Ringrazio
l’amico Bartoli che per la seconda volta ci concede questa sala e le
preziose facilitazioni che consente, per una iniziativa del Comitato di
Resistenza Democratica. Egli ci ha fatto le necessarie precisazioni di
imparzialità, ma noi sappiamo di doverlo ringraziare anche per il
contributo morale che ci offre.
In un
momento grave per la nostra vita nazionale il nostro principale
obbiettivo, e vi parlo anche a nome del Comitato per gli studi
costituzionali e del Centro di Azione Liberale che sono i realizzatori
di questo convegno, il nostro principale obbiettivo è di portare alla
soluzione della crisi un contributo di volontà morale, un contributo di
competenza scientifica e un contributo di iniziativa politica.
Questa
riunione di tre forze che credo tutte necessarie per affrontare e
superare la crisi che attraversiamo è quanto noi desideriamo offrire in
questo momento con la responsabilità di cittadini preoccupati non delle
sorti di gruppi o di partiti politici ma delle sorti della nostra
comunità nazionale.
Gli
sviluppi della situazione politica e in particolare il congresso della
D.C. hanno ancora una volta messo in luce come discriminante
fondamentale, due concezioni politiche contrapposte: una che ritiene che
l’Italia sia un paese arretrato e in ritardo sul mondo sviluppato e
civile perché le sinistre marxiste non hanno tutto il potere o almeno
maggior potere, e la concezione opposta che ritiene che l’Italia è in
ritardo sul mondo sviluppato e civile perché le forze democratiche di
ispirazione occidentale non hanno avuto e non hanno un sufficiente peso
politico e adeguata rappresentanza nella gestione del potere. Per motivi
che derivano in gran parte dalle caratteristiche del nostro sistema
costituzionale questa seconda concezione non trova adeguata
rappresentanza e difesa.
Contrariamente
a quanto è avvenuto sinora in altri precedenti dibattiti, almeno a
livello della cultura ufficiale, questo di oggi si apre dunque su una
premessa politica che è chiaramente espressa nell’invito che vi è
stato diretto e che voi avete accettato: questa premessa consiste nella
constatazione che la costituzione del ’47, mentre si è dimostrata
valida nella parte che statuisce e difende i diritti di libertà, è
fallita nella parte che regola il gioco democratico per la distribuzione
e l’equilibrio del potere fra le forze politiche. Questo fallimento si
manifesta in modo inequivoco nella progressiva scomparsa dall’orizzonte
politico italiano delle posizioni democratiche che si richiamano al
liberalismo classico, sia come posizione politica ideologica, sia come
rappresentanza di ideali, sentimenti, aspirazioni e interessi concreti
di una parte notevole dell’elettorato italiano. Infatti a queste forze
s’impedisce di manifestarsi e di svolgere la loro funzione politica
con la falsa e interessata condanna, aprioristica e generica di "filofascismo"
o con l’applicazione di concetti pseudo economici cari agli
orecchianti paramarxisti come quello di "rendite
parassitarie". Dopo aver impedito con tali artifici di svolgere la
loro funzione, si rimprovera loro, dal centro e dalla sinistra, di non
averla svolta. Avrete letto in un editoriale del "Mondo" del
26 maggio questa accusa significativa e paradossale "nessuno ha
chiesto ai liberali di essere così scoloriti, deboli e
rinunciatari". Avrete letto sugli organi comunisti e paracomunisti
le accuse a Malagodi di essere troppo largo nella spesa pubblica e le
accuse a Forlani di "antifascismo storico".
Con
ipocrisia e tatticismo che nella situazione attuale diventano
intollerabili, si rimprovera dunque ai liberali le concessioni fatte per
aver creduto nella possibilità di un ultimo tentativo di salvare, senza
affrontare i problemi di fondo, questa nostra edizione del regime
democratico. Con la stessa ipocrisia, poi, si dice in ritardo quello che
a loro nome e secondo la loro logica si sarebbe dovuto dire da anni,
escludendoli dal dialogo e dal potere e sostituendovi ancora una volta
il compromesso e il mercato delle combinazioni sia all’interno della
D.C. sia fra la D.C. e le sinistre, come se questa prassi rappresentasse
l’essenza della mediazione, come se uno squallido gioco di potere, il
frazionismo e il clientelismo rappresentassero l’attuazione di una
dialettica democratica.
La
momentanea eclissi di Forlani e di coloro che hanno condiviso le sue
posizioni e i suoi sforzi, riflette nella Democrazia Cristiana, questa
deprimente realtà, ma denuncia nello stesso tempo i limiti della parte
migliore della Democrazia Cristiana ad esprimere ed affrontare la
soluzione del problema alla sua radice.
Nel
primo decennio della Repubblica, vi sono due date particolarmente
significative per chiarire il contributo (positivo e negativo) che la
politica liberale e quella del fronte popolare, decisamente
contrapposte, hanno rispettivamente portato al paese, al suo sviluppo
democratico, al suo progresso reale. La prima data è quella del 18
aprile 1948. Il 18 aprile fu uno scontro fra due schieramenti frontisti
composti da vari partiti, il Fronte Democratico Popolare e la
coalizione liberale guidata da De Gasperi. Vinse lo schieramento
liberale che era per una scelta occidentale in campo internazionale
(scelta già scritta nei fatti) e per l’interpretazione occidentale di
una costituzione ambigua e polivalente (che non era affatto scontata né
implicita nella situazione).
La
vittoria della coalizione liberale fu una fortuna per il nostro paese,
la vittoria della coalizione di sinistra sarebbe stata un disastro.
Infatti, se avessero vinto le sinistre del fronte popolare avremmo avuto
non soltanto una scelta di campo contraria alla situazione
internazionale e contraria a tutto lo sviluppo della storia italiana, ma
una scelta economica oggettivamente contraria agli interessi reali non
solo della borghesia ma di tutte le categorie economiche e sociali. L’interpretazione
marxista e "popolare" che la vittoria del fronte avrebbe dato
alla costituzione, ci avrebbe semplicemente precluso il decennio di
sviluppo per cui ogni discorso fatto da sinistra su una utilizzazione
socialmente più soddisfacente del margine di riserve disponibili che
questo sviluppo ha creato risulta del tutto utopistico e astratto.
La
seconda data è quella del 7 giugno 1953. De Gasperi, consapevole dell’insufficienza
costituzionale, sempre meno compensata dalla solidarietà fra i leaders
democratici, tentò, con la legge maggioritaria, di dare una base
parlamentare più larga e una maggioranza più stabile ai governi di
ispirazione liberale centrista , e, come ha recentemente ricordato
Scelba, pensò questa base e questa maggioranza come punto di partenza
per attuare una riforma costituzionale. La sua sconfitta e la vittoria
delle sinistre, che fu in realtà consentita dalla defezione di una
parte della destra, fu un disastro per la Democrazia Italiana.
Se la
coalizione degasperiana avesse vinto non avremmo avuto i dieci anni di
centro sinistra, la crisi dello Stato e l’arresto del processo di
sviluppo. Gambino, in un recente articolo su "L’Espresso"
ammette gran parte di questi fatti, ma tace naturalmente la verità di
fondo e cioè che le sinistre italiane, né allora né poi, hanno mai
offerto un’alternativa valida e reale alle soluzioni economiche della destra
(una destra che per colpa di un certo analfabetismo politico che esiste
nella sua ala estrema, viene nel linguaggio corrente chiamata "il
centro"). Con ciò non intendo dire che le sinistre, compresa l’estrema,
non abbiano avuto e non abbiano l’insostituibile funzione di pungolo,
di controllo e di contrasto dialettico che rende vitale una democrazia.
Dopo
la scomparsa di De Gasperi e il breve periodo Scelba la Democrazia
Cristiana ha sempre più mortificato la componente laico-liberale
venendo meno al compito di guida di una politica ispirata ai modelli
liberali occidentali ossia una politica di progressismo moderato e
gradualista nel quadro di uno stato mediatore, non classista. La
mancanza di un leader e lo scarso senso dello stato hanno reso il
partito cattolico sempre meno adatto al compito, indubbiamente
difficile, di salvaguardare e utilizzare lo stato malgrado le gravi
insufficienze della nostra costituzione modello 1947.
Oltre
a queste due date particolarmente significative nella evoluzione del
nostro sistema democratico, dobbiamo ricordarne una terza che segna
definitivamente l’incapacità delle forze politiche dominanti, di
risolvere la crisi nell’attuale quadro costituzionale. Questa data è
il 7 maggio 1972. Nella campagna elettorale e negli impegni presi dai
leaders nei confronti dei propri elettori, la D.C. ha chiesto un ultimo
mandato non ripetibile e non rinnovabile per affrontare con gli altri
partiti dello schieramento democratico la crisi morale, istituzionale,
politica ed economica del paese. Il mandato non è stato assolto e nel
recente Congresso, con una manovra di vertice che non ha tenuto conto
dell’orientamento prevalente degli stessi delegati del partito, la
D.C. ha capovolto la scelta fondamentale del 7 maggio, in contrasto
clamoroso e insanabile con l’impegno preso dai suoi maggiori
esponenti.
Di
fronte a questa situazione, come abbiamo già avuto occasione di mettere
più volte in evidenza, l’unica speranza della democrazia sono le
forze che nei vari partiti democratici, con la consapevolezza del
problema di fondo, si muovono per una iniziativa comune.
Al
convegno sulla Riforma dello Stato, nel 1971, il presidente Leone
affermava: "una società civile e democratica qual è e deve
restare la nostra non può rifiutarsi di porre a confronto le strutture
che con generosa fatica furono costruite alla Costituente con i problemi
ed il sollecito ritmo di essi che si sono delineati in questo non lungo
arco di tempo. Ebbene mettiamoci tutti a formulare proposte concrete di
riforme anche le più ardite, anche in chiave di revisione
costituzionale e diamo inizio a un lavoro consapevole e responsabile.
Il
1973 ha visto un rinnovato interesse per i problemi istituzionali.
Dobbiamo ricordare vari articoli apparsi sul Corriere e sulla rivista L’Europa
a firma di Sensini, Destefanis, Lombardo e Giubilo, il dibattito di
illustri costituzionalisti quali Sandulli, Crisafulli, Mortati, Ferrari,
Galeotti, La Pergola e Jemolo, quello pubblicato dal settimanale della
D.C. "La discussione" con l’intervento di Speranza,
Ciccardini, Destefanis e Lombardo, la tavola rotonda organizzata dal
Centro Studi della D.C. il 20 marzo scorso cui hanno partecipato
Crisafulli, Cotta, Frosini, Galeotti, La Pergola ed altri. Sono pure da
segnalare i contributi alla tesi della riforma costituzionale portati
dal rapporto Ruffolo, dagli articoli di Galli su "Panorama",
da Massimo De Carolis sul mensile della D.C. milanese "Iniziativa
democratica", da Scelba nell’intervista concessa al
"Giornale d’Italia" il 16 marzo scorso.
E’
tempo che le forze politiche che nella D.C., nel P.S.D.I. e nel Partito
Liberale che hanno seguito e approvato questo sforzo di elaborazione
trovino un terreno di dialogo e di intesa sul problema delle
istituzioni. A questo proposito non posso che condividere la
affermazione di Sensini che in un articolo apparso sul
"Mulino" ha scritto: "siamo certi che la salvezza della
Repubblica più che dalle formule di governo, verrà proprio dalla presa
di coscienza della crisi del sistema".
Con
questo Convegno, rivolgendoci ai giuristi che si riuniranno nella tavola
rotonda intendiamo raccogliere e formulare indicazioni tecniche sulla
riforma dello Stato e rivolgendoci agli amici dei vari partiti
democratici che partecipano al convegno, intendiamo raccogliere e
formulare indicazioni su due punti essenziali della crisi che attraversa
la nostra democrazia e cioè: quali sono le forze politiche e
democratiche che ne sono consapevoli e intendono affrontarla e quali
sono le caratteristiche fondamentali che lo Stato democratico moderno
deve assumere per poter funzionare. Identifichiamo la crisi attuale
nella necessità ed urgenza di risolvere tre problemi fondamentali:
-
ricostruire
una struttura costituzionale che consenta al sistema democratico di
funzionare nel rispetto della libertà;
-
attuare
una politica sociale avanzata e moderna sul modello dei paesi
occidentali più progrediti;
-
ristabilire
un equilibrio e un patto sociale che consenta il rilancio dello
sviluppo economico.
L’orizzonte
è oscuro e dobbiamo contare esclusivamente sulle nostre forze, ma
avremo fatto un passo decisivo in avanti se saremo capaci di ripetere
quello che, in una situazione non meno drammatica e deprimente, fu fatto
da molti giovani italiani, che poi presero parte alla ricostruzione
democratica del paese, quando ancora gravava sull’Italia l’ombra del
regime e lo spettro di una guerra. Fin da allora si iniziò il discorso
sulle prospettive di ricostruzione dello stato con forze nuove e su
nuove basi: il solo discorso veramente responsabile e lungimirante che
possiamo fare nella situazione attuale.