| Dr. Cesare Romiti
L'ALTRA EUROPA: NUOVE FRONTIERE DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE Traccia dell'intervento al convegno dell' "Istituto Ugo La Malfa" sul tema "L'altra Europa: nuove frontiere della democrazia liberale" - Milano 21 gennaio 1999 |
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SOMMARIO 1 . Necessità ma non sufficienza della moneta unica europea. 2
- I tre cardini della politica europea: 3 - Raffronto tra l'economia dell'area di Maastricht e degli USA 4 - Le componenti della spesa pubblica nell'area di Maastricht e negli USA |
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1 . Necessità ma non sufficienza della moneta unica europea. Mi è capitato molto spesso in questi anni di discutere e di confrontarmi sul processo di integrazione europea. E ogni volta che l'ho fatto, ho cercato di ribadire e chiarire due mie convinzioni.
Lo dimostra, con ogni evidenza, la situazione in
cui ci troviamo.
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- I tre cardini della politica europea: Di fronte a questa situazione, ci si domanda come
la politica europea possa corrispondere alla fondamentale esigenza di un rilancio dello
sviluppo. Per rispondere possiamo prendere in considerazione i tre cardini della politica
economica europea: la gestione della moneta, il fisco, il lavoro. 1) Per quanto riguarda la strategia monetaria, sappiamo bene che la Banca Centrale Europea ha espresso senza equivoci la sua determinazione a perseguire la stabilità dei prezzi contro qualsiasi minaccia che possa sospingere l'inflazione annua al di sopra del 2%. E' una logica diversa da quella che ha animato le scelte della Federal Reserve e con cui è stato accompagnato il lungo periodo di sviluppo americano, dove un'inflazione annua di circa il 3% ha facilitato, a costi aggiuntivi trascurabili, l'aggiustamento di salari e prezzi relativi. Alla cerimonia d'insediamento della Bce a Francoforte, il 30 giugno scorso, il premier inglese Tony Blair, allora presidente di turno dell'Unione, aveva detto: "Rispettiamo l'indipendenza della Bce, garanzia della stabilità dei prezzi, ma oltre all'autonomia la Banca centrale europea deve conquistarsi una reputazione di dialogo e di trasparenza, fonte di legittimità". Se un auspicio dobbiamo fare, è che, superato il delicato rodaggio delle prime fasi dell'euro, la Banca Centrale si muova in questa direzione. * * * Sul fronte fiscale, vediamo che molte nubi si addensano sul "Patto di stabilità e di crescita" che impone ai governi di riportare verso il sostanziale pareggio il saldo annuale della finanza pubblica. Sono in molti ad attribuire al Patto la responsabilità di frenare, se non bloccare le possibilità di ripresa economica del continente. Di conseguenza, cresce il partito di quanti sostengono - sia pure con sfumature diverse - che sia questo il vincolo da "rivedere" per porre rimedio al rallentamento dell'economia e ai rischi concreti di recessione. In effetti, l'obiettivo che ci si è posti con il Patto di stabilità è proprio quello di spingere verso l'equilibrio dei conti, perché è da qui che è possibile partire per coniugare rigore e flessibilità. * * * 2.3 - C'è un terzo aspetto: il lavoro. Su questo versante, l'ultimo Consiglio dell'unione a Vienna di metà dicembre ha visto nascere una nuova prospettiva: riproporre il modello Maastricht, con il rigore dei suoi parametri, anche per l'occupazione. L'intenzione sarebbe, cioè, di individuare alcuni obiettivi comuni per arrivare ad abbassare i tassi di disoccupazione. Per esempio fissando una percentuale obbligatoria di disoccupati da immettere nei circuiti della formazione, puntando sulla loro reimpiegabilità. Intenzioni. Non c'è niente di definito. Resta il fatto che in questo momento data anche la vicinanza di idee tra molti governi del continente - sta emergendo in Europa una certa volontà di uniformare e omogeneizzare le politiche del lavoro. E' una strada che non mi pare auspicabile. Mi spiego. L'unificazione della politica monetaria (con lo stesso tasso d'interesse, da un lato, e l'impossibilità di utilizzare la leva del cambio dall'altro) rende indispensabile maggiori margini di flessibilità su altre variabili. L'idea di imporre gli stessi salari, gli stessi orari, gli stessi oneri e così via è esattamente il contrario di ciò di cui abbiamo bisogno. Ciò di cui abbiamo bisogno è la concorrenza tra sistemi economici, in modo che prevalgano e siano di modello per gli altri quelli più efficienti e flessibili. Noi abbiamo bisogno, in particolare, di maggiore flessibilità del mercato del lavoro, non di maggiore rigidità. Ne abbiamo bisogno perché i livelli di sviluppo e le caratteristiche delle economie europee sono ancora molto diversi. Se cercassimo di uniformare le condizioni di lavoro di tutti i Paesi a quelle del Paese più forte dal punto di vista industriale e produttivo - la Germania - avremmo uno spiazzamento delle economie meno forti e quindi non la riduzione della disoccupazione, ma la sua crescita. La strada dell'unificazione delle condizioni a prescindere dai livelli di produttività è la stessa che a suo tempo fu scelta in Italia nei confronti del Mezzogiorno. Col risultato di dare origine ad una disoccupazione strutturale permanente che interessa quasi un quarto della forza lavoro. * * * 3 - Raffronto tra l'economia dell'area di Maastricht e gli USA Ma allora, in questo contesto, in quale direzione deve muoversi l'Europa? A me pare chiara: ed è una direzione diversa da quella seguita finora. Capisco che sotto molti punti di vista l'Europa è un'altra cosa rispetto agli Stati Uniti. Ma consideriamo che cosa è successo nelle due aree in questi sette anni dalla firma del Trattato di Maastricht. Dal '92 ad oggi gli Stati Uniti hanno visto salire il reddito medio annuo di oltre il 3%, marciando nel 1998 sulla cadenza del 4%; hanno contenuto la loro inflazione; hanno saputo creare in media 2 milioni di posti di lavoro all'anno (oltre 12 milioni dal 1992) riportando il tasso di disoccupazione intorno al 4,5%; il deficit pubblico adesso tende allo zero e il bilancio statale è tornato a denunciare un surplus di cassa. Eppure venivano da un terribile ciclo negli anni Ottanta, quando avevano inflazione elevata, con una media del 5,5%; un tasso di disoccupazione arrivato a sfiorare il 10%; un deficit pubblico che dallo 0,7% era salito fino al 3,3%; un debito statale ugualmente in salita. Negli anni Novanta, anche l'Europa ha ottenuto risultati di indubbio spessore, inattesi fino a poco tempo prima, e ha realizzato con l'integrazione monetaria un progetto di grandissima importanza, sul piano economico e forse ancor più sul piano politico. Tuttavia, oltre al tasso di disoccupazione medio salito da poco più del 9% fino all'1 1,9%, si registra per gli 11 Paesi dell'euro una pressione fiscale cresciuta progressivamente e pari ora al 42,5% del Pil, rispetto a meno del 30% negli Stati Uniti e in Giappone, e un tasso di crescita dell'l,8% negli ultimi sette anni con un indice 1998 stimato al 2,9%. In l'Italia, poi, la disoccupazione si è attestata al 12,2% (dall'8,8% che era nel 1992), le entrate fiscali sono aumentate come in nessun altro Paese europeo passando dal 39,4% al 44,3% e il ritmo di crescita è risultato dell'1,2% avendo preventivato per l'ultimo anno meno dell'l,5%. Si tratta di due percorsi speculari, di due condotte quasi esemplari, ma per versi opposti. Da queste vicende emerge come gli sforzi fatti sul piano macroeconomico per il risanamento delle finanze pubbliche, permanendo un contesto di grandi rigidità e di elevata pressione fiscale, abbiano frenato in Europa lo sviluppo allargando, di conseguenza, l'area della disoccupazione. Al contrario, il sistema americano ha mantenuto o accentuato quelle caratteristiche di flessibilità e adattabilità che gli hanno permesso di riassorbire gli squilibri e di ridare vigore alla crescita, sanando contemporaneamente i problemi macroeconomici. Eccesso di rigidità ed eccesso di pressione fiscale: questi sono i veri vincoli che la nuova Europa deve necessariamente affrontare dopo l'euro per riprendere un cammino di robusto sviluppo. Ma per quanto detto finora non può farlo con gli strumenti, per così dire "tradizionali", delle ultime stagioni. Occorre, invece, una più decisa volontà politica, capace di incidere veramente sulla spesa pubblica e sul mercato del lavoro. Non l'una o l'altra cosa: tutte e due insieme. * * * 4 - Le componenti della spesa pubblica nell'area di Maastricht e negli USA Naturalmente, se guardiamo alla spesa pubblica, c'è componente e componente. Quella per interessi dipende dai tassi e dal livello di debito: e qui si hanno scarsi margini di manovra. La spesa per investimenti è quella che ha già subito in questi anni i maggiori oneri dell'aggiustamento fiscale e la sua incidenza rispetto al Pil è già scesa di molti punti (0,1% è la media dal 1992, rispetto al 5,8% degli Stati Uniti). Non sembra esserci quindi altra strada che affrontare la spesa corrente: pensioni, trasferimenti e salari pubblici. Quella dove fa la parte del leone il welfare state, che ha anche adempiuto nel corso dei decenni a un alto ruolo civile e sociale, ma è degradato spesso nella burocrazia e nello spreco - dando a chi non aveva realmente bisogno - e si è identificato nello Stato che "vede e provvede per tutti", soccorritore di ultima istanza, in un ruolo in cui sovente venivano sospese le regole del mercato e della concorrenza. Per questo scopo Paesi come Germania, Francia e Italia impiegano fra il 22% e il 28% del loro prodotto interno lordo contro il 14% degli Stati Uniti. E sotto questo aspetto risulta illuminante anche l'esperienza della Gran Bretagna, che ha ridotto la spesa pensionistica a partire dalla fine degli anni Settanta; ha riformato i sussidi di disoccupazione sia a metà degli anni Ottanta sia nel 1997; ha messo sotto controllo la spesa sanitaria. Per offrire opportune pietre di paragone, posso anche ricordare che in Gran Bretagna la spesa corrente al netto degli interessi è, rispetto al Pil, di tre punti inferiore a quella italiana anche se le uscite per sanità, invalidità, infortuni sul lavoro, famiglia, collocamento e disoccupazione, cioè per il welfare state in senso stretto, sono superiori. Va ricordato che tre punti in meno di spesa corrente dal 1990 a oggi equivalgono per l'Italia a circa 300.000 miliardi di lire attuali, ossia più dei 282.000 miliardi ottenuti portando la stretta fiscale dal 39,4% del 1990 al 44,3% del 1997 e non tanto lontano dai 370.000 miliardi raccolti con le varie manovre di aggiustamento. Le rigidità del welfare state e, in particolare, del sistema pensionistico si riscontrano anche sui mercati dei fattori produttivi. A fronte di una disoccupazione tanto elevata, per esempio, gli occupati odierni non sono disposti ad accettare più flessibilità, con il rischio di perdere il lavoro, mentre i disoccupati a loro volta invece di flessibilità chiedono protezione sociale. E così aumenta il peso fiscale sull'economia. D'altra parte il sistema di protezione fa sì che la media del costo del lavoro nei paesi dell'unione monetaria sia 1,4 volte il salario medio contro 1,25 degli Stati Uniti (e 1,7 dell'Italia, ma in alcuni settori si arriva a 2 volte e più) e che quindi ogni compensazione all'aumento delle imposte finisca per scaricarsi anche sui livelli delle retribuzioni lorde in una sorta di circolo vizioso. In Europa non sembra insomma abbastanza chiaro il fatto che parlare di politiche del lavoro significa riferirsi a tutte le condizioni di mercato e non semplicisticamente ai posti di lavoro. Quando rileviamo che gli Stati Uniti hanno creato 12 milioni di occupati negli ultimi sette anni, dobbiamo anche ricordare che nello stesso periodo sono stati tagliati oltre 5 milioni di impieghi (secondo certe rilevazioni addirittura più di 7) e che quindi i nuovi posti creati sarebbero almeno 17 milioni (oppure quasi 20 secondo le altre fonti). E bisogna sottolineare che i lavoratori indipendenti sono saliti dal 20% al 25% e che l'eccezionale fenomeno delle cosiddette Soho (Small Office, Home Office) con più di 10 milioni di nuove ragioni sociali è stato favorito dall'amministrazione federale e da quelle statali. Quello che devono compiere i governi europei, arbitri di tutte le leve tranne quella monetaria, è quindi un grande salto culturale e politico che richiede una notevole dose di coraggio.
[La posta in gioco, d'altronde, è fra le più elevate in assoluto. Senza crescita quale risposta o prospettiva si può dare agli oltre 18 milioni di europei che non hanno un impiego nè un motivo per sperare di trovarne uno in tempi ragionevoli? Il 4O% dei disoccupati francesi, il 55% di quelli spagnoli e il 65% di quelli italiani sono tali già da più di un anno. Si parla di un europeo ogni otto; in genere adulti, ma più di frequente giovani: uno su quattro in Francia, uno su tre in Spagna e Italia, addirittura uno ogni due nel nostro Mezzogiorno.] E questo vale anche per l'Italia, che ha bisogno ancora di un grande sforzo
Non pensiamo di poter contare - in Italia, come nel resto dell'Europa - su nuovi fattori esterni che ci aiutino a surrogare le scelte politiche che dobbiamo fare. Abbiamo un costo delle materie prime che non è mai stato così basso e quello del denaro, con un tetto fissato dalla Bce al 3%, trova un precedente addirittura 40 anni fa; l'inflazione appare trascurabile. A fronte di questo, sappiamo però che l'economia mondiale sta andando verso un sostanziale rallentamento in tutte le aree. 5 - E' la stagione della semina e non quella del raccolto Lo sviluppo dovremo costruircelo da noi, con le nostre scelte, con la nostra determinazione a cambiare, a voltare pagina, ad abbattere barriere, tabù, privilegi. Ed è bene allora essere consapevoli che quella che ci si apre davanti è davvero una nuova stagione, ricca di impegni da rinnovare; è una ulteriore e molto complessa evoluzione della storia cominciata con l'Unione europea e proseguita con l'euro. Per essere chiari: è una stagione da dedicare non a raccogliere frutti, ma a seminare per fare crescere la pianta della nostra economia. Qualche anno fa, Robent M. Solow, premio Nobel per l'economia nel 1987, scrisse che il maggior pericolo per l'economia europea era che il rigore male indirizzato finisse col trasformarsi in rigor mortis. Io credo che questo, per fortuna, sia ancora un rischio lontano. Ma non così lontano da permetterci di prenderlo sotto gamba. Perchè il mondo intorno a noi si sta trasformando ad una velocità da non sottovalutare. E per non farcene travolgere, dovremo correre sulla strada della competitività. Con il suo rigore la Banca Centrale Europea ci dà la stabilità monetaria. Ma lo slancio per lo sviluppo ce lo possono imprimere solo politiche economiche adeguate alle sfide del confronto competitivo sul mercato globale. |
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