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Indice
Prefazione
del curatore all'edizione italiana
- La ricerca dell'ideale
- Il declino delle idee utopistiche
in Occidente
- Giambattista Vico e la storia della
cultura
- Sul presunto relativismo nel
pensiero europeo del Settecento
- Joseph de Maistre e le origini del
fascismo
- L'unità dell'Europa e le sue
vicissitudini
- L'apoteosi della volontà romantica
- La rivolta contro il mito di un mondo ideale
- Il ramoscello incurvato - L'ascesa
del nazionalismo
La
presentazione di copertina
"Da
un legno così storto come quello di cui è fatto l'uomo, non si può
costruire nulla di perfettamente diritto": da questo aforisma
di Kant prende il titolo una raccolta di saggi - o "capitoli della
storia delle idee" - che costituisce in realtà il magistrale
compendio dell'analisi cinquantennale dedicata da un grande pensatore a
filosofie e movimenti che hanno coinvolto e sconvolto le società umane.
Isaiah Berlin si pone dalla parte dell'uomo, del "legno
storto", per applicare il suo bisturi a molte piante ideologiche e
penetrare ben oltre la corteccia, fino al nucleo della patologia.
Diffidente verso tutte le teorie troppo dritte, perchè
consapevole della necessaria conflittualità fra valori comunque
irrinunciabili quali libertà, giustizia, uguaglianza, Berlin ha
sviluppato una illuminata, salutare visione pluralistica, che ci può
vaccinare per sempre dai devastanti guaritori dell'umanità. E
molti ne incontreremo in questo volume, attraversando le opere degli
utopisti, risalendo a Vico, a Herder e a Joseph de Maistre, come anche
ripercorrendo le vicissitudini delle idee di unità europea e il
formarsi dell'ideologia fascista.
Dal primo capitolo
"La ricerca dell'ideale"
L'intercomunicazione
fra culture diverse, oltre i confini di tempo e di spazio, è possibile
solo perchè ciò che rende gli uomini umani è comune a tutti e funge
da ponte fra loro. Ma i nostri valori sono nostri e i loro sono loro.
Noi siamo liberi di criticare i valori di altre culture, liberi di
condannarli, ma non possiamo fingere di non comprenderli affatto o di
considerarli semplicemente soggettivi, nient'altro che prodotti di
creature di un ambiente diverso, con gusti diversi dai nostri, con le
quali non c'è nulla da dirsi.
Esiste un mondo di valori oggettivi. Chiamo così
quei fini che gli uomini perseguono in assoluto e rispetto ai quali le
altre cose sono mezzi. Non posso ignorare quelli che erano i valori dei
Greci - non saranno i miei valori, ma posso intuire che cosa sia una
vita vissuta alla luce di quei valori, posso ammirarli e rispettarli, e
persino vedermi intento a perseguirli, anche se non lo faccio - e non
desidero farlo, e forse non potrei se lo desiderassi. Le forme di vita
variano tra loro. I fini, i principi morali sono molti. Molti, ma non
innumerevoli, perchè devono restare entro l'orizzonte umano. Se non vi
restano, vuol dire che sono fuori della sfera umana. Se incontro uomini
che adorano gli alberi, e non perchè siano simboli di fertilità o
siano divini, con una vita misteriosa e con poteri propri, o perchè il
tal bosco sia sacro ad Atena - ma solamente perchè sono fatti di legno;
e se poi domando a questi uomini perchè adorino il legno, ed essi
dicono "perchè è legno" e non danno altra risposta: ecco,
allora io non so che cosa intendano. Se sono umani, non sono però
esseri con i quali io possa comunicare - tra loro e me c'è una barriera
reale, insormontabile. Per me non sono umani. Non posso nemmeno chiamare
soggettivi i loro valori se non posso immaginare che cosa potrebbe
significare vivere una vita come la loro.
Quello che è chiaro è che i valori possono
scontrarsi tra loro - ed è il motivo per cui vi sono civiltà
incompatibili. L'incompatibilità dei valori può esistere fra culture
diverse , fra gruppi della stessa cultura o fra te e me. Tu credi che si
debba dire sempre la verità, in qualunque caso; io no, perchè credo
che a volte possa essere troppo dolorosa e troppo devastante. Possiamo
discutere il nostro rispettivo punto di vista, possiamo anche cercare di
arrivare a un punto d'incontro, ma in sostanza ciò che tu persegui può
essere inconciliabile con i fini ai quali ritengo di aver dedicato la
mia vita. Può benissimo accadere che vi sia un conflitto di valori
nell'animo di uno stesso individuo; e non è detto che per questo alcuni
debbano essere veri e altri falsi. La giustizia, una giustizia rigorosa,
è per alcuni un valore assoluto, ma non sempre è compatibile, nelle
vicende reali, con la pietà, con la misericordia, cioè con valori che
possono essere altrettanto assoluti agli occhi di quelle persone.
Libertà e uguaglianza sono tra gli
scopi primari perseguiti dagli esseri umani per secoli; ma libertà
totale per i lupi significa morte per gli agnelli; una totale libertà
dei potenti, dei capaci, non è compatibile col diritto che anche i
deboli e i meno capaci hanno a una vita decente. Un artista che voglia
creare un capolavoro è indifferente alla miseria e allo squallore a cui
condanna col suo tipo di esistenza la propria famiglia: noi possiamo
condannarlo e sostenere che il capolavoro dev'essere sacrificato ai
bisogni umani, oppure possiamo schierarci dalla parte dell'artista; ma
in entrambi i casi ci troviamo davanti a valori che per certi uomini e
donne sono valori assoluti e che sono intelligibili a tutti noi se
abbiamo immaginazione o solidarietà o comprensione per gli esseri
umani. L'uguaglianza può esigere la limitazione della libertà di
coloro che vorrebbero dominare. Senza un minimo di libertà ogni scelta
è esclusa e perciò non c'è possibilità di restare umani nel senso
che attribuiamo a questa parola; ma può essere necessario mettere
limiti alla libertà per fare spazio al benessere sociale, per sfamare
gli affamati, per vestire gli ignudi, per dare un alloggio ai
senzatetto, per consentire agli altri di essere liberi, per non
ostacolare la giustizia e l'equità.
Di fronte al dilemma di Antigone, Sofocle
suggerisce una soluzione e Sartre offre la soluzione contraria, mentre
Hegel propone la "sublimazione" a un livello superiore - magra
consolazione per chi è tormentato da dilemmi di questo genere. La
spontaneità è una meravigliosa qualità umana, ma non è compatibile
con quella volontà di organizzare, di pianificare, di calcolare
esattamente (che cosa, come e dove) dalla quale può dipendere in larga
misura il benessere della società. Tutti sappiamo quali tremende
alternative abbia posto il recente passato. Un uomo deve resistere a
tutti i costi a una tirannia mostruosa, anche mettendo in pericolo la
vita dei genitori e dei figli ? Si devono torturare i figli per
strappare loro informazioni su traditori o criminali pericolosi ?
Questi conflitti di valore fanno parte
dell'essenza di ciò che sono i valori e di ciò che siamo noi stessi.
Se qualcuno ci dice che queste contraddizioni saranno risolte in un
mondo perfetto in cui tutte le cose buone possono ricomporsi in
un'armonia ideale, a questo qualcuno dobbiamo rispondere che i
significati che lui attribuisce ai nomi che per noi denotano i valori in
contrasto non sono i nostri significati. Dobbiamo dirgli che un mondo in
cui quelli che per noi sono valori incompatibili cessano di essere in
conflitto fra loro è un mondo assolutamente al di là delle nostre
possibilità di comprensione; che i principi coesistenti armoniosamente
in quell'altro mondo non sono i principi che noi conosciamo nella nostra
vita quotidiana: se si trasformano, diventano concezioni ignote a noi
qui sulla terra. Ma è sulla terra che noi viviamo, ed è qui che
dobbiamo credere e agire.
La nozione di un tutto perfetto, la soluzione
ultima in cui tutte le cose buone coesistano mi sembra non solo
irraggiungibile - è lapalissiano - ma anche un'incoerenza concettuale;
io non so che cosa s'intenda per un'armonia di questo genere. Alcuni dei
Grandi Beni non possono vivere insieme. Questa è una verità
concettuale. Noi siamo condannati a scegliere, e ogni scelta può
comportare una perdita irreparabile. Beati coloro che accettano senza
discutere la disciplina in cui vivono, che obbediscono liberamente agli
ordini dei capi, spirituali o temporali, e ne rispettano appieno la
parola come legge inviolabile; o coloro che sono pervenuti, per vie
proprie, a convinzioni chiare e incrollabili su ciò che devono fare e
ciò che devono essere, senza nutrire il minimo dubbio. Io posso dire
soltanto che coloro che riposano su questi comodi letti dogmatici sono
vittime di forme di miopia autoindotta e portano paraocchi che possono
anche dare l'appagamento, ma non certo la comprensione di ciò che
significa essere uomo. |