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Ringrazio lAvv. Roberto Bruni per le sue parole e per il suo invito. Sono lieto
delloccasione che mi è offerta di parlare stasera a Bergamo e di incontrare vecchi
amici ai quali mi lega un affetto che non varia col variare delle fortune. Sarò, come si
conviene, strettamente disciplinato al tema che i dirigenti del Circolo hanno voluto
stabilire: ciò che significa "essere laici oggi". Mi propongo (ma i buoni
propositi in genere hanno breve durata) di parlare per una ventina di minuti in modo da
lasciare più spazio alla conversazione.
Sono grato al presidente anche per il benevolo richiamo alla voce "laicismo" del
dizionario di politica pubblicato dalla U.T.E.T. giusto ventanni fa. Ciò mi offre
loccasione per qualche considerazione su ciò che significava essere laici ieri e su
ciò che può significare essere laici oggi. Ma prima di tutto facciamo un po di
filologia alla buona sul significato del termine "laico".
Cosa significa
"laico"
Da vecchio compilatore del dizionario devo innanzitutto dichiarare il significato che
attribuisco al termine: essere laico significa non essere "chierico". Ciò ha
principale significanza in campo religioso, i chierici sono quelli che rappresentano la
chiesa docente e i laici sono coloro che formano il popolo discente. Però, nel linguaggio
comune il termine viene adottato anche al di fuori dellambito religioso per
designare coloro che non appartengono ad una autorità realizzata, non vestono un abito
particolare. Così, quando si parla del Consiglio Superiore della Magistratura, i membri
laici di quellorganismo sono quelli eletti dal parlamento che si distinguono da
coloro che sono togati in quanto provengono dalle fila della magistratura. In sostanza nel
termine laico cè il richiamo - nella radice greca "laòs" - al popolo,
alla gente, ma non la gente con tre "g" come si dice adesso; la gente con una
"g" sola perché, come cercherò di dire tra poco, il termine laico ha molto a
che vedere con la teoria dellindividualità. Quindi il "laòs", da cui
deriva il termine laico è un "populus", una gente che va vista non come una
sorta di gregge uniforme di fruitori di messaggi collettivi, bensì va vista con
riferimento ai valori della individualità.
Laici di ieri
In quella voce del dizionario scritta per lappunto più di ventanni fa
e pubblicata nel 76, distinguevo due accezioni del termine: quella relativa alla
cultura laica e quella relativa allo Stato laico. La cultura laica riguarda una serie di
filosofie o di sistemi di pensiero molto differenti luno dallaltro, ma che hanno in
comune lemancipazione della filosofia e della morale dalla religione positiva. Per
cultura laica intendo, dunque, quei sistemi di pensiero che, anche se diversamente
orientati nelle origini e nelle finalità , tuttavia hanno in comune la separazione
dellambito del pensiero e della morale dalle confessioni religiose, dalla religione
positiva. Si possono attribuire alla cultura laica, per esempio, il razionalismo,
lilluminismo, lempirismo, il relativismo e molte altre culture della
modernità, le quali sono differenti luna dallaltra salvo che in un fatto: di
essere sommamente sgradite al Pontefice attualmente regnante, il quale è certamente una
personalità di assoluto rilievo mondiale, probabilmente la più importante e la più
nota. Non si manca di rispetto alla grande personalità del Papa Giovanni Paolo II se si
osserva che da ciò che egli scrive e professa emerge una certa avversione verso tutte le
culture laiche della modernità, fulminate una dopo laltra; il razionalismo,
lilluminismo, il relativismo, lempirismo. Lenciclica "Veritatis
splendor", in cui si pronuncia la condanna di queste culture , è una sorta di
sillabo del duemila in cui la chiesa attraverso linsegnamento del Pontefice ha
voluto segnare la condanna verso le espressioni della cultura laica.
La seconda definizione - quella relativa allo stato laico - ha un profilo storico più
facile, perché trae origine dalle guerre di religione degli inizi del Seicento. Le guerre
di religione europee degli inizi del Seicento provocarono per reazione la ricerca di una
nuova forma dello Stato in cui compariva quel principio della tolleranza, che è uno dei
princìpi fondamentali della cultura liberale. Il principio di tolleranza nasce dalla
reazione alle guerre di religione seicentesche perché il derivato di quelle terribili
esperienze fu il principio dellautonomia delle istituzioni pubbliche rispetto al
magistero ecclesiastico. Lautonomia delle istituzioni pubbliche rispetto al
magistero ecclesiastico ha il suo presupposto ideale nel principio di tolleranza.
Le due
definizioni del principio di tolleranza
Del principio di tolleranza si possono dare due definizioni: una definizione che
chiamerò forte e una definizione che chiamerò debole.
La definizione debole del principio di tolleranza è quella autorizzata dalla Chiesa e
talvolta praticata dagli Stati sino alle soglie dellera odierna: consiste in
sostanza nella dottrina del male minore, ossia la definizione debole del principio di
tolleranza equivale a pensare che si deve tollerare un errore per una sorta di
sopportazione che contiene in sè il calcolo del danno maggiore che deriverebbe ove la
tolleranza non ci fosse. Questa definizione viene definita debole perchè richiede
soltanto la sopportazione, la benevolenza o - se vogliamo - la benignità da parte del
principe.
Però nel processo storico - nel corso del Settecento, direi prima in Inghilterra che nel
continente - quella idea iniziale del male minore si è trasformata fino a cambiare del
tutto, fino ad assimilarsi e quindi a sciogliersi nel principio di libertà: la tolleranza
non è più la sopportazione dei dissenzienti, ma il riconoscimento del loro diritto di
essere tali. La definizione forte è, dunque, quella che risolve la tolleranza nella
libertà, ossia riconosce la sfera politica come penultima rispetto alla sfera dei valori
assoluti che hanno il loro luogo solo nella libertà della coscienza individuale.
Sto scrivendo un libro in cui si parla parecchio della dottrina di John Rawls, il filosofo
politico americano di cui credo anche nei vostri dibattiti si sarà parlato più di una
volta per la grande influenza che ha esercitato sul pensiero neoliberale nellultimo
quarto di questo secolo. Rawls è un esempio tipico, perché la costruzione della sua
teoria della giustizia è estranea a riferimenti di carattere storiografico; soltanto
nella seconda fase del suo pensiero - raccolta e pubblicata ora in italiano nel saggio
"Liberalismo politico" - Rawls, volendo definire in termini liberali la sua
filosofia, cerca un referente storico e lo trova appunto negli esiti delle guerre di
religione e quindi nel principio di tolleranza che, ad un certo momento, da tolleranza si
evolve in libertà religiosa. E storicamente provato che la prima forma del
liberalismo politico è la libertà religiosa: Rawls quindi dichiara la libertà religiosa
come la più inalienabile libertà.
Dal principio della libertà religiosa sono poi nate nella storia le libertà civili, le
libertà politiche, le libertà sociali e tutta la categoria dei diritti di libertà: il
problema della libertà religiosa è fondamentale nella storia del liberalismo. Ora, se
assumiamo questa considerazione della tolleranza che diventa libertà religiosa come un
termine di paragone per valutare le diverse forme dello Stato, si vede come ad un
principio siffatto non possano corrispondere né Stati che professano una religione
privilegiata, né Stati che comportano lateismo di Stato, ossia impongono ai loro
cittadini di non credere in nessuna religione.
Per riferirci ai fatti di casa nostra e alla storia di questo secolo, non possono dirsi
laici né i fascisti concordatari, per la ragione che il sistema concordatario si fonda
sul privilegio della confessione cattolica rispetto alle altre; né i cattolici integrali,
per una ragione opposta, ma in qualche modo convergente con la prima, ossia che
lintegrismo cerca di tradurre in legge quella che è invece una scelta religiosa
riservata allindividualità della persona nella sua libertà; né i
comunisti-leninisti - fino a quando il marxismo-leninismo ha avuto qualche vigore -
perché era una forma di ateismo di Stato, in cui lo Stato assumeva un valore metafisico
come religione alternativa alle religioni positive. Perciò, se siamo tutti daccordo
come mi pare abbastanza facile essere, che né i fascisti concordatari, né i cattolici
integristi, né i comunisti-leninisti possono dirsi laici, arriviamo alla prima
conclusione di riconoscere, come del resto sappiamo, che i laici in Italia sono sempre
stati una minoranza.
I laici di oggi
La mia "voce" del 1976 terminava con un paragrafo che si intitolava
"Laicismo e secolarizzazione" perché ciò ha effettivamente spostato i termini
del problema. La secolarizzazione è un termine sociologico, indica il passaggio dalle
società tradizionali e chiuse, alle società industriali e oggi post-industriali che sono
invece società aperte, urbane, in cui la pratica religiosa diminuisce quella funzione di
controllo sociale che esercita nelle società chiuse. La società industriale è una
società aperta, la società aperta è una società secolarizzata ; si può dire che la
società industriale sia perciò anche una società laica: lo si può dire, ma con qualche
riserva doverosa, perché la secolarizzazione, il minor controllo sociale che viene
esercitato attraverso la religione, si accompagnano nelle società odierne con forme di
superstizione alternative. A quello che era il controllo sociale del culto religioso
subentrano forme di superstizione profane: per esempio, la superstizione degli oroscopi
che è una tipica superstizione profana; la superstizione dello scientismo, che consiste
nel ritenere che vi sia una soluzione tecnica per qualsiasi problema, anche per quei
problemi di natura morale che non sono tecnici e, quindi, tecnicamente non si possono
risolvere; e, se vogliamo, anche, estendendo il concetto, la superstizione dei sondaggi,
la superstizione del successo, forme di espropriazione della responsabilità personale che
affidano le scelte di valore a nuovi idoli, a idoli profani. Se queste sono le
superstizioni della società secolarizzata, dobbiamo concludere che siamo in minoranza una
seconda volta.
Letica laica e i
suoi nemici
Oggi letica laica deve misurarsi su due fronti: uno esterno e uno interno.
Il fronte esterno è antagonista rispetto ai valori della civilizzazione occidentale.
Lavversario più temibile sotto questo profilo è, con ogni evidenza, il
fondamentalismo islamico. Già Tocqueville osservava che nel Corano, a differenza che nel
Vangelo, le prescrizioni religiose, le prescrizioni politiche e le prescrizioni giuridiche
erano messe tutte insieme. In realtà questo non avviene solo nel Corano, ma anche i primi
libri della Bibbia, dellAntico Testamento, sono codici giuridici, di ordinamento
politico della comunità. Però, mentre il cristianesimo ha avuto levoluzione che
tutti conosciamo, lislamismo ha mantenuto il carattere sincretista per cui le norme
giuridiche, politiche e religiose fanno tuttuno: questo è almeno ciò che avviene
nei regimi islamici che proprio per questa ragione si chiamano fondamentalisti. Se noi
consideriamo: primo, che lislamismo è la seconda religione del mondo per numero di
fedeli dopo il cristianesimo; secondo, che, a differenza delle popolazioni cristiane che
hanno un tasso di natalità piuttosto decrescente, le popolazioni islamiche hanno uno
sviluppo demografico esplosivo; terzo, che in ragione di ciò e per le disparità delle
condizioni di vita, è in atto una immigrazione imponente dal Sud al Nord che investe
direttamente lEuropa e lItalia stessa, per cui già oggi, ma a crescere nei
prossimi anni, vi saranno milioni di cittadini islamici stabilizzati sul territorio
europeo e sul territorio italiano; la combinazione dei tre fattori porta a ritenere che,
in breve volgere di tempo, il problema del rapporto tra il modello occidentale e il
fondamentalismo islamico sarà il problema geopolitico numero uno del Duemila. Alla guerra
fredda tra lEst e lOvest, tra il capitalismo e il comunismo, farà seguito la
nuova confrontazione tra Nord e Sud, tra civilizzazione occidentale e fondamentalismo
islamico.
Se questo è lavversario esterno, letica laica deve misurarsi però anche su
un fronte interno alla civiltà occidentale, che riguarda il confronto tra le strutture
collettive e lidentità individuale. Per questo dicevo che il laòs dei laici, non
è la gente con tre "g"; perché letica laica fa riferimento al principio
personale della responsabilità. Siccome essere laici significa non premiare i propri
meriti in un altro mondo, allora tutto si risolve in questo mondo: in questo mondo noi
siamo responsabili di ciò che facciamo e di quello che rimane. Come dice il poeta,
"sono un cinico a cui rimane per la sua fede questo aldilà, un cinico che crede in
quel che fa". E una buona definizione, sia pure un po rimata e poetica
della responsabilità personale ovvero della etica della laicità.
Da questo punto di vista bisogna evitare di pensare che letica laica, come dicono i
suoi antagonisti e detrattori, equivalga allindifferenza, cioè sia letica di
coloro che sono moralmente indifferenti, che si è liberi perché indifferenti: non può
essere così, perché chi è indifferente a tutto finisce per essere indifferente anche
alla propria libertà. Letica laica ha un suo rigore che è rappresentato, anche
storicamente, dalle grandi figure della politica e del liberalismo del nostro paese. Se
noi pensiamo per un attimo alle maggiori personalità del laicismo politico
dellItalia del nostro tempo - da Croce a Salvemini e a tanti altri - si vede come il
loro tratto comune di vita fosse la severità verso se stessi. Letica laica non
concede indulgenza alle infatuazioni, al narcisismo dellio autocompiaciuto, al
conformismo del "così fan tutti". Dunque, letica laica dovrebbe essere
una combinazione di tolleranza verso gli altri e di severità verso se stessi, mentre in
genere è più comodo essere severi con gli altri e tolleranti verso se medesimi.
Etica e politica
Se dalletica passiamo alla politica, è evidente che, se la responsabilità
morale è personale, la convivenza democratica è possibile solo a condizione che le
decisioni del potere politico rispettino il pluralismo delle etiche individuali. Dunque,
si può dire che la sfera delletica ha dimensioni diverse dalla sfera giuridica,
dalla sfera del diritto. La sfera del diritto è più circoscritta e limitata della sfera
della morale. Daltra parte è di tutta semplicità osservare che vi sono
comportamenti moralmente riprovevoli che non sono, però, giuridicamente sanzionati.
Lavarizia è considerata un comportamento moralmente poco apprezzabile e tuttavia
non vi è alcuna legge che la vieti, salvo che si arrivi a manifestazioni così gravemente
antisociali da imporre una vera e propria sanzione penale.
Va poi aggiunto che il principio di tolleranza non è un principio assoluto. Nessuno ha
mai teorizzato che bisogna tollerare quello che è intollerabile. A determinare il
passaggio tra ciò che è tollerabile e ciò che è intollerabile, non sono altro che le
convinzioni correnti della popolazione in un regime democratico; quindi il principio di
tolleranza non è assoluto, ma è sempre relativo a una data epoca . Però, nel sistema
della laicità, essere laici oggi indubbiamente significa anche attribuire alla sfera
giuridica un ambito di possibile interferenza nella vita individuale più ristretto di
quello che è lambito morale.
Lesempio della bioetica
Venendo qui, ho visto nella vostra sede il manifesto di un convegno con la
partecipazione di Maurizio Mori che è un valoroso studioso italiano di bioetica. La
bioetica è proprio il campo preferenziale di confronto tra letica religiosa e
letica laica, perché, essendo una disciplina che si occupa della coabitazione tra
il corpo e lanima, chiama direttamente in causa le divergenze tra le due moralità.
Dico che è un buon esempio perché il principio della bioetica laica, cioè
delletica laica della vita, è proprio che non si può prescrivere per legge ciò
che è moralmente e persino scientificamente controverso. Per esempio, il fatto che
lembrione sia una persona è scientificamente e moralmente controverso; cè
chi la pensa in quel modo, ma non cè alcuna dimostrazione scientifica che dimostri
che quel modo è obbligatorio come acquisizione vera. E una convinzione di carattere
morale; allora le cose che non sono scientificamente provate possono essere sì oggetto di
una scelta morale ma non possono essere oggetto di una prescrizione giuridica.
Lo statuto dellembrione può essere uno statuto etico adottato da quelli che la
pensano in un certo modo - il che lascia aperta la possibilità che altri la pensino in un
modo diverso - ma non può essere uno statuto di carattere giuridico. I grandi casi della
bioetica, dallinterruzione della gravidanza al trattamento dellembrione e
così via, nelletica laica assumono una configurazione riferita costantemente alla
responsabilità morale dellindividuo e non allobbligo della prescrizione
giuridica, se non in quei casi in cui la prescrizione giuridica è giustificata da
motivazioni di chiara convenienza sociale. E difficile spiegare il concetto ed
infatti mi accorgo di non averlo fatto bene. Lo stesso Rawls, che ci ha lavorato per molti
anni, ha sempre aggiustato le sue definizioni, facendo impazzire i suoi studenti ed invece
entusiasmando i tipografi per la grande quantità di articoli che si sono scritti in tutto
il mondo in proposito. Lultima tappa a noi arrivata del suo pensiero è quella
dell overlapping consensus, il consenso per intersezione, ossia lidea che la
politica non è priva di valori ma può occuparsi solo di quei valori sui quali si può
realizzare un consenso per intersezione, un consenso che possa essere condiviso da persone
che hanno poi visioni religiose ed etiche complessive anche differenti. I valori della
politica devono essere tali da collegare per intersezione soggetti che si riservano nella
sfera ultima, nella sfera dei valori che tendono allassoluto, un pluralismo di
posizioni.
Conclusione
La conclusione che offro per la discussione è che il problema del laicismo non
riguarda tanto, come lo interpretavano nellOttocento, la relazione tra fede e
ragione, fra chi crede e chi non crede, e quindi, in campo politico, tra lo Stato e la
Chiesa. Il problema del laicismo oggi riguarda soprattutto la relazione tra etica e
politica. Essere laici oggi significa ritenere che letica è un imperativo della
persona e la politica è, invece, una regola della convivenza, che non nega i valori della
moralità ma deve riconoscerne il pluralismo.
Replica
Giustamente ha ricordato il Prof. De Fanti che il termine laico è un termine
delle lingue latine: si usa in italiano, in francese, non nelle lingue anglosassoni, dove
il secolarismo è altra cosa dal laicismo. Ripercorrere il significato dei due termini non
è unimpresa molto facile, ma si può, almeno in prima approssimazione, immaginare
che ciò abbia parecchio a che vedere con la particolare importanza che il rapporto tra
Stato e Chiesa ha avuto nella storia francese e ancor più in quella italiana rispetto ai
Paesi a religione riformata. Mi sembra molto importante la seconda osservazione del Prof.
De Fanti sul carattere cruciale del confronto, scontro, o soltanto dialogo fra etica laica
ed etica religiosa in campo bioetico. Le mie personali convinzioni in proposito non sono
differenti da quelle di Maurizio Mori, perché per entrambi lapertura verso i
problemi della bioetica laica è venuta dagli scritti di un grande teorico del pensiero
laico, il filosofo del diritto Uberto Scarpelli. Ora, su questo, se vogliamo dire le cose
senza troppi complimenti, lo scontro con la dottrina pontificia è inevitabile e gli
effetti della dottrina del Papa in materia bioetica hanno una rilevanza planetaria, ad
esempio per quanto concerne il problema del controllo demografico dei Paesi più poveri.
La questione viene risolta o, per meglio dire, non risolta richiamando da parte cattolica
la centralità della persona. Ma il punto su cui letica laica e letica
religiosa non vanno daccordo è proprio nel definire che cosa sia una
"persona". Un embrione in provetta è una persona, o non lo è ? Dal punto di
vista morale si può ritenere che lo sia, ma questo non ha in sé nessuno di quegli
elementari connotati di certezza sui quali soltanto si può fondare la prescrizione
giuridica. Quindi pretendere che la legge equipari lembrione ad una persona è una
pretesa insostenibile. Si può svolgere un magistero morale per indurre le persone viventi
a comportarsi come se anche gli embrioni fossero persone, ma non si può adottare per
legge un principio così scientificamente controverso. Non sono un vaticanista e
lunico lavoro che ho fatto nel tempo è un commento alle encicliche del Papa.
Vi si notano cose piuttosto sorprendenti. Ad esempio, recentemente ci si è decisi, dopo
tre secoli e più, a rivalutare il povero Galileo. Il fatto che ci siano voluti tre secoli
per accettare il principio che in materia astronomica la dottrina religiosa non fa testo e
quindi ciò che si dice nelle scritture in questa materia va interpretato in senso
storico, ma non come una scienza dellastronomia indiscutibile, la dice lunga sulla
persistenza di determinati atteggiamenti che sono in fondo atteggiamenti di potere. A che
cosa si può richiamare unattitudine di questo genere, se non a una pertinace
volontà di preservazione del potere ? E, daltra parte, poi ogni tanto si aprono
grandi squarci. Da ultimo, laccettazione del principio scientifico
dellevoluzione manifesta un atteggiamento che potremmo, anche se un po
irrispettosamente, definire laico, nel senso di riconoscere che una cosa è la dottrina
religiosa professata dal Papa che ne è il depositario e altra cosa sono i dati della
ricerca scientifica concernenti, per rimanere allesempio, il processo evolutivo
delle specie.
Il punto, a mio modo di vedere, è quello che si diceva inizialmente: bisogna preservare
il pluralismo delle convinzioni. Se si riconosce il pluralismo delle opinioni, non si può
pretendere che una opinione diventi una legge e quindi costringa coloro che sono di
opinione diversa a comportamenti che violerebbero la propria libertà di pensiero, come
diceva la Sig.ra Briolini.
Alle considerazioni del Dott. Mazzoleni sono portato a rispondere equiparando il termine
cattolico-laico che egli ha utilizzato con quello, a me più famigliare, di
cattolico-liberale. Si può essere un cattolico-laico ? Io sono portato a tradurre la
domanda in "si può essere un cattolico-liberale ?". Si, vi sono stati
cattolici-liberali e i più importanti di essi - come Lord Acton - hanno segnalato il modo
in cui un cattolico liberale può risolvere il possibile dissidio tra le due posizioni.
Acton scrisse - lo parafraso malamente e me ne scuso in partenza - che se come liberale
non posso rinunciare alla mia libertà di pensiero e come cattolico non posso venir meno
allobbedienza verso la dottrina della Chiesa, nel caso che la Chiesa mi imponga una
dottrina che è contraria alla libertà del mio pensiero ho ununica soluzione
possibile, quella di tacere. Egli praticò quella posizione consegnandosi al silenzio. Non
a caso la storia della libertà di Acton si è fermata ai primi due capitoli e non è mai
arrivata alla fine. Ora, quella non è una vicenda ottocentesca come la datazione
indicherebbe, perché ricordo che è stata rievocata in anni vicini a noi nientemeno che
dal Presidente della Repubblica. Ai tempi della spedizione nel golfo Persico, il
Presidente della Repubblica Cossiga si pose il problema di cosa egli doveva e poteva fare
nel caso in cui il Vaticano, che aveva preso una posizione molto critica verso
lintervento occidentale nella guerra irakena, avesse pronunciato una vera e propria
condanna contro i cattolici che partecipassero a quella impresa militare. Cossiga chiese
seriamente a se stesso cosa avrebbe dovuto fare, essendo come capo dello Stato favorevole
alla partecipazione italiana alla spedizione contro lIrak, ma come cattolico tenuto
allobbedienza che tutti i cattolici hanno verso il magistero pontificio quando è
ufficialmente dichiarato. Egli chiamò in causa Acton, soltanto per dire che Acton quanto
meno aveva la possibilità di tacere, ma lui come capo dello Stato non aveva nemmeno
quella risorsa. Per fortuna, ci pensò quel generale americano che sbrigò le cose in
tempi rapidi e quindi evitò che il dilemma diventasse imperativo per Cossiga.
Qui la questione sollevata dal Dr. Mazzoleni e quella sollevata dalla Sig.ra Briolini si
avvicinano alquanto perché cè una differenza - io credo - nel modo in cui da parte
della Chiesa si tratta il problema dello Stato laico rispetto al modo in cui si tratta il
problema della cultura laica. Oggi la Chiesa, soprattutto dopo il Concilio, con la
dichiarazione "Gaudium et spes" e gli atti successivi, ha accettato la
convivenza con lo Stato laico, ma non ha accettato per niente la cultura laica nei suoi
presupposti. Accettando lo Stato laico la Chiesa non sviluppa nessuna azione che sia
repressiva nei confronti della cultura laica - questo è evidente -, ma dal punto di vista
della dottrina la negazione è pressochè implacabile, come ho detto allinizio.
Non so quanti di voi abbiano letto lintervista del Papa a Messori. Quando il Papa
viene interrogato dallintervistatore sulla sua posizione nei confronti di vari
aspetti del mondo secolarizzato o, comunque, del mondo non cattolico, ne viene fuori un
quadro più indulgente verso il fanatismo islamico che verso il relativismo laico
occidentale - almeno così appare stando al testo. La condanna del relativismo è totale,
intransigente; le posizioni verso lislamismo anche nelle sue correnti
fondamentaliste sono comunque sistemate allinterno di un principio di confronto tra
fedi diverse.
Il problema che poneva la signora Briolini sulla cultura della certezza e sulla cultura
del dubbio va chiarito nel senso che latteggiamento dellAutorità religiosa
oggi è di riconoscere che lo Stato non può imporre a nessuno le certezze in cui non si
vuole credere, ma che, se la cultura conduce al dubbio che viene definito solitamente col
termine relativismo, quella cultura è incompatibile con la scelta religiosa. Un filosofo
come Bobbio, che ha passato ottantasette anni a dubitare e fertilmente continua, è
certamente su una posizione molto lontana da quella che la Chiesa intende ammissibile in
termini culturali. Nel suo ultimo libro, quando gli viene chiesta una definizione
autobiografica, Bobbio risponde: " sono contro tutti i fanatismi, sono tollerante su
tutto, ma con i fanatici non posso essere tollerante". Questo ci richiama a quello
che prima cercavo di mettere in evidenza e cioè alla sfera delletica come sfera
delle certezze che, però, sono individuali - ognuno fa benissimo ad essere molto certo di
quella che è la sua personale verità, purchè non voglia imporla agli altri - e alla
sfera della politica come sfera penultima, che non riguarda i valori assoluti. In questo
senso ha ragione la Signora Briolini a richiamarsi alla libertà di pensiero, con una
differenza - credo - che si deve fare: mentre la libertà religiosa ha una preminente
portata di carattere storico, la libertà di pensiero è molto più ampia. Casi di
libertà di pensiero si possono trovare da quando esistono documentazioni sul pensiero
pensato; già nel pensiero più antico, nel pensiero classico, ci sono grandi controversie
che riguardano la libertà di pensiero. La libertà religiosa, invece, è storicamente il
primo dei diritti di libertà; è il diritto di libertà dal quale dalla metà del
Seicento incomincia la stagione dei diritti, la stagione di tutti gli altri diritti.
Infine e per rispondere allosservazione di Provasi, il principio di autonomia in un
discorso laico è applicato alla personalità individuale: lautonomia personale è
la definizione del principio di individualità; il principio di individualità ha poco a
che vedere con lindividualismo, se si intende per individualismo la convinzione che
vi sia un individuo che si riferisce al contesto in cui vive prima di esso e fuori di
esso. Gli individui sono tali, ma sono tali in un contesto. Se non ci fosse il contesto
non ci sarebbero nemmeno gli individui; ci sarebbe una forma di solitudine individuale.
Lindividualismo viene in genere interpretato in unaccezione negativa, come una
forma di isolamento dalla società, di sottrazione agli obblighi della solidarietà, di
scarso spirito comunitario, di mancanza di senso civico o di senso della partecipazione e
così via. Se, parlando di individualismo, si fa riferimento a idee di questa specie,
queste non hanno nulla a che vedere col problema dellautonomia. Il problema
dellautonomia significa che ogni persona è autonoma nella scelta dei valori in cui
vuole credere; quindi ci sarà chi sceglierà di vivere in conformità a certi valori
religiosi, altri sceglieranno di vivere in conformità a valori di carattere sociale o di
solidarietà verso il prossimo, altri ancora in riferimento a problemi di razionalità del
proprio comportamento o di ricerca della realizzazione legittima delle proprie ambizioni
personali. Cè una pluralità di valori sui quali lindividuo decide
autonomamente.
Mi pare che il dibattito e gli interventi che ci sono stati abbiano di molto migliorato il
contenuto della mia relazione di apertura. Mi ha fatto piacere trascorrere una sera a
Bergamo a parlare di questioni che, se vogliamo, segnano anche esse una transizione
culturale. Io sono attempato quanto occorre per ricordare un passato in cui le assemblee
dei laici e dei laicisti non trattavano i temi di cui abbiamo parlato stasera e non li
trattavano soprattutto nei termini in cui se ne è parlato stasera. Ricordo un passato in
cui il laicismo era sostanzialmente quello sul quale si era arrovellato il povero
Jemolo,
chiamato in causa dal Dottor Mazzoleni; il problema che i medioevalisti chiamavano
"delle due spade" - quella del sovrano civile e quella del sovrano religioso -
ossia il laicismo come problema aperto dei rapporti tra Stato e Chiesa. Non si può dire
che la questione sia estinta nella vita pubblica italiana di oggi. Tanto per citare un
caso, proprio nei giornali di stamattina si riapre il problema della scuola e della scelta
scolastica, delle risorse che lo Stato deve riconoscere a coloro che non scelgono la
scuola di Stato per i propri figli, ma la scuola privata, magari di carattere religioso.
Le questioni dei rapporti tra Stato e Chiesa sono sempre aperte, ma devo dire in una
temperie che si è molto rasserenata, sicchè lanticlericalismo dei buoni massoni di
un tempo non ha più grandi ragioni dattualità. Poi cè stata una seconda
fase in cui parlare del laicismo era sconsigliabile per tuttaltre ragioni; era
considerato uno svago per borghesi e una specie di divagazione per cui la borghesia si
trastullava con questi concetti per evitare il duro impatto con la lotta sociale, con il
confronto sociale. Oggi mi sembrano tornati i tempi in cui essere laici acquisisce un
significato molto importante che, come ho detto concludendo la mia relazione, non riguarda
tanto il fatto delle fedi personali, ma il fatto del loro pluralismo e quindi i limiti
della politica.
Viviamo un momento di grande confusione come del resto è abbastanza naturale; un momento
- per ritornare di nuovo a Bobbio e alle tre categorie della sua classificazione - di
rifiuto della politica, disgusto della politica, distacco dalla politica -. Il distacco
dalla politica è di quelli che dicono "io ho ben altro da fare, la politica è una
cosa per quelli che ci campano, io ho il mio studio, la mia impresa, il mio lavoro, la mia
famiglia e di politica non me ne occupo". Il rifiuto della politica è di quelli che
dicono "la politica è unattività malfamata con cui ci si sporca facilmente le
mani e quindi bisogna risolvere i problemi pubblici il più possibile senza ricorrere al
percorso politico, ma, per esempio, attraverso la tecnocrazia o altre forme di soluzione
di questi problemi". La rinuncia alla politica è quella di coloro che non dicono né
la prima né la seconda cosa, ma semplicemente evitano di parteciparvi. Questultimo,
per conto mio, è il dato più significativo sul quale bisogna riflettere. Se esaminate
lultima elezione di medio termine con cui il partito repubblicano ha conquistato la
maggioranza del Senato nel Congresso degli Stati Uniti, noterete come nella più grande
democrazia del mondo il risultato elettorale è stato deciso da meno del venti per cento
dei voti. I partecipanti sono stati meno della metà, lo scarto tra i due blocchi è stato
minimo e quindi nel più importante parlamento del mondo si vince la maggioranza con il
venti per cento di partecipazione effettiva. Questo è uno dei veri aspetti oggi della
questione sociale, perché in questa rinuncia alla partecipazione, cè un
evidentissimo fattore sociale. Coloro che sono al di sotto della soglia per condizioni di
vita, di reddito e di influenza sociale per essere elettori interessanti, non vengono
contattati da nessuno e non votano. Nellastensionismo americano il fattore sociale
è determinante: i poveri non votano.
Il problema della partecipazione è connesso anche al problema dellinformazione. Il
fatto è che un sistema di informazione politica quasi totalmente affidato allo strumento
televisivo, rompe anche quei legami di partecipazione e di dialogo che sono importanti nel
rapporto politico correttamente inteso. Viviamo un momento di crisi della politica, di
confusione della politica. Credo che per uscirne bisogna ricondurre la politica alla sfera
che le appartiene, che non è la sfera delle convinzioni definitive di cui ciascuno è
depositario soltanto per sé, ma è la sfera delle regole comuni con cui, avendo ciascuno
un proprio sistema di valori differente da quello degli altri, si può cercare insieme di
costituire una società migliore, una convivenza meglio organizzata, un assetto sociale
ritenuto più giusto. Questo per me significa essere laici oggi.
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