| On. Giovanni
F. Malagodi
IL CAMMINO DELL'ITALIA VERSO LA LIBERTA' D'INFORMAZIONE Intervento al "Convegno della stampa liberale" Bergamo 27/28 ottobre 1973 (trascrizione dal nastro audioregistrato) |
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SOMMARIO 1
- L'importanza della libertà di stampa per la libertà e la pace
internazionale 2 -
Libertà di stampa e radio-televisione 3 - I mali della stampa
italiana: a) il possesso pubblico dei grandi organi d'informazione |
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Cari amici, nel documento conclusivo, che vi è stato letto un momento fa da Beatrice Rangoni, si accenna a sviluppi operativi. Vi dico subito, d'accordo con l'amico Bignardi e rifacendomi a quello che ebbi già a dire alla conclusione del convegno di Montecatini, che uno degli sviluppi operativi dovrà essere - entro un tempo ragionevole e non troppo breve, perché i convegni per riuscire devono essere preparati - un convegno sui problemi della stampa e non so, se per la strada, ci riuscirà di limitarlo alla stampa o non si allargherà anche alla radio-televisione e, forse, alla editoria nel contesto dei mezzi di comunicazione di massa. Oggi, nel conchiudere questo convegno e avendo presente questa prospettiva, vorrei riprendere alcuni concetti politici, espressi dall'amico Agostino Bignardi al principio del convegno, e aggiungerne altri già impliciti nei suoi ma che io desidero rendere ancora più espliciti. A proposito d'informazione e concetti politici, io vorrei dire alla Signora Dejak, di cui ho apprezzato lo spirito liberale e l'idea di vedere le cose andar meglio, che, però, conviene di solito informarsi meglio prima di parlare. Per esempio, se i liberali inglesi, dopo lunghi decenni di totale silenzio nella stampa nazionale e prima di tutto nei giornali che si chiamavano liberali, hanno avuto un pochino di spazio ora, questo è dovuto essenzialmente ad una situazione politica, la quale li vede in netto progresso nell'opinione pubblica in funzione - e queste sono le cose della politica - del crescente disgusto negli elettori inglesi, soprattutto nella fascia fluttuante e decisiva dei lavoratori inglesi, verso la non-politica laburista - spostatasi ora fortemente a sinistra e diventata ancora di più non-politica nella realtà del loro paese - e verso certe insufficienze e mediocrità della politica conservatrice. Quanto poi al contenuto della politica liberale inglese, voglio ripetere quello che ho già avuto occasione di dire in altre sedi: ovvero, che se uno conosce i documenti della politica liberale inglese, si accorge che, contrariamente ad una antica superstizione - non posso chiamarla diversamente -, siamo noi in una posizione, di accettazione o di aggressione di alcuni problemi, molto più avanzata che non quella dei nostri amici liberali inglesi. Anche per un fatto - non è merito o demerito loro né nostro - che noi viviamo in un paese talmente spostato verso sinistra che nella realtà dei problemi dobbiamo porci di fronte a situazioni che si qualificano di sinistra, mentre in Inghilterra si trovano sostanzialmente in un mondo di centro, anche se, come ho accennato, in questi ultimi tempi il partito laburista si è andato spostando velocemente e violentemente verso sinistra, non so bene per quali ragioni. 1 - L'importanza della libertà di stampa per la libertà e la pace internazionale. Comunque, io vorrei ora, in vista di quegli sviluppi operativi e riprendendo appunto alcuni concetti di carattere generale, ideologici e politici, toccare con voi brevemente tre punti. Il primo, l'importanza decisiva della libera circolazione delle informazioni e delle opinioni, anche per la libertà e la pace internazionale - questo in relazione con la conferenza per la sicurezza europea. Un secondo punto è la necessità, a cui ho già accennato, di riferire il discorso sulla libera circolazione delle idee e delle informazioni non solo all'editoria, ma anche e fortemente alla radio-televisione in relazione a certi suoi sviluppi tecnici - che hanno dato luogo a certi incidenti ben noti alla Camera italiana - oggetto di un dibattito internazionale di cui la nostra stampa tace. Venendo al terzo punto, diciamocelo chiaro: se "Il Resto del Carlino", che ci è abbastanza amico e pubblica sovente articoli e note di Bignardi, ha taciuto e altri giornali hanno taciuto, è perché noi diamo fastidio, perché a un certo ambiente che controlla questi giornali è naturale oggi, non il commento più o meno di parte che si può comprendere, ma il silenzio, il töten-schweigen, come si dice in tedesco, l'uccidere con il silenzio, il tentare di uccidere con il silenzio. Questa è la verità: se noi potessimo contare su un giornale, il quale obiettivamente volesse dire quali sono i più gravi problemi del paese e quali sono le opinioni di punta nelle varie direzioni su quelle opinioni, avremmo diritto ad una buona pagina quotidiana. 1.a - L'indivisibilità di libertà e pace nelle risoluzioni dell'Internazionale Liberale. Comincio dal primo punto. Libertà e pace sono indivisibili. Ho qui con me - l'ho ripresa nei giorni scorsi - una nota su quanto ha detto, a questo riguardo e a riguardo della circolazione delle idee e delle informazioni, l'Internazionale Liberale che ne ha parlato per la prima volta nel congresso di Stoccarda ben ventitre anni fa, nel 1950. Toccando il concetto di una federazione generale internazionale degli editori democratici in un'Europa libera e respingendo il concetto di una sola federazione di editori liberali, sperando che la parola "democratici" contenesse abbastanza carica liberale: purtroppo la cosa è rimasta lettera morta, come tante nostre buone intenzioni - questo è uno dei nostri veri torti. Poi ne ha riparlato nello stesso congresso sotto il tema del libero scambio commerciale dei libri. Ne ha riparlato nel congresso di Lucerna, nel 1955, a proposito della libertà di stampa in generale e di certi abusi che avevano avuto luogo in un paese dell'America del Sud. Ne ha riparlato nel congresso di Copenaghen del 1958, esprimendo la sua viva inquietudine per gli ostacoli economici e politici frapposti alla libera circolazione internazionale dei libri e dei periodici e constatando l'importanza dello scambio di idee, condizionato da quello dei libri e dei periodici al di fuori da ogni considerazione economica, ma per motivi di carattere politico. Infine, se ne è riparlato nel congresso di Roma del 1970 - in cui la metà del dibattito fu consacrato al problema dei mezzi di comunicazione di massa e, quando faremo il nostro convegno, dovremo rifarci a quello che fu lì deciso dall'unanimità dei liberali europei - notando che la preservazione della molteplicità dei servizi di stampa, di radio e televisione, il loro miglioramento - notate bene ! - specialmente con la possibilità di pubblicazione di numerosi giornali a piccola tiratura suscettibili di esprimere una vasta gamma di opinioni, ciò anche in un sistema di comunicazioni monopolistico, era di carattere essenziale per la conservazione dei valori di fondo della democrazia liberale e dei buoni rapporti internazionali. 1.b - La Russia e l'abbattimento dei satelliti televisivi Ho voluto ricordare questo per dirvi che il problema non è nuovo, che il problema è sentito, sia pure in situazioni non identiche - come è evidente - da tutti i liberali europei e anche dai liberali non europei rappresentati nell'Internazionale. Ora, quando il governo di Mosca alla Nazioni Unite e alla fine dell'anno scorso - questo è un fatto che i giornali italiani non hanno minimamente menzionato, come non l'hanno affatto menzionato altri giornali che soffrono di malattie analoghe a quelle di cui soffrono i nostri - ha domandato una risoluzione che lo autorizzasse ad abbattere, a vista e a suo arbitrio, qualunque satellite televisivo che gli desse fastidio, questo è un fatto di una gravità estrema, una cosa che avrebbe dovuto fare notizia e non l'ha fatta proprio perché era una notizia che dava noia a tutta una vasta gamma di persone. Ancora più straordinario è che, non avendo ottenuto - ed io spero che non l'otterrà mai - quella autorizzazione dalle Nazioni Unite, la Russia, che nelle sue cose è ben organizzata e tenace, ha portato la richiesta all'UNESCO. Proprio in questa organizzazione, che dovrebbe essere la tutrice della libertà di informazione e di insegnamento nel mondo, è riuscita ad ottenere - secondo quanto mi è stato riferito da persone fededegne - un documento in questo senso. Non ha il valore di un documento delle Nazioni Unite, però è un documento generale. Io intendo interrogare il governo italiano per sapere se questo è vero, quali sono i termini di quel documento e quale è stato il contegno del delegato italiano, perché temo che il delegato italiano l'abbia votato anche lui - forse perché aveva bevuto troppo a tavola, ma certamente la cosa è di una gravità estrema. Quando avviene una cosa di questo genere - si capisce - la tirannide fa un passo avanti sul mondo e non è un caso che in questi giorni quegli intellettuali dissidenti russi per i quali anche noi abbiamo levato la nostra voce in Parlamento rivolgono un appello angosciato al mondo dicendo "guardate, la nostra vita è oggi in pericolo, la nostra salvezza, la nostra possibilità di agire ancora, dipende da una larga pubblicità intorno a noi, da un largo consenso alla nostra tesi fondamentale che la libertà di discussione e di informazione è la base non solo della pace interna di un paese, ma anche della pace internazionale", noi vediamo scoppiare un contrasto fondamentale. Stamattina ho visto sul Corriere un riassunto non brevissimo del discorso di Breznev ieri a Mosca nel quale egli si è di nuovo opposto al concetto dell'impegno di libera circolazione delle opinioni e delle informazioni: però, un imbarazzo c'è, tanto che ha detto ah, noi siamo pronti a un approfondito dibattito su questi temi. Noi sappiamo da tutte le esperienze dei regimi totalitari, di qualunque colore essi siano, che è una balla: però, è una di quelle balle che indicano un certo imbarazzo politico. Proprio per questo, pur sapendo che, nella conferenza di Helsinky e poi in quella tecnica di Ginevra e presumibilmente di nuovo in quella politica di Helsinky sulla sicurezza europea, i Russi faranno l'impossibile per non accettare impegni su questo punto, noi dobbiamo mandare fortemente avanti l'impegno su questo punto. 1.c - La libertà d'informazione come elemento costitutivo della conferenza per la sicurezza europea Io non so quanti di voi sappiano un altro fatto, che avrebbe dovuto e potuto fare notizia nella stampa italiana e che è stata totalmente taciuta ancora una volta. Alla fine dell'anno scorso c'è stato un appello che ha raccolto le firme di settecento uomini politici e di intellettuali di primissimo piano in Europa, un appello che la direzione del Partito Liberale ha fatto suo - e questo era, Signora Dejak, un fatto abbastanza aggressivo, ma Lei lo ignora e non ha torto d'ignorarlo [interruzione sig.ra Dejak: "Non lo ignoravo". Malagodi: "meno male, questo mi fa piacere perché significa che forse Lei legge le pubblicazioni di partito"]. Era un appello preciso e netto alla libertà d'informazione come elemento costitutivo della conferenza per la sicurezza europea, la quale senza di questo diventa una trappola a senso unico, che impone impegni - e magari anche gravosi - ai paesi liberi senza imporre nessun impegno ai russi, i quali continuano a dire ufficialmente in tutte le loro pubblicazioni - a livello altissimo, Breznev, Suslov, Pravda, Izvestia e giornali tecnici - che la coesistenza pacifica e l'allentamento delle tensioni non implicano in nessun modo l'allentamento delle tensioni e della lotta ideologica, la quale deve essere portata avanti con ogni forza. Un elemento della loro lotta ideologica è che loro vengono da noi a raccontare i fatti loro, ma noi non dobbiamo andare da loro a raccontare i fatti nostri: non dobbiamo farlo anche se essi approfittano per deformare gravemente il quadro, dinanzi al loro popolo, dei popoli liberi i quali vengono presentati come, al tempo stesso, schiavi, troppo ricchi, troppo poveri e aggressivi. Questo è il quadro che il normale lettore russo ha del mondo occidentale. Io sono molto contento che il governo italiano e gli altri governi occidentali abbiano preso la posizione che hanno preso su questo punto a Ginevra - prima a Helsinky, poi a Ginevra - e vorrei che dal Partito Liberale uscisse molto fortemente un appello a che il governo italiano non modifichi in nessun caso tale sua posizione, faccia, della libera circolazione delle idee e delle notizie, un punto fondamentale delle trattative con l'Unione Sovietica e con gli altri paesi che la circondano. Con ciò rendendo anche un servizio - che non oseranno riconoscere, ma apprezzeranno - anche ai paesi cosiddetti satelliti i quali lo desiderano. Notate bene, non è un caso che in Russia sempre più le televisioni e le radio occidentali sono ascoltate; non è un caso che, proprio per questo, la Russia abbia fatto quella incredibile proposta dell'abbattimento, a vista e a suo arbitrio, dei satelliti televisivi se questi le danno fastidio. Vorrei vedere cosa succederebbe se noi abbattessimo un satellite televisivo russo, se noi praticassimo quelle stesse tecniche di impedimento di ricezione che i Russi costantemente adoperano nei riguardi delle televisioni e delle radio occidentali. 1.d - I comunisti italiani e la posizione russa sui satelliti televisivi Qui mi sia concessa una breve digressione di politica italiana. Hanno mai i comunisti italiani condannato quell'atteggiamento russo ? Mai ! Hanno mai appoggiato gli sforzi del governo italiano e degli altri paesi occidentali per ottenere dal governo russo un'apertura intellettuale, giornalistica, di ordine editoriale ? Mai ! Hanno continuato a prendere, in questi giorni, delle posizioni faziose e totalmente conformi alla politica russa. Nessuno di noi, a cominciare dalla direzione del nostro partito, ha mai preso posizione sul conflitto d'Israele senza metterne in rilievo anche il diritto alla vita e allo sviluppo dei paesi arabi, il diritto dei rifugiati palestinesi ad una soluzione delle loro difficoltà umane: però, siamo sempre stati coscienti del fatto che gli arabi rischiavano molto, ma Israele rischiava tutto. Israele è un'organizzazione politica e sociale basata sugli stessi princìpi di libertà su cui è basata l'organizzazione occidentale e che noi consideriamo - e non dobbiamo vergognarci di considerare - infinitamente superiore sia a quella comunista e totalitaria, sia a quella fascista totalitaria o autoritaria, sia anche alle organizzazioni - chiamiamole pure così perché tutto è organizzato a questo mondo - che i popoli del medio oriente li reggono tirannicamente in fatto, sia pure attenuate dalla corruzione e dal disordine,. Ebbene, così sono i comunisti italiani che hanno offerto in questi giorni un'alleanza politica alla democrazia cristiana, che hanno fatto sapere che, se i socialisti ci vogliono stare, sta molto bene, che se ci vogliono stare repubblicani e socialdemocratici, vengano pure, che contemporaneamente moltiplicano anche verso di noi in sede locale le blandizie - "venga Lei segretario al convegno tale; porti la sua bandiera; benissimo, parli liberamente". Noi abbiamo risposto quello che dovevamo rispondere; anche i socialdemocratici hanno risposto quello che dovevano rispondere, nonostante certi strani fenomeni interni di quel partito; i repubblicani tacciono come un sol uomo, proseguendo in quell'ambiguità di fondo della loro politica che ormai sta diventando evidente. E la Democrazia Cristiana ? la D.C. ha tenuto una riunione di direzione durata sette ore, nella quale si è occupata unicamente di problemi interni. Ora, io non dubito che i problemi interni della Democrazia Cristiana siano importanti per lei e anche per noi come cittadini italiani; capisco che il nuovo segretario, che è un uomo che crede molto all'attivismo organizzativo e un po' meno alla politica, si dedichi a quei problemi, ma che per sette ore non abbiano trovate sette minuti in cui dire no, come direzione del partito, a questa offerta comunista è cosa invero molto sorprendente. E, notate bene, dal Signor Fanfani si è riusciti, alcuni giorni or sono, a cavar fuori, non una dichiarazione, ma un articoletto sul "Popolo" in cui diceva che la DC è in contrapposizione al comunismo. Contrapposizione è una parola che comincia a lasciarmi piuttosto sospettoso, perché - salvo errore - il maestro di Marx si chiamava Hegel e oggi escono a valanghe libri in cui si dimostra che tra il marxismo e il cristianesimo e il cattolicesimo, in fondo non c'è nessuna differenza - c'è di mezzo il sapere se Dio esiste o no, ma insomma è un dettaglio insignificante nel mondo di oggi - comunque, sono la stessa cosa, sono vicinissimi. Io non vorrei che la contrapposizione fosse quella hegeliana, chiamata sintesi degli opposti: non vorrei che la contrapposizione fosse la premessa di una sintesi Berlinguer-Fanfani. Vorremmo, per dirla famigliarmente, mangiare del pane un poco più casareccio. Questo invito rivolgo da Bergamo al senatore Fanfani: ci dia un bel pezzo di pane casareccio da cui si capisca se il senatore Fanfani è d'accordo con l'onorevole Berlinguer o non lo è, o fino a che punto non lo è o fino a che punto lo è. Incidentalmente, se dovessero essere d'accordo, convegni come questi ce li lasceranno fare, ci inviteranno a farli, verrà con un distinto funzionario della polizia politica a dire al segretario del partito "ma Lei sono tre mesi che non fa un convegno sulla libertà, ma lo faccia, glielo finanzio io, stia tranquillo che non succede niente, anzi sarebbe male che Lei non lo facesse". Sarebbe il tentativo di adoperare noi e le altre forze genuinamente democratiche come copertura per delle operazioni fondamentalmente tiranniche, fondamentalmente conciliari nel peggiore senso della parola. 2 - Libertà di stampa e radio-televisione Il secondo punto che vorrei toccare, e lo ho accennato, riguarda la necessità di inquadrare insieme stampa-editoria e radio-televisione. Lascio da parte oggi l'editoria, che è quella in cui le cose vanno, forse, un po' meno peggio anche perché i recenti sviluppi tecnici, per quello che io capisco, permettono domani al segretario del partito insieme a due amici - io mi offro a correggere le bozze - di mettere insieme una casa editrice anche se bisogna poi avere dei buoni libri da pubblicare e questa è un'osservazione che mi permetterò di sviluppare parlando con il mio vecchio amico Toti Calvi. Bisogna avere anche dei buoni articoli da pubblicare e, anche nella scelta dei titoli, io che sono settentrionale di padre e di madre, credo qualche volta un pochino alla scaramanzia. Quando mi ricordo i terribili debiti che segnarono la fase gloriosa del giornale "Il Risorgimento Liberale", qualche preoccupazione su quel titolo ce l'ho e credo che bisogna guardare avanti veramente più che guardare indietro-, ma, in ogni modo (interruzione: "siamo abbastanza forti per non guardare alla jella"; Malagodi: " ma anche abbastanza forti per trovare un titolo che guardi avanti e non un titolo che guardi indietro, ma, siccome ne dovremo discutere, ne discuteremo"), ripeto, la cosa importante è di fare qui qualche breve considerazione sulla radiotelevisione. 2.a - Le tre condizioni di una radiotelevisione che corrisponda alle necessità di una società libera. Quali sono le condizioni di una radiotelevisione che corrisponda alle necessità di una società libera ? Sono: 1) Pluralità di voci. La pluralità di voci nella radiotelevisione odierna è assicurata, sì, ma col contagocce: tanti minuti al Partito Liberale, tante ore alla Democrazia Cristiana, tante mezz'ore al Partito Comunista. Non è una vera pluralità di voci. Quando poi si esce dal campo della politica in senso stretto e si va, ad esempio, nel campo dei sindacati, c'è una notevole tendenza a dimenticarsi dell'esistenza di taluni sindacati, come i sindacati autonomi che pure sono una realtà, una realtà che trascende forse la confederazione - anzi senza forse - dei sindacati autonomi, ma intanto ha in questa la sua espressione. Quando si va nei dibattiti culturali o di costume - mio Dio ! - ogni tanto compare qualche uomo libero, ma quanto pochi e di solito scelti accuratamente vecchi perché non ci si renda conto che ve ne sono tanti giovani. E vedete come tutto questo è circondato da una salsa di malizia, di pungere, pungere, pungere. Vedete - scusate una piccola divagazione, ma intanto siamo qui fra amici - stamattina sul Corriere della Sera c'è un articolo della Natalia Ginzburg sull'ultimo film di Bergman, che io non ho ancora visto ma che tutti mi dicono essere un film notevole, cioè un film che riprende, da quello che si capisce, un filone di tristezza profonda e di sfiducia che, nella cultura e nella poesia italiana o europea, è antica e risale almeno al principio dell'ottocento. Alcune delle cose - da quel che capisco - che si trovano in quel film, si trovano in Leopardi, altre si trovano in Flaubert, altre in Guy de Maupassant, non c'è nulla di nuovo: eppure la Ginzburg, che è una scrittrice graziosa e seria, sente il bisogno di dire "in fondo questo film - con un altro film che cita - è il film della morte della borghesia". E del resto di che altro si può parlare oggi ? Se c'è una cosa che non c'entra assolutamente un beato fico secco, è la morte della borghesia. Perché di puttane ce ne è anche di non-borghesi, di donne isteriche ce ne è anche di non borghesi, di malate di cancro ce né anche di non borghesi, di brave donne ce ne è anche di borghesi. Mi pare che questo sia un piccolissimo esempio che alla televisione è moltiplicato e potenziato all'ennesima potenza, con tutta la virulenza dell'immagine accompagnata dalla voce, con tutta la virulenza dello scaricarsi su persone non vaccinate, diciamo così, non culturalmente vaccinate. 2) Libertà e varietà di opinioni. . Molteplicità di voci e libertà e varietà di opinioni: sono un po' la stessa cosa, ma io intendevo voci in un senso più creativo: di concezioni del mondo. Per libertà e varietà di opinioni, intendo il dare sufficiente spazio alle forze politiche, sindacali, regionali, a tutte le forze reali del paese in tutti i campi. 3) Completezza ed obiettività di informazione.. Qui poi andiamo di male in peggio, perché sappiamo come l'informazione televisiva può essere completa e, invece, non è. E quanto ad obiettività, chiunque ha visto o ascoltato i servizi sul recente conflitto arabo-israeliano - di fronte al quale, ripeto, noi abbiamo preso una posizione per la quale, senza dimenticare la grandezza maggiore del dramma d'Israele, non ha mai dimenticato anche le esigenze degli altri - sa in quale modo fazioso ed ignobilmente fazioso si è comportata la televisione italiana. 2.b Il monopolio statale e la radiotelevisione italiana Alla radice del male che cosa c'è ? C'è il monopolio statale, il quale nella realtà italiana porta quella che è stata chiamata felicemente una lottizzazione. Ma se la lottizzazione fosse globale, se ciascuno di noi avesse la sua casetta in quel quartiere, se ci fosse una sala di riunione in cui ciascuno di noi potesse andare e discutere, sarebbe un modo un po' curioso, ma un modo di realizzare un equilibrio. In verità la lottizzazione è apparente, come - devo dire - i repubblicani hanno capito e denunciato con ragione. Noi non abbiamo neanche da denunciarla, perché abbiamo talmente poco che non abbiamo da lamentarci; loro avevano un amministratore delegato che, a quanto si racconta, non era mai presente o si dava presente per farsi pagare le diarie, ma non andava in Via Teulada, ma questi sono piccoli particolari. La verità è che questa lottizzazione, in fatto, dà l'ottanta per cento della televisione - cioè tutto - in mano ad un curioso impasto di azionisti astratti di un certo intellettualismo laico e di un certo intellettualismo cattolico, i quali poi fanno un'azione che, nei riguardi di quella libertà totale della quale parlano continuamente, è un'azione che, non chiamo neanche omicida, ma chiamo suicida perchè un giorno si troveranno messi alla porta con un bel calcione nel fondo dei pantaloni e sostituiti da bravi gerarconi comunisti o da dei preti in sottana che ci pensano loro a mettere le cose come devono essere messe. Ora, tutto questo monopolio statale che è alla base delle cose sta diventando completamente assurdo dal punto di vista tecnico. Basta pensare a due cose: una la televisione via cavo e, l'altra, la televisione via satellite. Arriveremo a questo: che, non avendo noi - a parte che non ne domanderemo il diritto - i mezzi per abbattere i satelliti che ci dessero fastidio, noi riceveremo tra non molto tempo i programmi di tutto il mondo e il programma italiano si ridurrà probabilmente ad un fatto provinciale per chi ascolta e ad un fatto economico per coloro che mangeranno le decine di miliardi che la televisione ci costa, nonché a un fatto contrario alla stampa per l'assucchiamento sempre maggiore di proventi per la pubblicità proprio in un momento in cui la pubblicità comincia a rendere meno. 3 - I mali della stampa italiana: a) il possesso pubblico dei grandi organi d'informazione Passo, ora, al terzo punto: cioè alla stampa. Anche qui, cari amici, i guai di fronte ai quali la stampa italiana si trova, hanno vari motivi. Vi dirò qualche cosa, ripetendo probabilmente quello che già è stato detto in questa sala, ma, secondo me, il punto fondamentale contro il quale i liberali italiani insorsero alla Camera e al Senato in anni passati, con un torto - che io mi assumo per una buona quota, perché ero allora il segretario del partito - di non aver trasformato il nostro intervento in un'ossessione, di non averlo ripetuto, ripetuto e ripetuto fin quando non cominciasse a penetrare nelle orecchie. Mi riferisco al possesso pubblico di grandi organi d'informazione: è un punto centrale. Si dirà, ma intanto è un monopolista o un oligopolista l'ENI quanto lo è la FIAT: non è vero ! C'è una differenza profonda. L'ENI è prima di tutto, dal punto di vista finanziario, irresponsabile. Chiunque abbia visto i bilanci dell'ENI lo sa ed è tanto più irresponsabile nei riguardi dei giornali di cui è proprietario o che possiede; tanto è vero che in un primo momento negò di possedere un certo giornale e poi lo ammise. Adesso si sa anche che ci perde sei o sette miliardi all'anno. Altri giornali pare che siano finanziati attraverso metodi di cui il mercato parla: una certa partita di petrolio, che va ad una certa persona che fa da intermediario, può andare a qualche centesimo di più o di meno e alla fine dell'anno la somma di quei centesimi equivale al disavanzo di quel giornale. Quindi, abbiamo dei giornali finanziariamente irresponsabili e dei giornali che sono politicamente irresponsabili, perché, essendo posseduti da oscure forze nascoste nelle viscere dei vari partiti, non hanno paura, sono padroni loro. Di fronte al ministro A o al ministro B, il grande feudatario del grande ente pubblico, che già si sente potentissimo, si sente ancora più potente se munito di un giornale e non ha nessuna paura. Invece, diciamocelo chiaro, il proprietario privato di un giornale, per quanto grosso sia, nutre sempre una sana paura prima delle perdite e, poi, di pigliare una botta in testa da un punto di vista politico: giocano nei suoi riguardi due fatti di concorrenza, che è, con tutta pace di chi non ci crede, un fatto di libertà. Il primo e vero rimedio sarebbe il divieto agli enti economici pubblici di possedere o finanziare giornali direttamente o indirettamente. Adesso sogniamo un po' ad occhi aperti, che è anche il vantaggio di essere all'opposizione, di non essere sempre ragionevoli nei termini del compromesso a breve scadenza. Del resto sognavo già, non so se ve ne siete accorti, parlavo e stavo sognando, quando proponevo di abolire il monopolio televisivo in Italia perché è diventato assurdo: verrà mantenuto, non c'è dubbio. Verrà mantenuto per pagare gli stipendi a quelli cui bisogna pagarli, per continuare ad essere una specie di università libera degli asini azionistici, volti unicamente ad una certa azione politica distruttiva: per questo verrà mantenuto il monopolio anche quando non significherà più niente, anche quando l'immensa maggioranza degli italiani si sintonizzerà con il satellite X di origine americana o il satellite Y di origine svizzera o il satellite Z di origine russa. Non c'è il minimo dubbio ! Forse sogniamo ad occhi aperti anche quando prospettiamo al paese il divieto per gli enti economici pubblici di possedere o finanziare giornali direttamente o indirettamente. Questo è il primo atto di bonifica con cui ci metteremo soltanto alla pari con gli altri paesi liberi nei quali questo fenomeno è completamente ignoto, non esiste. b) Mancanza di un Comitato dei Garanti Secondo: io vorrei vedere una legge - e mi rendo conto che da un punto di vista giuridico è difficile formularla e da un punto di vista pratico è difficile applicarla - la quale introducesse come strumento di carattere permanente il "comitato dei garanti". Infatti, anche il possesso da parte di gruppi privati di un certo tipo è una cosa pericolosa. E mi riferisco a quel tipo di proprietari che sono in grado di comprare un grandissimo giornale, illudendosi di perdere un paio di miliardi all'anno: quando poi scoprono che sono tre volte tanto rimangono un po' perplessi, ma dicono "andiamo avanti, oramai siamo imbarcati". Del "Comitato dei Garanti" abbiamo già parlato in sede televisiva, ma dobbiamo parlarne, secondo me, anche per la grande stampa. Quando un giornale supera certi limiti deve essere munito di un "Comitato di Garanti" scelto con determinati criteri. Del resto è quello che avviene da molto tempo per il Time di Londra o che avveniva, ai tempi di Einaudi, per "La Gazzetta del popolo" di Torino. Quel comitato dovrà garantire l'indipendenza del giornale entro una certa linea globale, che il proprietario del giornale ha pure il diritto di indicare: entro quella linea dovrà garantire la completezza e l'obiettività dell'informazione, oltre a una natura di commento che non sia quella di far morire col silenzio, tentare di far morire col silenzio, oppure di deformare le opinioni e le intenzioni degli altri. Mi fa osservare l'amico Bozzi - ed è un elemento molto importante - che quel documento a noi tutti ignoto, tranne che a lui, che è la Costituzione prevede che con legge si possa esigere di rendere pubbliche le fonti di finanziamento della stampa periodica: questo mi pare che sia un elemento che rientra in pieno nella prospettiva generale che io stavo cercando di tracciare. Avevo scritto anch'io la parola costituzionale - adesso mi difendo un poco - avevo scritto che la pubblicazione di un giornale è espressione costituzionale di libertà per il cittadino: allora questa libertà deve essere difesa, perché oggi effettivamente la penetrazione delle aziende pubbliche, le quali hanno ormai tutte come articolo primo il divieto di guadagnare anche soltanto gli ammortamenti dell'azienda, ebbene l'allontanamento di queste è un primo punto fondamentale. I problemi, però, non finiscono qui. Ora entro nel terreno che è delicato, perché può dare anche un momento di fastidio a uno che è giornalista, magari anche giornalista liberale. Prima di tutto, i costi dei giornali, redazionali tipografici e previdenziali, sono molto elevati e in continuo aumento. Io ricordo di aver consigliato a mio figlio, ad un certo momento in cui non sapeva se continuare o no un'attività universitaria, di cercare di diventare tipografo di un grande giornale perché ciò gli avrebbe dato una paga di circa tre volte quella di un assistente di ruolo universitario. Ora questi oneri diretti e indiretti, questi elementi sindacali favoriscono la concentrazione, favoriscono l'intervento degli enti pubblici, favoriscono tutto quello che nuoce alla libera circolazione delle idee e all'obiettività dell'informazione. Si può anche osservare che questo è, come in altri settori, un sindacalismo elitario, un sindacalismo per privilegiati: sono ben pochi in Italia gli impiegati o gli operai che guadagnino come nei giornali. I poteri pubblici, intanto, a prescindere da quell'azione non ufficiale e - diciamolo pure - illegale di penetrazione nel mondo giornalistico, parlano molto di aiuti e di provvidenze all'editoria e ai giornali, però non realizzano neanche quello che leggi già prevedono e di cui danno diritto a tutti. E' il caso, per esempio, dei contributi statali sul costo della carta. Oggi ci sono difficoltà di approvvigionamento della carta e sono probabilmente destinate a durare, perché, tra i fenomeni dell'economia mondiale più preoccupanti, c'è la scarsità di legname, tra cui il legname specifico per la fabbricazione della carta. Queste difficoltà si traducono in più elevati costi di approvvigionamento, a fronte dei quali le carenze programmatiche e organizzative del monopolio statale non conducono neppure all'erogazione dei sei miliardi che nel 1973 sono stati stanziati per il 1972. d) Radiotelevisione e pubblicità Un altro esempio: la pubblicità. La pubblicità commerciale oggi non è certo in aumento, dato le condizioni delle aziende che devono fare la pubblicità. Ebbene la radiotelevisione continua a succhiare pubblicità a copertura di un suo disavanzo mostruoso e inutile. Io ho tra i miei documenti le relazioni fatte dai funzionari competenti delle Poste e del Tesoro sul bilancio della televisione. Esiste del resto un'opera grande così di un industriale italiano appassionato del problema, il cavaliere del lavoro Zenini Marimò, il quale ha paragonato la televisione italiana con quella di altri paesi ed ha evidenziato che la nostra televisione ha da sola cinque o sei volte il personale che hanno le televisioni americane che sono molto più grosse ed hanno responsabilità operative molto maggiori. Vorrei ricordare un piccolo episodio personale. L'altro giorno ho fatto un pezzo per la televisione inglese sul delitto Matteotti e quelle che furono le reazioni liberali al momento del delitto Matteotti, ebbene sono venuti da me esattamente un giornalista, una signora specializzata perché ci deve essere sempre in questi casi una signora specializzata, un operatore: punto e basta. Tre persone sono venute. La radio svizzera mi ha intervistato varie volte: è sempre venuta una persona sola con una cassettina. Se per un miracolo fosse venuta da me la televisione italiana, non avrebbe mosso meno di un camion, magari due. Mi è stato riferito che non muove mai meno di quindici o sedici persone che hanno una ripartizione tra loro così rigorosa che, se ad esempio uno dei giornalisti vedendo che qualcosa non è al suo posto si china per muoverlo, viene immediatamente fermato perchè la competenza è sempre del tal dei tali che in quel momento è andato a far pipì. Ed è per coprire queste spese assurde che si depaupera la stampa della pubblicità commerciale o privata, mentre quella pubblica è sempre riservata agli amici degli amici. Per fortuna le aziende in questione hanno una grande regola, la regola del "non si sa mai", per cui qualche goccia di questa pubblicità schizza qualche volta, come avete visto, sulla "Tribuna". Non si sa mai, guarda un po' che i liberali un anno stettero al governo, potrebbero tornarci, meglio tenerseli buoni. Soprattutto, molto a buon mercato. C'è un punto, per esempio, il prezzo dei giornali. Sono anni che i giornali chiedono di portare il prezzo da 90 a 100 lire, facendo osservare che in fatto oggi i giornali costano 100 lire meno una caramella nella migliore delle ipotesi e che quindi dal punto di vista del livello generale dei prezzi non fanno molto. Si dice: ma il giornale è nel paniere della scala mobile. E' vero, c'è in una misura eccessiva. Ma potrei anche immaginare, con il consenso di tutti coloro che sono interessati, che si possa riconoscere che la presenza del giornale, almeno con quel peso specifico nella scala mobile, non risponde ad alcuna ragione obiettiva. La verità è che se si volesse risolvere quel problema e si lasciasse libero il prezzo del giornale, questo andrebbe certamente a parecchio più che non a 100 lire. Io guardo Luigi Barzini, non perché mi dica si o no, ma perché se dico una cosa troppo sciagurata mostri almeno una faccia feroce. Credo che 130 o 140 lire siano oggi il prezzo economico del quotidiano. Non che questo diminuirebbe probabilmente la vendita, come è successo con la benzina nei giorni scorsi, perché il consumo dei giornali da noi è più limitato e quindi più rigido. Anche senza arrivare alle 130 o 140 lire e senza arrivare al vantaggio che ciò avrebbe di far giocare fortemente la concorrenza economica, almeno a 100 lire si può arrivare. e) La Commissione Cariglia e l'On. Piccoli Ora dirò, conchiudendo, che io mi sono esposto a una grave critica: tu fai questi discorsi e c'è la commissione Cariglia. La commissione Cariglia metterà a posto tutto. La commissione Cariglia dovrà risolvere tutti questi problemi, almeno per quel che riguarda i giornali. Ora, il Cariglia è un democratico, è uno dei socialdemocratici che ha ancora le idee chiare su quelle che siano le differenze tra democrazia e comunismo: io mi auguro che il Cariglia voglia fare della sua commissione uno strumento per accertare la verità. Questo richiede molta apertura, molto coraggio e richiede anche una certa fantasia creatrice, se si vogliono proporre delle soluzioni, richiede di agire rapidamente perché le difficoltà dei giornali - specialmente di certe testate minori che non hanno alle spalle l'amante ricco - sono diventate molto grandi. Io mi auguro che la commissione Cariglia operi in questo senso. L'amico Benedetto Cottone, con cui ho parlato di questo e che non ha potuto venire oggi per impegni già presi da tempo nelle sue non vicine province, fa quello che può in quella commissione e si batte in questo senso. Scandalo sarebbe se la Commissione Cariglia diventasse un alibi per quello che succede, oppure per propositi anche peggiori. Devo dire che quando sento parlare l'On. Piccoli di queste cose mi viene sempre un po' un brivido. Non mi posso dimenticare che una volta - mica tanto tempo fa, due o tre anni fa - l'On. Piccoli presiedette a Palermo un convegno sull'editoria nel quale sentenziò che bisognava che lo Stato aiutasse gli editori, naturalmente controllandone l'attività. Questo fu stampato sul "Popolo", mica su "L'Unità" o sul "La Tribuna", ed io feci una dichiarazione in cui criticavo vivacemente questa presa di posizione. L'On. Piccoli mi scrisse una lettera: "Caro Giovanni, ma come puoi pensare una cosa simile di me, ma io non l'ho mai detta, vediamoci e ti spiegherò". Io gli risposi: "Prima di vederti su questo tema, voglio che tu mi dica se il pezzo riportato sul Popolo era esatto o no". Non ho mai avuto una risposta. La verità è che fermentano anche nella Democrazia Cristiana dei residui preconciliari, prendendo per concilio il buon senso, di censura e di indice dei libri proibiti: avrebbero gran voglia di proibire certi libri. Con questa differenza, che una volta proibivano i libri con troppo sesso, oggi forse proibirebbero i libri con troppa libertà. In fondo e fra le altre cose, il sesso è un modo di distrarsi dalla libertà. Osservazione che affido all'attenzione, specialmente, di coloro che sono più giovani di me. Grazie amici ! |
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