| On.
Valerio Zanone IL CONFRONTO DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE CON CIO' CHE LE E' DENTRO (Meeting Internazionale delle Fondazioni Liberali - Bergamo, 21/22 Marzo 1997) |
|
|
SOMMARIO Introduzione |
|
|
La "Fondazione Einaudi per studi di politica ed
economia in Roma" è lieta di contribuire a questa iniziativa di cultura liberale ed
è sinceramente grata a quanti si sono generosamente adoperati perché il convegno si
tenesse in questa sala della Ragione. Credo che Ragione nell'antico linguaggio bergamasco
significasse anche sala di Giustizia: ragione e giustizia sono due concetti importanti per
un manifesto di idee liberali. Io ringrazio anzitutto la nostra presidente Beatrice
Rangoni Machiavelli, l Avv. Vittorio Vivona, Maddalena Vivona e le amiche di
Maddalena Vivona. Porgo un saluto amichevole ai rappresentanti delle fondazioni di cultura
liberale che sono venuti per questo convegno a Bergamo da varie parti del mondo, qualcuno
persino dall'Italia. Cinquant'anni dopo il Manifesto di Oxford 1947 La distanza di mezzo secolo mi induce ad alcune
riflessioni sulla seconda metà del secolo la cui datazione deve essere, a mio avviso,
anticipata un poco in partenza e nella chiusura. La seconda metà del novecento, nella
nostra epoca, comincia in realtà qualche anno prima nel 1945, con la liberazione
dell'Europa dal nazismo e dai fascismi; la svolta verso il duemila comincia anche essa un
poco prima della data finale del millennio, possiamo datarla al 1989 con la caduta del
"muro": quello di Berlino ed anche quello invisibile, con il crollo del
comunismo internazionale. Oggi le idee liberali e gli istituti del liberalismo - la democrazia nei rapporti politici, il mercato nei rapporti economici - si sono estesi e diffusi in larga parte del mondo: la libertà ha fatto importanti progressi. Perciò credo che lo scopo del nostro convegno sarà tanto più utile quanto più tralasciando l'apologia del liberalismo che è nelle cose e nella storia, assai più di quanto possa essere nelle nostre parole, ci dedicheremo invece a quello che opportunamente è il titolo del documento di lavoro di Wallace e cioè alla "qualità" del liberalismo. Siamo qui a discutere della qualità del liberalismo ed è per questo che vorrei proporvi alcune considerazioni sommarie, per l'esattezza nove, in modo che una giusta umiltà impedisca la tentazione di farne un decalogo. Non distiguere liberalismo e democrazia La prima considerazione che propongo è l'associazione stretta, che a mio avviso dobbiamo porre in termini politici, tra liberalismo e democrazia. Certamente tutte le culture liberali, compresa la cultura liberale italiana, contengono in sè vigorose critiche al democratismo ma ciò di cui vorrei dire qualcosa stamattina non riguarda la filosofia del liberalismo ma la forma realizzata della democrazia liberale. Per conto mio il punto sul quale dobbiamo concentrarci per vedere se le nostre idee sono politicamente idonee a governare l'ormai prossimo 2000 riguarda non il liberalismo in sè e per sè, ma la sua forma storicamente realizzata in termini democratici. Siccome i grandi problemi di una società postindustriale complessa sono in primo luogo problemi attinenti non al liberalismo, ma proprio alla democrazia, è da quelli che, a mio modo di vedere, conviene cominciare. La società postindustriale, come ha liberato la condizione umana da servitù fisiche ataviche, così pure ha creato alla democrazia rappresentativa grandi problemi e molti si interrogano se una società complessa sia effettivamente governabile nelle forme della democrazia rappresentativa. La società postindustriale è una società fortemente dominata dai sistemi di comunicazione e quindi i sistemi di comunicazione esercitano sull'opinione pubblica una pressione che può distorcere la scelta libera e responsabile dell'individuo. La società postindustriale richiede per il suo governo decisioni molto complesse, che comportano, per essere responsabilmente assunte, un grado di conoscenza specialistica. Ciò alimenta molto il potere dell'amministrazione e quindi della tecnocrazia. La società postindustriale è una società dove, a quanto si dice, vi sono molti poteri invisibili: per esempio i mercati internazionali e gli operatori finanziari vincolano le decisioni governative in un ambito molto più stringente di quanto si possa ritenere secondo gli schemi classici della democrazia rappresentativa. Sono in grado gli istituti della democrazia rappresentativa di fare fronte alla pressione dei poteri invisibili della tecnocrazia e del potere visibilissimo della videocrazia ? A siffatte domande credo si debba rispondere indicando quello che dal nostro punto di vista è da un lato il pregio principale dell'ordinamento democratico e dall'altro quello che è il limite, perché anche la nozione del limite costituisce una qualità della democrazia. L'elemento competitivo della democrazia Oggi di fronte alle grandi trasformazioni del mondo e ai grandi processi della società postindustriale, dei due elementi costitutivi della democrazia - partecipazione e competizione - quello che viene più messo in discussione è l'elemento partecipativo e quello che invece emerge è l'elemento competitivo. Ciò che veramente rimane forte della democrazia è la democrazia come regola della competizione che per essere libera e pluralista impedisce la formazione di autocrazie statiche: questo è l'elemento della democrazia liberale che anche i processi innovativi della società postindustriale non intaccano. Da questo punto di vista si può capire come molti studiosi della democrazia abbiano nel tempo, e specie negli ultimi decenni, applicato al funzionamento della democrazia i meccanismi tipici della analisi economica, cioè abbiano studiato la democrazia come mercato politico. Il limite liberale alla democrazia Però, se la mettiamo in questi termini, che magari hanno un accento un po' troppo realistico ma a mio avviso non sbagliato, bisogna anche dire che la democrazia oltre al suo pregio ha il suo limite. Il limite è un pregio della democrazia liberale non secondario. La sfera della politica per una democrazia liberale non è una sfera, direbbe Rawls, onnicomprensiva. Non tutto rientra nella sfera della democrazia politica: non rientrano nella sfera politica le decisioni che attengono alla morale individuale, alla fede religiosa e quindi la politica per la democrazia liberale è un sottosistema, nel senso che le relazioni tra gli individui non sono tutte regolate e non devono essere tutte regolate dal sistema delle decisioni politiche. C'è in ogni individuo un patrimonio di diritti che non sono politicamente negoziabili. Se noi qui decidessimo attraverso uno scrutinio a maggioranza che è obbligatorio la domenica andare tutti alla messa, la decisione sarebbe democraticamente corretta ma dal punto di vista liberale inaccettabile, perché le scelte di carattere religioso o le scelte che attengono alla morale individuale non sono politicamente negoziabili. Dunque, la democrazia liberale ha fra i suoi pregi il pregio del limite, il pregio di non comprendere tutto. Bisogna evitare di considerare la regola principale della democrazia, il principio di maggioranza, come la regola dell'asso pigliatutto: nella democrazia vale la regola della maggioranza, ma alla maggioranza non competono tutte le decisioni. Lo sfondo etico del liberalismo Veniamo ora al rapporto tra politica ed etica e al rapporto tra individuo e comunità. Sono temi sterminati e quindi parlarne in pochi minuti comporta una banalità inevitabile. In sostanza dobbiamo farci carico dellimputazione che il liberalismo sia un sistema eticamente neutrale. Ciò in una certa misura è vero. C'è una neutralità etica del liberalismo, nel senso che il liberalismo non pretende di insegnare a ciascun individuo quale è lo stile di vita migliore e soprattutto non pretende di imporglielo. Da questo punto di vista è moralmente neutrale, però la neutralità etica del liberalismo non significa il vuoto morale, l'indifferentismo morale: il liberalismo ha uno sfondo etico. Dobbiamo come liberali non indulgere alla voga di ridurre il liberalismo al solo elemento procedurale, cioè dire che il liberalismo è un sistema di procedure per l'economia, per il diritto e tutto il resto sono chiacchiere: non credo che ciò sia giusto. L'elemento procedurale del liberalismo non è tutto il liberalismo: c'è uno sfondo etico. D'altra parte a cosa serve il liberalismo ? perchè l'hanno inventato? credo che l'abbiano inventato per opporre l'autonomia della coscienza morale alla ragione di stato e al temporalismo religioso. Quindi il liberalismo è nato per ragioni morali prima che politiche. Nessun contrasto tra individuo e comunità Da questo punto di vista bisogna vedere ancora come il problema dell'identità individuale si possa conciliare con le identità collettive: quelle tradizionali che oggi sono in crisi, per esempio gli stati nazionali, quelle antiche che ritornano di moda come le identità comunitarie, le identità di gruppo. Io ho avuto modo di leggere un eccellente documento del Prof. Groenveld - che interverrà nella nostra discussione - sul rapporto tra democrazia liberale e democrazia comunitaria: questo è indubbiamente uno dei temi del 2.000. Dobbiamo pure averlo qualche avversario e quindi, visto che l'avversario socialista ha lasciato la partita per desistenza, è abbastanza fondata la previsione che il prossimo avversario della democrazia liberale sia la democrazia comunitaria, che, a mio avviso non è poi nemmeno un avversario tra i più temibili, anzi è un avversario con cui si può anche venire a qualche ragionevole accordo. Mi sembra del tutto sbagliato contrapporre l'individuo alla comunità. In realtà l'individuo si autorealizza attraverso una serie di rapporti comunitari. Robinson Crusoe non credo fosse liberale perché non avrebbe saputo come manifestare il suo liberalismo. Tra individuo e comunità non c'è contrapposizione: la vera contrapposizione è tra la comunità chiusa e la comunità aperta. Questa sì è una vera contrapposizione, perché la comunità chiusa genera il fondamentalismo e la comunità aperta consente invece all'individuo una pluralità di dimensioni esistenziali. Ho detto cose diverse da quelle che avevo intenzione di dire perché pensavo di dedicare più tempo al problema del mercato. Ancora una volta il problema riguarda la qualità. Sul fatto che da un punto di vista economico il mercato sia lo strumento più efficiente di allocazione delle risorse non vi è oggi, credo, contrasto. Si tende però da parte degli apologeti liberisti del mercato - setta che rispetto ma alla quale non appartengo - a considerare ideologicamente il mercato per quello che non è, nel senso che il mercato perfetto non lo ha mai visto nessuno. Tutti i mercati contengono malfunzionamenti e imperfezioni: il problema è indicare le regole che correggono le imperfezioni del mercato. Le principali mi pare siano: 1) ampliare l'accesso al mercato al maggior numero possibile di soggetti, 2) assicurare la parità di informazione sul mercato tra produttori e consumatori, 3) impedire l'abuso di posizioni dominanti per tutelare la libertà di concorrenza, 4) ricondurre all'interno del mercato le esternalità, per esempio di tipo ambientale, che senza un sistema di regole a ciò predisposto non verrebbero calcolate. Aggiungerei una particolare insistenza sulla business ethic, sui valori anche morali del mercato. Il mercato è una serie di milioni di mani invisibili che si stringono da qualche parte dal mattino alla sera in tutto il mondo. Siccome ci si stringe la mano tra persone che hanno un certo grado di fiducia reciproca, valori come la lealtà verso gli impegni, il rispetto della parola data, l'assunzione in proprio delle responsabilità, cioè valori di carattere etico sono fondativi anche del mercato e della democrazia. Nel Manifesto del 97 si dovrà trovare, e credo sia possibile trovarla, una buona soluzione al tema classico del rapporto tra la libertà e l'eguaglianza. E intellettualmente fuorviante collocare la libertà in contrapposizione all'eguaglianza. L'eguaglianza è un requisito essenziale della democrazia perché, come dice Aristotele, la democrazia è il governo dei poveri. Quindi la democrazia ha una tendenza necessaria verso l'eguaglianza. Il liberalismo non è la società degli eguali, però c'è un problema di uguaglianza delle libertà: è un problema concreto che taluni liberali hanno colpevolmente sottovalutato perché in sostanza, se si crede da liberali che vi sia una legittima gara sociale, bisogna eliminare le diseguaglianze che metterebbero i sassi nelle scarpe a qualcuno all'inizio della corsa o nel corso del suo svolgimento. Se andiamo, come speriamo e vogliamo che si vada, verso l'universalità dei diritti individuali, determinate condizioni di sperequazione economica in realtà offendono la dignità dell'individuo e contraddicono anche all'eguaglianza dei diritti in campo civile e politico. Il problema ha oggi un nome aggiornato come problema della cittadinanza inclusiva: è un tema, a mio modo di vedere, totalmente liberale perché la stessa globalizzazione economica e la innovazione tecnologica, anche nelle società ricche del mondo come la nostra, rischiano di aumentare il numero della gente che non serve più. La gente che non serve più diventa politicamente passiva, la partecipazione elettorale si restringe e si creano aree sempre più vaste di individui che, non avendo una funzione professionale e sociale certa, rinunciano anche ad esercitare i diritti attivi della cittadinanza. Riassumo le considerazioni del mio decalogo meno uno:
|
|