Edgardo Sogno
intervento al convegno
INCONTRO DEMOCRATICO E RIFONDAZIONE DELLO STATO
Firenze, 17-18 giugno 1973

Premessa

Oggi 8 agosto 2000 si svolgono a Torino i funerali di Edgardo Sogno. Funerali con gli onori militari, come è giusto che sia per un uomo che ha dato il meglio di sè proprio in azioni militari e che per quelle azioni si è meritato la medaglia d'oro. Prima di approdare ad Alleanza Nazionale e di vedersi rifiutata,  nel 1996, dagli elettori di Cuneo l'elezione a senatore, per una breve stagione la vita movimentata di Edgardo Sogno si è incrociata con quella del Partito Liberale Italiano. Erano i primi anni settanta, il PLI aveva alla segreteria l'On. Agostino Bignardi e alla presidenza l'On. Giovanni Malagodi, uomini insigni per cultura liberale e per l'impegno al servizio del liberalismo politico, ma certamente non classificabili come "di sinistra", se è possibile usare questa classificazione per dei liberali. Eppure Sogno non abbraccia le posizioni politiche della maggioranza del partito e, da posizioni di minoranza, si adopera al meglio per "sparigliare" le carte del PLI. Intrattiene propri rapporti con esponenti della destra, cattolica e non. Ha in mente un progetto politico chiaro e semplice, come chiare e semplici sono spesso le idee dei militari o di chi nutre affinità con essi. Da una parte sta il nemico e chi non sta con il nemico sta con noi, deve necessariamente stare con noi. Per Sogno, il nemico di sempre è il comunismo e per batterlo non vi è altra strada che unire le forze di tutti coloro che sono anticomunisti e che, per tale anticomunismo, egli definisce di "destra", comprendendovi anche i partiti che a torto vengono definiti di "centro". Insomma, per lui vi sono solo due schieramenti: quello dei comunisti, la sinistra, e quello degli anticomunisti, la destra; "tertium non datur".  Sembra quasi che Sogno inviti a non storcere il naso nell'accettare come alleato anche quel MSI che nel 1973 non era ancora passato attraverso i congressi di Fiuggi e di Verona, che esplicitamente rivendicava la propria ascendenza nel Partito Nazionale Fascista e che degli orpelli fascisti non si era ancora liberato. Sogno non fa cenno esplicito al MSI, ma le sue proposte politiche e quelle che emersero dal convegno di Firenze erano in totale sintonia con la linea politica del MSI, con l'unica variante che il presidenzialismo proposto dal documento finale del convegno era un presidenzialismo del capo del Governo anzichè del Presidente della Repubblica, per il quale, peraltro, si propose un sostanziale rafforzamento dei poteri. Per elaborare una linea politica capace di raccogliere il consenso di tutte le forze anticomuniste, organizza tre convegni di studio: il primo dedicato ai problemi istituzionali e alla "Rifondazione dello Stato", il secondo dedicato alla "ricostruzione" del sistema economico italiano, il terzo alla "ricostituzione" delle premesse della politica estera italiana. Qui pubblichiamo l'intervento di Sogno al primo convegno, quello che si tenne a Firenze dal 17 al 18 giugno 1973 sul tema "Incontro democratico e rifondazione dello Stato". Il convegno si articolò in una tavola rotonda e nel successivo dibattito. I relatori alla tavola rotonda furono i costituzionalisti Vezio Crisafulli, Gian Galeazzo Stendardi, Domenico Fisichella, Gianni di Benedetto, Manlio Mazziotti, Antonio La Pergola, Aldo Sandulli, Antonio Lombardo, che, poi, elaborarono un documento i cui punti caratterizzanti furono:

  1. non esiste un "arco costituzionale" formato da gruppi politici che accettino la Costituzione, in contrapposto ad altri che la rifiutino (quella dell'arco costituzionale era la teoria con la quale il PCI rivendicava la propria legittimazione democratica e la negava al MSI);

  2. rafforzamento dell'esecutivo, attraverso il passaggio da una repubblica parlamentare ad altra di tipo presidenziale con elezione diretta del Presidente del Consiglio in occasione delle elezioni parlamentari;

  3. sistema elettorale maggioritario;

  4. estensione dei poteri normativi del Governo con particolare riferimento alla decretazione d'urgenza;

  5. auspicio di una maggiore consistenza dei poteri del Presidente della Repubblica con riferimento ai momenti di crisi del sistema.

Assenti Malagodi e Bignardi, al dibattito che seguì la tavola rotonda parteciparono esponenti di secondo piano del PLI, con l'eccezione di Valerio Zanone che non ebbe alcun tentennamento nell'affermare che, proprio perchè nata in un clima politico di reazione alla dittatura fascista, la nostra Costituzione contiene "un cospicuo impianto di garantismi liberali" che, in assenza di una chiara indicazione degli obbiettivi politici e dei valori sociali e civili ai quali conformare la revisione costituzionale, potrebbero risultare seriamente compromessi.

Non passò un anno dal primo convegno di Firenze che Edgardo Sogno, nel 1974 venne incriminato per cospirazione politica e due anni dopo arrestato su disposizione della Procura della Repubblica di Torino e dell'allora PM Luciano Violante: verrà completamente scagionato dalla Corte di Cassazione nel 1978. Certo il disegno politico di Sogno non era lo stesso del PLI, nè può essere ritenuto in sintonia con i principi liberali, specie laddove mirava a coartare la normale dialettica democratica tra forze politiche entro un campo di battaglia in cui si misuravano da una parte i nemici comunisti e, dall'altra, gli amici anticomunisti, senza distinguere tra questi ultimi chi avesse titolo a combattere i comunisti in nome della libertà, della democrazia e della lealtà costituzionale (ovvero di ideali liberali) e chi, invece, quel titolo non aveva. Altrettanto certa, però, è l'estraneità di Sogno ad ogni complotto eversivo delle istituzione democratiche e la strumentalità della sua incriminazione e del suo arresto rispetto ad una competizione politica che deve essere ricondotta al clima di quegli anni '70 (i cd. "anni di piombo") in cui si scontravano due opposte teorie: quella della complicità o contiguità del comunismo internazionale con il terrorismo e quella dell'imputabilità dello stesso a poteri deviati dello Stato in collusione con organizzazioni della destra, estrema e non. Sul punto il dibattito è ancora aperto e, forse, lo resterà ancora per molto tempo, anche se è lecito avanzare l'ipotesi che l'una teoria non escluda l'altra e che l'Italia sia stata vittima in quegli anni di una cruenta lotta tra gli uni e gli altri.

Nel riportare l'intervento di Edgardo Sogno al convegno di Firenze, da lui voluto e promosso, abbiamo evidenziato in grassetto alcuni passaggi che ci sembrano significativi al fine della comprensione del disegno politico che gli appartenne negli anni in cui operò dentro il PLI e che non lo abbandonò neppure quando, lasciato il PLI da molto tempo, approdò all'unica sponda che potesse accoglierlo: quella di Alleanza Nazionale.

L'intervento di Edgardo Sogno

Ringrazio l’amico Bartoli che per la seconda volta ci concede questa sala e le preziose facilitazioni che consente, per una iniziativa del Comitato di Resistenza Democratica. Egli ci ha fatto le necessarie precisazioni di imparzialità, ma noi sappiamo di doverlo ringraziare anche per il contributo morale che ci offre.

In un momento grave per la nostra vita nazionale il nostro principale obbiettivo, e vi parlo anche a nome del Comitato per gli studi costituzionali e del Centro di Azione Liberale che sono i realizzatori di questo convegno, il nostro principale obbiettivo è di portare alla soluzione della crisi un contributo di volontà morale, un contributo di competenza scientifica e un contributo di iniziativa politica.

Questa riunione di tre forze che credo tutte necessarie per affrontare e superare la crisi che attraversiamo è quanto noi desideriamo offrire in questo momento con la responsabilità di cittadini preoccupati non delle sorti di gruppi o di partiti politici ma delle sorti della nostra comunità nazionale.

Gli sviluppi della situazione politica e in particolare il congresso della D.C. hanno ancora una volta messo in luce come discriminante fondamentale, due concezioni politiche contrapposte: una che ritiene che l’Italia sia un paese arretrato e in ritardo sul mondo sviluppato e civile perché le sinistre marxiste non hanno tutto il potere o almeno maggior potere, e la concezione opposta che ritiene che l’Italia è in ritardo sul mondo sviluppato e civile perché le forze democratiche di ispirazione occidentale non hanno avuto e non hanno un sufficiente peso politico e adeguata rappresentanza nella gestione del potere. Per motivi che derivano in gran parte dalle caratteristiche del nostro sistema costituzionale questa seconda concezione non trova adeguata rappresentanza e difesa.

Contrariamente a quanto è avvenuto sinora in altri precedenti dibattiti, almeno a livello della cultura ufficiale, questo di oggi si apre dunque su una premessa politica che è chiaramente espressa nell’invito che vi è stato diretto e che voi avete accettato: questa premessa consiste nella constatazione che la costituzione del ’47, mentre si è dimostrata valida nella parte che statuisce e difende i diritti di libertà, è fallita nella parte che regola il gioco democratico per la distribuzione e l’equilibrio del potere fra le forze politiche. Questo fallimento si manifesta in modo inequivoco nella progressiva scomparsa dall’orizzonte politico italiano delle posizioni democratiche che si richiamano al liberalismo classico, sia come posizione politica ideologica, sia come rappresentanza di ideali, sentimenti, aspirazioni e interessi concreti di una parte notevole dell’elettorato italiano. Infatti a queste forze s’impedisce di manifestarsi e di svolgere la loro funzione politica con la falsa e interessata condanna, aprioristica e generica di "filofascismo" o con l’applicazione di concetti pseudo economici cari agli orecchianti paramarxisti come quello di "rendite parassitarie". Dopo aver impedito con tali artifici di svolgere la loro funzione, si rimprovera loro, dal centro e dalla sinistra, di non averla svolta. Avrete letto in un editoriale del "Mondo" del 26 maggio questa accusa significativa e paradossale "nessuno ha chiesto ai liberali di essere così scoloriti, deboli e rinunciatari". Avrete letto sugli organi comunisti e paracomunisti le accuse a Malagodi di essere troppo largo nella spesa pubblica e le accuse a Forlani di "antifascismo storico".

Con ipocrisia e tatticismo che nella situazione attuale diventano intollerabili, si rimprovera dunque ai liberali le concessioni fatte per aver creduto nella possibilità di un ultimo tentativo di salvare, senza affrontare i problemi di fondo, questa nostra edizione del regime democratico. Con la stessa ipocrisia, poi, si dice in ritardo quello che a loro nome e secondo la loro logica si sarebbe dovuto dire da anni, escludendoli dal dialogo e dal potere e sostituendovi ancora una volta il compromesso e il mercato delle combinazioni sia all’interno della D.C. sia fra la D.C. e le sinistre, come se questa prassi rappresentasse l’essenza della mediazione, come se uno squallido gioco di potere, il frazionismo e il clientelismo rappresentassero l’attuazione di una dialettica democratica.

La momentanea eclissi di Forlani e di coloro che hanno condiviso le sue posizioni e i suoi sforzi, riflette nella Democrazia Cristiana, questa deprimente realtà, ma denuncia nello stesso tempo i limiti della parte migliore della Democrazia Cristiana ad esprimere ed affrontare la soluzione del problema alla sua radice.

Nel primo decennio della Repubblica, vi sono due date particolarmente significative per chiarire il contributo (positivo e negativo) che la politica liberale e quella del fronte popolare, decisamente contrapposte, hanno rispettivamente portato al paese, al suo sviluppo democratico, al suo progresso reale. La prima data è quella del 18 aprile 1948. Il 18 aprile fu uno scontro fra due schieramenti frontisti composti da vari partiti, il Fronte Democratico Popolare e la coalizione liberale guidata da De Gasperi. Vinse lo schieramento liberale che era per una scelta occidentale in campo internazionale (scelta già scritta nei fatti) e per l’interpretazione occidentale di una costituzione ambigua e polivalente (che non era affatto scontata né implicita nella situazione).

La vittoria della coalizione liberale fu una fortuna per il nostro paese, la vittoria della coalizione di sinistra sarebbe stata un disastro. Infatti, se avessero vinto le sinistre del fronte popolare avremmo avuto non soltanto una scelta di campo contraria alla situazione internazionale e contraria a tutto lo sviluppo della storia italiana, ma una scelta economica oggettivamente contraria agli interessi reali non solo della borghesia ma di tutte le categorie economiche e sociali. L’interpretazione marxista e "popolare" che la vittoria del fronte avrebbe dato alla costituzione, ci avrebbe semplicemente precluso il decennio di sviluppo per cui ogni discorso fatto da sinistra su una utilizzazione socialmente più soddisfacente del margine di riserve disponibili che questo sviluppo ha creato risulta del tutto utopistico e astratto.

La seconda data è quella del 7 giugno 1953. De Gasperi, consapevole dell’insufficienza costituzionale, sempre meno compensata dalla solidarietà fra i leaders democratici, tentò, con la legge maggioritaria, di dare una base parlamentare più larga e una maggioranza più stabile ai governi di ispirazione liberale centrista , e, come ha recentemente ricordato Scelba, pensò questa base e questa maggioranza come punto di partenza per attuare una riforma costituzionale. La sua sconfitta e la vittoria delle sinistre, che fu in realtà consentita dalla defezione di una parte della destra, fu un disastro per la Democrazia Italiana.

Se la coalizione degasperiana avesse vinto non avremmo avuto i dieci anni di centro sinistra, la crisi dello Stato e l’arresto del processo di sviluppo. Gambino, in un recente articolo su "L’Espresso" ammette gran parte di questi fatti, ma tace naturalmente la verità di fondo e cioè che le sinistre italiane, né allora né poi, hanno mai offerto un’alternativa valida e reale alle soluzioni economiche della destra (una destra che per colpa di un certo analfabetismo politico che esiste nella sua ala estrema, viene nel linguaggio corrente chiamata "il centro"). Con ciò non intendo dire che le sinistre, compresa l’estrema, non abbiano avuto e non abbiano l’insostituibile funzione di pungolo, di controllo e di contrasto dialettico che rende vitale una democrazia.

Dopo la scomparsa di De Gasperi e il breve periodo Scelba la Democrazia Cristiana ha sempre più mortificato la componente laico-liberale venendo meno al compito di guida di una politica ispirata ai modelli liberali occidentali ossia una politica di progressismo moderato e gradualista nel quadro di uno stato mediatore, non classista. La mancanza di un leader e lo scarso senso dello stato hanno reso il partito cattolico sempre meno adatto al compito, indubbiamente difficile, di salvaguardare e utilizzare lo stato malgrado le gravi insufficienze della nostra costituzione modello 1947.

Oltre a queste due date particolarmente significative nella evoluzione del nostro sistema democratico, dobbiamo ricordarne una terza che segna definitivamente l’incapacità delle forze politiche dominanti, di risolvere la crisi nell’attuale quadro costituzionale. Questa data è il 7 maggio 1972. Nella campagna elettorale e negli impegni presi dai leaders nei confronti dei propri elettori, la D.C. ha chiesto un ultimo mandato non ripetibile e non rinnovabile per affrontare con gli altri partiti dello schieramento democratico la crisi morale, istituzionale, politica ed economica del paese. Il mandato non è stato assolto e nel recente Congresso, con una manovra di vertice che non ha tenuto conto dell’orientamento prevalente degli stessi delegati del partito, la D.C. ha capovolto la scelta fondamentale del 7 maggio, in contrasto clamoroso e insanabile con l’impegno preso dai suoi maggiori esponenti.

Di fronte a questa situazione, come abbiamo già avuto occasione di mettere più volte in evidenza, l’unica speranza della democrazia sono le forze che nei vari partiti democratici, con la consapevolezza del problema di fondo, si muovono per una iniziativa comune.

Al convegno sulla Riforma dello Stato, nel 1971, il presidente Leone affermava: "una società civile e democratica qual è e deve restare la nostra non può rifiutarsi di porre a confronto le strutture che con generosa fatica furono costruite alla Costituente con i problemi ed il sollecito ritmo di essi che si sono delineati in questo non lungo arco di tempo. Ebbene mettiamoci tutti a formulare proposte concrete di riforme anche le più ardite, anche in chiave di revisione costituzionale e diamo inizio a un lavoro consapevole e responsabile.

Il 1973 ha visto un rinnovato interesse per i problemi istituzionali. Dobbiamo ricordare vari articoli apparsi sul Corriere e sulla rivista L’Europa a firma di Sensini, Destefanis, Lombardo e Giubilo, il dibattito di illustri costituzionalisti quali Sandulli, Crisafulli, Mortati, Ferrari, Galeotti, La Pergola e Jemolo, quello pubblicato dal settimanale della D.C. "La discussione" con l’intervento di Speranza, Ciccardini, Destefanis e Lombardo, la tavola rotonda organizzata dal Centro Studi della D.C. il 20 marzo scorso cui hanno partecipato Crisafulli, Cotta, Frosini, Galeotti, La Pergola ed altri. Sono pure da segnalare i contributi alla tesi della riforma costituzionale portati dal rapporto Ruffolo, dagli articoli di Galli su "Panorama", da Massimo De Carolis sul mensile della D.C. milanese "Iniziativa democratica", da Scelba nell’intervista concessa al "Giornale d’Italia" il 16 marzo scorso.

E’ tempo che le forze politiche che nella D.C., nel P.S.D.I. e nel Partito Liberale che hanno seguito e approvato questo sforzo di elaborazione trovino un terreno di dialogo e di intesa sul problema delle istituzioni. A questo proposito non posso che condividere la affermazione di Sensini che in un articolo apparso sul "Mulino" ha scritto: "siamo certi che la salvezza della Repubblica più che dalle formule di governo, verrà proprio dalla presa di coscienza della crisi del sistema".

Con questo Convegno, rivolgendoci ai giuristi che si riuniranno nella tavola rotonda intendiamo raccogliere e formulare indicazioni tecniche sulla riforma dello Stato e rivolgendoci agli amici dei vari partiti democratici che partecipano al convegno, intendiamo raccogliere e formulare indicazioni su due punti essenziali della crisi che attraversa la nostra democrazia e cioè: quali sono le forze politiche e democratiche che ne sono consapevoli e intendono affrontarla e quali sono le caratteristiche fondamentali che lo Stato democratico moderno deve assumere per poter funzionare. Identifichiamo la crisi attuale nella necessità ed urgenza di risolvere tre problemi fondamentali:

  1. ricostruire una struttura costituzionale che consenta al sistema democratico di funzionare nel rispetto della libertà;

  2. attuare una politica sociale avanzata e moderna sul modello dei paesi occidentali più progrediti;

  3. ristabilire un equilibrio e un patto sociale che consenta il rilancio dello sviluppo economico.

L’orizzonte è oscuro e dobbiamo contare esclusivamente sulle nostre forze, ma avremo fatto un passo decisivo in avanti se saremo capaci di ripetere quello che, in una situazione non meno drammatica e deprimente, fu fatto da molti giovani italiani, che poi presero parte alla ricostruzione democratica del paese, quando ancora gravava sull’Italia l’ombra del regime e lo spettro di una guerra. Fin da allora si iniziò il discorso sulle prospettive di ricostruzione dello stato con forze nuove e su nuove basi: il solo discorso veramente responsabile e lungimirante che possiamo fare nella situazione attuale.