Ernesto Paolozzi - Aldo Mattera - Francesco Ferrante
Renata Viti Cavaliere - Raffaele Prodomo

CRITICA DELLA RAGION LIBERALE

pubblicazione della "Fondazione Luigi Einaudi per studi di politica ed economia"
 Largo dei Fiorentini 1 - 00186 Roma.

Presentazione di Valerio Zanone

Sembra che alla fine del secolo breve il liberalismo abbia vinto troppo, fino a rischiare di consumarsi nel successo dei suoi ordinamenti.

In effetti nello scenario di fine secolo gli ordinamenti liberali riscuotono un successo fuori programma. Se si considerano le forme del liberalismo economico si può quasi parlare di conquista globale; ma anche le forme del liberalismo politico stanno guadagnando terreno nel mondo, diffondendosi oltre l’area occidentale del loro insediamento storico.

Secondo la vulgata corrente ormai quasi tutti in termini generici si dicono liberali e quindi serve a poco che alcuni lo siano in termini specifici. Si assumono a prova anzitutto le forme del liberalismo economico: nell’ultimo decennio i mercati aperti, la finanza privata, le imprese transnazionali, la libera concorrenza hanno raggiunto la dimensione globale. Qualche problema in più sussiste per le forme classiche del liberalismo politico; ma anche in fatto di separazione dei poteri, decentramento delle istituzioni, limiti e controlli della spesa pubblica, pluralismo delle comunicazioni il liberalismo internazionale sta facendo notevoli progressi.

E’ difficile pensare che ciò avvenga per derivazione da un pensiero unico. Il successo del liberalismo dipende molto dall’intreccio fra capitalismo e democrazia. Poiché negli ultimi dieci anni il capitalismo è diventato globale e la democrazia ha almeno in parte allargato i suoi spazi, lo scenario del nuovo millennio si aprirà con la confrontazione fra capitalismo democratico e capitalismo senza democrazia.

L’intreccio fra liberalismo, capitalismo e democrazia si manifesta sostanzialmente nel patrimonio storico delle istituzioni e delle procedure, delle regole e dei diritti. Il successo del liberalismo è nell’affermazione dei suoi ordinamenti. L’ordine economico del mercato ha dimostrato la superiorità della propria efficienza al confronto con le economie comandate, gli istituti della democrazia liberale hanno dimostrato la propria idoneità ad organizzare una convivenza desiderabile. L’evidenza delle dimostrazioni richiede a questo punto un retroterra filosofico? Non mancano assertori della tesi che il contenuto del liberalismo sia in sostanza procedurale, tanto che la filosofia del liberalismo diverrebbe politicamente labile fino a svanire nella filosofia della libertà come dentro una nuvola.

Chi è interessato ad approfondire la questione apprezzerà i cinque saggi di scuola napoletana raccolti in questo quaderno della Fondazione Einaudi di Roma. Da tempo la Fondazione ha trovato a Napoli la sede di varie sue attività culturali ed editoriali, per merito principale di Ernesto Paolozzi e di altri studiosi in buona parte formati alla scuola di Raffaello Franchini. In questo volume Ernesto Paolozzi si occupa del liberalismo metodologico di Croce; Aldo Mattera e Francesco Ferrante trattano rispettivamente dei crociani Carlo Antoni e Guido De Ruggiero; Renata Viti Cavaliere del liberalismo di Hannah Arendt e Raffaele Prodomo dello storicismo di Isaiah Berlin.

Le interpretazioni di Croce sono un caso (almeno in Italia il più discusso) della complicazione che intercorre fra filosofia della libertà e liberalismo politico. La religione crociana della libertà non si restringe nelle forme mutevoli delle istituzioni giuridiche e delle procedure economiche, entrambe osservate da Croce con distacco. Già quel distacco ha indotto i critici a classificare Croce come filosofo della libertà più che del liberalismo. Di più, come osserva Paolozzi nell’Introduzione, il liberalismo politico dispone di un retroterra filosofico differenziato, che spazia dal razionalismo all’empirismo al giusnaturalismo. Dalla teoria del sapere razionale ed empirico discende la concezione liberale del limite della conoscenza e quindi del limite del potere; dalla teoria giusnaturalista discende la concezione liberale dei diritti universali dell’individuo. Eppure lo storicismo crociano si tenne a distanza da tutte quelle dottrine.

Tuttavia Croce non è stato soltanto il filosofo della libertà ma anche un filosofo del liberalismo. La concezione della libertà che vive nella varie formazioni storiche senza risolversi in nessuna di esse, contiene in sé una confutazione antiprovvidenziale e antitotalitaria di innegabile effetto politico. Forse nello stesso esercizio della distinzione fra politica e metapolitica Croce si riservò a volte un margine positivo di autocontraddizione.

La varietà del retroterra filosofico porta a chiedersi se alla radice del liberalismo sussista quanto meno come elemento fondativo il nucleo dei valori di individualità. La teoria dell’individualità è, come osserva Mattera o proposito del rapporto fra Croce e Antoni, uno degli aspetti che giustificano le definizioni di Croce come liberale anomalo. Croce provava fastidio per le esibizioni dell’individuo transeunte e sosteneva che l’individuo dovesse risolversi e dissolversi nella propria opera. Il liberalismo di Antoni ripristina invece la centralità dei valori individuali. Nella descrizione di Ferrante un altro crociano indisciplinato, Guido De Ruggiero, studia la personalità individuale sviluppando, attraverso la nozione di libertà positiva, il connettivo sociale dei vincoli intersoggettivi. Va riconosciuto a Croce il merito di avere coltivato discepoli rispettosi ma non disciplinati: dal liberalismo anomalo di Croce discendono liberali a loro volta anomali rispetto al liberalismo crociano.

Un’altra filosofia politica non allineata al liberalismo classico si trova nel pensiero della Arendt. Renata Viti Cavaliere ne mette in rilievo l’efficacia antitotalitaria, che colloca le opere della Arendt fra le letture obbligatorie di quanti vogliano porre i successi liberali di oggi a confronto con gli orrori anche mentali della prima metà del secolo. I viventi al duemila si trovano nella fortunata condizione di celebrare l'esito liberale di un secolo che ha conosciuto le negazioni più criminali dei diritti umani. I secoli precedenti non erano stati da meno, ma soltanto il nostro ha avuto l’efferatezza di consacrare la negazione radicale della libertà come ideologia, ossia nel lessico della Arendt "logica di un’idea". Anche la critica arendtiana del mito progressista viene ad essere differenziata nell’analisi di Renata Viti Cavaliere dall’antimodernismo ricorrente, che ultimamente riaffiora nei comunitaristi americani.

Della contesa fra comunitarismo e liberalismo tratta anche lo scritto di Prodomo, incentrato sugli elementi di storicismo presenti nel pensiero di Berlin. Prodomo accosta Berlin a Croce per la avversione di entrambi verso la filosofia della storia e giustamente richiama in proposito le memorabili pagine di Berlin sulla contestazione sessantottesca, interpretata come insofferenza verso le finalità pianificate ed eterodirette.

Lo storicismo di Berlin costituisce quindi, a quanto sembra cogliersi nel saggio di Prodomo, una replica in anticipo al comunitarismo successivamente emerso in America per reazione alle spinte libertarie dei primi anni Settanta.

Il connotato più evidente dei comunitaristi è la percezione pessimistica della modernità, imputata di anomia ed atomizzazione sociale. Al fondo della disputa riemerge la vecchia questione del bene comune, che secondo i comunitaristi troverebbe espressione nelle identità collettive mentre per i liberali il bene comune rimane un concetto vago, che trova consistenza solo nella possibilità comune di accedere a concezioni del bene diverse.

Sebbene le visioni dei comunitaristi americani siano tutt’altro che univoche, c’è in essi un fondo di conservatorismo che contrasta con il liberalismo di Berlin. Già all’inizio degli anni cinquanta Berlin confutava le identità collettive come idoli di un moderno animismo. E la sua confutazione si opponeva ad eguale titolo tanto al conservatorismo di destra quanto al conservatorismo di sinistra: al conservatorismo di sinistra, che nella scomposizione delle classi sociali temeva la crisi dei movimenti di massa, poi in effetti sopravvenuta per effetto delle nuove forme di lavoro post-fordiste; ma non meno del conservatorismo di destra, che nell’obsolescenza delle barriere di classe temeva la dissolvenza delle gerarchie tradizionali.

Dunque negli scrittori liberali variamente storicisti che sono descritti dai cinque autori del volume, emerge come tratto comune la convinzione che il liberalismo politico non sia riducibile all’impianto istituzionale e procedurale; alla radice del liberalismo politico c’è una filosofia, anzi una pluralità di filosofie.

La ricostruzione della mappa intellettuale del liberalismo si può formare seguendo tracciati diversi. Il presunto eclettismo del pensiero liberale non è un punto debole, semmai è una ragione di forza. "La ricerca non ha fine". A ciò si deve la capacità del liberalismo di adeguarsi meglio di ogni altra dottrina alle accelerazioni della storia senza rompere l’intreccio con le proprie molteplici matrici; ovvero nel linguaggio propriamente politico di Raymond Aron, le capacità di "salvare la tradizione attraverso il rinnovamento".