concorrere. Qui debbo domandarVi di aspettare un po’ di tempo a giudicare, e vi dirò perché. Ho fatto per tanto tempo, a Milano, il direttore di banca che un certo occhio per queste cose ho finito per farlo, e non credo di averlo interamente perduto: ho l'impressione che all'atto pratico, quelle condizioni non siano proibitive e può darsi che ciò si veda più presto del previsto. Del resto non è affatto escluso che nell'iter parlamentare, alla Camera e al Senato, taluni punti possano aver luogo dei miglioramenti tecnici che, in parte, saranno poi più miglioramenti di presentazione che non di sostanza.

Questo il problema degli idrocarburi ridotto nella sua più semplice espressione e visto non in astratto, non in un Parlamento dove i liberali abbiano 120 seggi, ma in uno dove ne hanno soltanto 12 (applausi).

2.5.5 - Patti agrari

Vengo adesso, molto brevemente, perché è un argomento più noto, ai patti agrari. Il direttore di un quotidiano milanese, che è mio amico, ieri mi ha fatto arrivare una lettera anonima da lui ricevuta e che, contrariamente al solito, poteva valere la pena di leggere. E anche di rispondere. Non so se l'autore sia qui presente. Comunque egli esprimeva in termini molto garbati il suo dispiacere, il suo disappunto, per l'accordo a cui si è giunti per i patti agrari.

Anche qui non voglio coprirmi dietro il fatto, che i maggiori esponenti e i maggiori tecnici dell'agricoltura italiana hanno riconosciuto pubblicamente che quello che si è ottenuto non solo era il massimo dell'ottenibile, ma era anche sufficiente per tutelare l'essenziale è questo è stato detto non più di un mese fa dal presidente della Confederazione degli Agricoltori in pubblico discorso (voce: male!). E perché? Non si fa mai male a dire la verità; non si fa mai male a difendere una soluzione che è accettabile, quando l'alternativa è inaccettabile. Io vorrei sapere se uno guidasse i propri affari col concetto del peggio, che cosa avrebbero da fare i giudici che si occupano di fallimenti (ilarità).

Anche nella legge dei patti agrari, noi abbiamo chiarito sempre che la nostra posizione non era quella di uomini che non riconoscessero certe condizioni sociali obbiettive: le necessità sociali hanno la loro grande importanza umana anche quando urtano contro limiti economici e, entro i confini del possibile. debbono essere soddisfatte, se non si vuole che quelli che possono essere amici e alleati diventino nemici.

In Italia c’è fame di terra, c’è una popolazione straboccante sulla terra, e ciò porta a invocare istituti che non sarebbero necessari se questa situazione non esistesse: il prolungamento dei contratti, una certa tutela in materia di canoni.

Queste richieste diventano evidentemente illegittime quando invece della maggiore durata dei contratti si cercava di istituire la giusta causa permanente: quando anche alla giusta causa si dava una fisionomia tale da renderla, come è oggi, impossibile di applicazione; quando si introducevano altri istituti, che possono avere una giustificazione, come la prelazione, ma in forme tali che annullavano o poco meno la facoltà di disposizione del proprietario.

Che cosa abbiamo ottenuto con un anno di battaglia in cui non abbiamo nascosto mai la nostra opinione e ci siamo battuti a viso aperto e (voglio ricordarlo) soli? Perché, guardate bene, nella battaglia dei patti agrari: comunisti e socialisti non ne parliamo; la sinistra democristiana non ne e parliamo; la destra democristiana, per bocca dell’on.Andreotti, si esprimeva ufficialmente a favore della giusta causa permanente; l’on.Covelli scriveva articoli per tacciarci di reazionari, perché conducevamo quella battaglia. Eravamo, unicamente, veramente soli. E pure abbiamo ottenuto questo: c’è un notevolissimo prolungamento dei contratti, ma il principio fondamentale che non ci sia la giusta causa permanente è stato accettato dagli altri (bravo!).

Ci sono alla Camera due progetti di legge: Pastore l’uno e Di Vittorio l’altro che prevedono l’applicazione della giusta causa permanente agli operai agricoli: dagli operai agricoli agli operai dell’industria il passo sarebbe breve, e di qui al congelamento disastroso di tutta l’economia italiana, ancora più breve. Difendendo questo punto difendevamo un principio fondamentale per tutta l’economia italiana e lo abbiamo salvato (applausi prolungati).

Come non lo avremmo salvato, o non lo salveremmo domani, se le circostanze politiche o un errore da parte nostra ci portasse su posizioni che non ci consentissero, su questo punto fondamentale, altro che recriminazioni sterili e vacue (applausi).

Andiamo avanti: per quel che riguarda la giusta causa nei periodi intermedi, abbiamo ottenuto una disciplina giuridica tale, che essa potrà effettivamente funzionare, e questa è una cosa altrettanto importante sul piano dei fatti quanto l’altra sul piano dei principi.

Infine abbiamo ottenuto, insieme a una disciplina giuridica coerente di tutte le diverse parti della legge, che l’equo canone sia stabilito da commissioni miste, composte da rappresentanti degli interessati e da tecnici, e presiedute da un magistrato, in qualità praticamente di terzo arbitro. Anche qui è in gioco un principio fondamentale: volevamo che questo prezzo, che è largamente prezzo di lavoro, fosse stabilito non d’imperio dallo Stato ma con quelle stesse modalità sostanzialmente privatistiche, che gli industriali hanno ormai da decenni accettato e cioè attraverso trattative paritetiche fra rappresentanti delle parti.

E lo abbiamo ottenuto, malgrado la mancanza di una legge sindacale, che è un altro argomento sul quale dirò fra un momento qualche parola.

2.5.6 - Artigianato

Artigianato. Abbiamo proposto per primi un codice dell’artigianato: esso è ora nelle mani di un ministro liberale, sarà portato al Parlamento e, con l’aiuto del Signore, sarà approvato, mentre da altre parti si tentavano soluzioni parziali, che avrebbero tutelato solo certi aspetti dell’artigianato, senza dargli quella tutela generale di cui abbisogna.

2.5 - L'andamento complessivo dell'economia italiana

E ora guardiamo insieme, cari amici, quale sia l’andamento complessivo dell’economia italiana, andamento che è determinato, prima di tutto, dalla volontà di lavoro degli imprenditori, degli operai e dei contadini italiani.

La situazione economica italiana ha fatto nel 1955 dei grossi progressi, che vanno al di là di quello che si sarebbe potuto sperare. Ci sono settori in difficoltà, lo sappiamo tutti benissimo, anche in difficoltà serie, e ci sono qua e là delle incertezze, ma delle contrarietà ce ne sono sempre. Non ricordo, in tanti anni di lavoro, di avere conosciuto un anno che non ne sembrasse, o non ne fosse pieno.

Ma in complesso, nonostante tutte le difficoltà, la situazione ha progredito.

2.6 - La disciplina dei sindacati

Non vorrei, a questo punto, che quello che Vi ho detto fosse interpretato come se fossi contento e soddisfatto di tutto. Neanche per sogno. Sono perfettamente cosciente, credo di avervene dato prova, di quelli che sono i difetti di molte delle cose che si sono fatte, ma credo di poter dire, in base agli elementi di fatto che vi ho citato, che in tutte le grosse cose, anche se si è dovuto cedere sui margini, si è tenuto duro sulla sostanza.

Non voglio tacere neppure le nostre inquietitudini sul modo come funzionano in generale le cose politiche, e cioè con fatica, traballando e singhiozzando.

Vi ho detto prima che nessuno di noi può pensare che non fosse necessario sistemare la posizione degli statali, ma debbo aggiungere con piena coscienza che il modo in cui si sono svolte negli ultimi quindici giorni le trattative è un modo che "ancor m’offende", come dice il poeta. Si è assistito allo stravolgimento dei poteri e delle funzioni di tutti i grandi organi dello Stato. Se ciò dovesse ripetersi sarebbe pericolosissimo. E non è per nulla che su questo la nostra Direzione Centrale ha preannunciato un iniziativa, affinchè i sindacati ricevano infine non una disciplina limitata e parziale, ma una disciplina legale e politica organica, che impedisca lo spettacolo dello Stato ridotto nelle condizioni di un industriale che abbia il bilancio non tanto in ordine e quindi sia costretto a sistemare le cose coi suoi operai, sotto pressione, in modo che va al di là del comune interesse (applausi).

3 - Le ragioni della presenza del P.L.I. nella maggioranza di governo

Supponiamo ora che il P.L.I. non fosse stato nella maggioranza nel 1955, oppure che ne uscisse a freddo (perché non escludo che ne debba uscire se si verificassero certe condizioni a cui poi mi riferirò. Ma suppongo che non lo fosse stato o che ne uscisse a freddo: che cosa avverrebbe? C’è qualcuno che s’immagina che una soluzione alternativa sarebbe una soluzione di "destra".

Ora, a parte il fatto che i dirigenti di quelle forze che si chiamano di destra non sono di destra nel senso storico della parola, e tradiscono un questo il sentimento della massa dei loro elettori, che è molto più vicina a noi che a loro, perché veramente in noi continua la tradizione dello Stato unitario italiano, continua tutto quello che di più alto e di più nobile la monarchia ha rappresentato in Italia (applausi), a parte questo, ripeto, una siffatta soluzione appare oggi obiettivamente impossibile, perché la configurazione della D.C. è quella che ormai tutti conoscono, e per quanto riguarda proprio la sua parte più di destra, l’esercizio ginnastico in cui più si compiace è quello di appendersi e dondolarsi al trapezio dei socialcomunisti.

Di conseguenza se noi avessimo preso o prendessimo a freddo quella decisione, ci sarebbe probabilmente un Governo monocolore, nel quale figurerebbero alcune simpatiche facce sorridenti, sorridenti al solo scopo di ingannarci sulla sostanza politica di quel Governo. La quale consisterebbe nell’apertura a sinistra: e cioè nel governare con l’appoggio sostanziale dei socialisti che verrebbe dato a larghe mani (voce: come ora!), con una grande differenza circa le conseguenze pratiche, perché ora, in politica interna (e torno a quello che dissi in principio) non solo non ci sono ministri socialisti negli uffici ministeriali, ma non ci sono neanche uomini che possano determinare un abbandono della linea sostanziale anticomunista, che oggi è più indispensabile che mai, quando ci si annuncia nel paese, per chiari segni, una ripresa di agitazioni e di violenze comuniste (applausi).

Quanto alla politica estera è chiaro che il prezzo, più alto ancora, che si pagherebbe, sarebbe il nostro sostanziale passaggio dall’Occidente all’Oriente, con tutte le conseguenze interne, anche sul piano economico, che prima vi ho accennato.

Dal punto di vista spirituale, dal punto di vista della scuola, dal punto di vista della stampa, che cosa avverrebbe? Avremmo sul collo un doppio giogo: un giogo confessionale e un giogo marxista.

Oggi, non dimentichiamolo, i più grandi giornali d’Italia sono ancora diretti da uomini che, nel complesso, hanno idee liberali. Dal giorno in cui si verificasse quella operazione politica, non passerebbero sei mesi che tutta la stampa italiana sarebbe ridotta a un piatto conformismo, o confessionale o marxista. E’ questo desiderabile? Io non lo credo.

Veniamo ai problemi economici. Il primo effetto di un governo di quel genere sarebbe che, tolta la remora liberale, ci sarebbe un grosso aumento di spese e un grosso aumento di spese e un grosso aumento di pressione inflazionistica sulla moneta e sulla situazione valutaria, e in conseguenza la reintroduzione nell’economia di quei controlli fisici che abbiamo conosciuto fra il 1935 e il 1948. Ci sarebbero nuove imposte del tipo di quel quattro per cento, di cui ho parlato prima, e a cui nessuno si troverebbe per opporsi: mentre non ci sarebbero le leggi tipo contenzioso tributario.

Idrocarburi: altro che la soluzione attuale, che salvaguarda l’essenziale dell’iniziativa privata! E’ chiaro che si mirerebbe alla "enizzazione" totale e immediata. La giusta causa permanente, come l’on.Nenni ha annunciato, sarebbe immediatamente portata e verosimilmente approvata dalla Camera. Queste sarebbero, tradotte in moneta spicciola, le pesanti conseguenze di quell’operazione politica. E’ questo che si desidera?

Un interruttore ha detto in questo caso che da D.C. si prenderebbe la sua responsabilità: sarebbe una bella soddisfazione! Certo, dal punto di vista dei discorsi, non sarebbe difficile farvi quel giorno un discorso che susciterebbe chissà quali applausi. Ma voglio sapere se quelle cose terribilmente sacre che si chiamano libertà dello spirito, libertà politica e libertà economica sarebbero salvaguardate meglio, o molto meno. Perché questa è la cosa fondamentale.

Qui si tratta infatti di sapere se ci conviene, cari amici, subire deliberatamente una solenne sconfitta, metterci in una situazione in cui vedremmo distrutto quello che oggi faticosamente difendiamo, per poi ricostruirlo, quando e come Dio lo sa. Chi vi parla non si perderebbe d’animo, ma non so quanta eco potrebbe avere la sua voce, e neppure quella di uomini più capaci di lui, il giorno in cui avessimo deliberatamente quella sconfitta di tutto ciò che ci è caro.

4 - Non ad ogni costo nella maggioranza di governo

Questo non significa però, nemmeno per un solo momento, che noi siamo disposti ad accettare qualunque cosa può di conservare la forma di una certa situazione politica. Noi non vogliamo la forma, la forma non ci interessa: ci interessa la sostanza. Ed io vi dico questo: che se la sostanza dovesse venir meno, se invece di dover cedere su cose sostanzialmente periferiche, dovessimo cedere sulla sostanza, io che vi parlo, io deputato liberale di Milano, che mi trovo oggi ad essere segretario generale del Partito Liberale Italiano, non esiterei per un momento, come non ho esitato un anno fa a dare battaglia sui patti agrari, non esiterei un momento a consigliare i miei colleghi di partito di uscire dal Governo. Ma lo farei conscio della grande portata e della grave responsabilità di tale passo, o soltanto quando fossi sicuro che non ci fosse rimasta alcuna altra possibilità per difendere quella libertà in ogni campo, dallo spirito all’economia, che sta a cuore, come a me, a tutti i miei amici liberali (vivi applausi).

E così non esiterei a consigliare il mio partito di assumere la più netta posizione di opposizione contro ogni tentativo di fare in realtà l’apertura a sinistra, pur fingendo di non farla, attraverso cosiddetti monocolori pendolari o altre formazioni di comodo della stessa natura. Noi, anche in questo caso, non guarderemmo ai nomi e alle parole ma guarderemmo alla sostanza.

E voglio anche dirvi questo: noi non dubitiamo, e lo dico non per accorgimento dialettico ma sinceramente, della lealtà degli uomini che sono a capo del Governo o degli altri partiti della maggioranza e in particolare della D.C. Quando uomini politici della sinistra, per esempio, dell’on.Fanfani, tengono il discorso che egli ha tenuto sabato scorso, e che ho già ricordato, è nostro dovere prenderlo in parola, e sono sicuro che l’on.Rumor dice oggi al teatro Lirico cose non molto diverse da quelle dette dal suo capo una settimana fa. Non abbiamo ragione e interesse di dubitare di queste parole. (voci: è meglio diffidare, onorevole!). Gli italiani diffidano sempre troppo e qualche volta, a furia di diffidare, finiscono per farsi fregare.

Però debbo ripetere molto chiaramente oggi, in una situazione divenuta più difficile, quello che ho detto altrove recentemente: e cioè che se negli altri partiti della coalizione, e in particolare nella D.C., avvenissero fatti da cui risultasse che la sostanza di una collaborazione non è più possibile, non ci contenteremmo della forma. Nella D.C. vi sono tanti gruppi e gruppetti, da quella destra di cui ho illustrato un momento fa gli esercizi sul trapezio a quel sindaco di Firenze con il quale abbiamo, in sede comunale, già da un anno rotto la collaborazione, passando all’aperta opposizione (applausi vivissimi) a gruppi che rappresentano i più svariati e in sé legittimi interessi, ma che li rappresentano forse in uno spirito troppo sindacale.

Se l’uno o l’altro di questi gruppi pensasse di poter praticare impunemente il gioco di mettere in forse od annullare gli accordi raggiunti responsabilmente dal loro partito nel complesso, si sbaglierebbero, perché dovrebbero accorgersi che questo gioco si paga con la fine della coalizione, e dovrebbero anche domandarsi se questo conviene loro, come cattolici, come italiani e come politici.

Da parte nostra c’è lealtà e grande tenacia e perciò domandiamo che alla nostra lealtà corrisponda pari lealtà e buona volontà da parte degli altri.

5 - Le elezioni amministrative

Prima di chiudere, vorrei dire qualcosa sulle elezioni amministrative.

Anzitutto non è vero che da parte di qualcuno di noi si sia chiesto un rinvio delle elezioni stesse. Non so come sia entrata questa notizia nei giornali, anche amici, che pur facilmente avrebbero potuto verificarne la inesattezza. Così pure non è vero che noi ci siamo schierati contro una modificazione della legge e che siamo apparentisti a tutti i costi. Noi sappiamo che in tutte le cose politiche c’è il pro e il contro ed è nostro dovere discuterli e pesarli e non gettarci a testa bassa nella prima soluzione che viene.

Però noi abbiamo preso su questo punto, a suo tempo, un impegno che è quello della proporzionale e cioè della battaglia condotta da ogni partito da solo e questo impegno noi lo terremo (applausi). Pensiamo che in questa, come in altre cose, l’onestà è la migliore politica.

Infine vorrei molto brevemente darvi un anticipo di una iniziativa che ci accingiamo a prendere e che interessa direttamente la provincia di Milano. Noi condurremo, a suo tempo, la nostra battaglia a Milano sui temi che potete già desumere dall’atteggiamento preso dai nostri amici consiglieri in Consiglio Comunale, per esempio sul problema molto grave del bilancio, e su altri problemi fondamentali di ordine amministrativo. Ma noi vorremmo che l’elettorato si avvicinasse a noi anche su un problema che trascende tutti gli altri, che è quello dell’avvenire di Milano, dell’avvenire di tutta la zona che circonda Milano e che mi permetterete, per brevità, di chiamare la zona ambrosiana.

Non so se tutti noi, che viviamo e lavoriamo, qui, ci rendiamo conto che fra Milano e la zona che è al Nord delle rotabili di Magenta e di Cassano d’Adda ci sono ormai due milioni e mezzo di abitanti; se ci rendiamo conto che produciamo quasi 16 per cento del reddito nazionale italiano; soprattutto se ci rendiamo conto che continuando lo sviluppo economico dell’Italia al suo ritmo attuale e continuando quello economico milanese a un ritmo più elevato, com’è naturale, di tutta l’economia italiana, fra quindici o venti anni in questa zona avremmo da quattro a cinque milioni di abitanti, con un reddito ambrosiano di più di tre mila miliardi.

Noi viviamo qui oggi in una metropoli economica e civica che è già fra le grosse metropoli europee; fra quindici o venti anni saremo in una delle massime metropoli d’Europa e in una delle maggiori del mondo.

Noi ci domandiamo se la struttura amministrativa attuale di questa zona è adeguata a queste prospettive e se non sia venuto il momento di trovare un assetto migliore, di trovare la strada che ci apra l’avvenire senza nessun impedimento.

Il problema è complicato dal fatto che il Comune di Milano, per un comune della sua importanza, è piccolo: è un comune di circa 180 Kmq., mentre il comune di una città come Roma – che è anche essa una metropoli, ma che non ha, neanche lontanamente, una forza di sviluppo economico come Milano – abbraccia circa 1500 Kmq., quasi dieci volte Milano.

Milano, inoltre, è circondata da città nobilissime, da una Monza, da una Sesto San Giovanni, e più lontano da altri centri maggiori oltre a centinaia di piccoli comuni, che, per ragioni storiche che p inutile indagare, hanno una individualità e una personalità civica che noi giudicheremmo follia voler distruggere, perché il liberale sente le necessità del nuovo ma sente anche la necessità di conservare e utilizzare quello che c’è di buono in ciò che già esiste.

Di siffatto problema si possono astrattamente profilare diverse soluzioni, che saranno discusse fra breve in un convegno che noi intendiamo indire a Milano.

Qualcuno potrebbe pensare a un comune ipertrofico che dovrebbe distruggere città che mal volentieri, e con ragione, si presterebbero ad essere ingoiate; qualcuno potrebbe pensare a un consorzio, ma un consorzio lo si fa normalmente per un problema singolo, non è il mezzo per risolvere dei problemi generali e per estendersi ai problemi dell’avvenire.

Noi pensiamo invece a una cosa che definirei provvisoriamente così: la provincia-metropoli ambrosiana. Una provincia-metropoli, una provincia dotata di poteri speciali tali che conservando in pieno l’autonomia dei singoli comuni interessati, possa però assicurare il coordinamento fra di loro di alcune funzioni basilari, come per esempio l’azzonamento generale, le comunicazioni, le strade e i servizi igienici e sanitari, l’istruzione professionale: possa cioè assicurare fra di loro quel coordinamento che permetta di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo e la minima spesa.

Immaginiamoci cosa succederebbe se fra venti anni, con una popolazione di quattro-cinque milioni divisa fra Milano e i comuni della provincia a stretto contatto col capoluogo, non ci fosse un quadro istituzionale di questo genere? Pensate solo al problema della metropolitana, o a quello degli ospedali, e a come si prospetterebbe in un quadro istituzionale largo, e come invece in un quadro istituzionale ristretto e frazionato. Noi pensiamo dunque di sottoporre questo problema ad illustri specialisti fra poche settimane; pensiamo poi di domandare alla cittadinanza che cosa ne pensa e se la risposta è positiva pensiamo di proporre una legge speciale per Milano. E’ da parecchio tempo che dico ai ministri che uno di questi giorni, come deputato milanese, proporrò una legge speciale per Milano (applausi). Però ho sempre trovato un sorriso ironico e c’è una ragione: ormai si crede che legge speciale voglia dire che si domandano denari allo Stato. Ebbene, noi milanesi e lombardi siamo in queste condizioni: che possiamo domandare una legge speciale senza domandare un centesimo. Possiamo anzi dire questo: domandiamo soltanto un quadro istituzionale che ci permetta di lavorare di più e di produrre di più.

E una parte di quello che produrremo in più ve lo prenderete voi – non voi qui – se lo prenderanno loro.

Milano è, certo in Italia e forse in Europa, la maggiore esplosione di produzione e di iniziativa privata. Bisogna che questo formidabile empito di vita abbia il quadro che gli compete.

Ed è su questa nota che voglio oggi finire un discorso, che è stato forse troppo lungo, perché ho voluto sottoporre ai milanesi, da milanese, dei fatti, ponderati con testa fredda e cuore caldo, come diceva un grande uomo politico.

Chiudo su questa nota di ammirazione per questa nostra città e per la sua provincia e col proposito di fare, nelle forme opportune, quello che sarà per essa necessario. E come prendo questo impegno, prendo, per il Partito Liberale Italiano, l’impegno di continuare a battersi, così come esso può nelle circostanze di fatto, e senza esitare un momento a trarre anche le più gravi conseguenze, se esso notasse che la sua azione non incontra quella leale cooperazione dei suoi alleati che è necessaria. Non è l’impegno di chi vorrebbe veder rompere, sfasciare, smascherare. E’ l’impegno di chi sente profondamente la propria responsabilità verso la situazione politica ed economica, non solo del paese in generale, ma dei ceti medi e dell’iniziativa privata in particolare.

Noi su questa linea e con questo impegno serio e preciso continueremo a batterci (vivi applausi).