DAL RISVOLTO DI
COPERTINA
Questi saggi ci offrono l’occasione di
assistere allo spettacolo di una grande intelligenza che si abbandona ai
meandri della storia, dei personaggi e delle idee con equanime passione,
e poi vi si ritrova, torna indietro, inventa nuovi percorsi, lasciandoci
alla fine con un’impressione concreta e inconfondibile di tutto ciò
che abbiamo toccato. Berlin ha amabilmente tentato di convincere, per
anni, i suoi lettori inglesi, sempre un po’ increduli dinanzi all’efficacia
delle idee, che certe combinazioni di concetti e fisiologie possono
produrre risultati immani nella storia. Il miglior esempio di tutto
questo è l’intelligencija, quella setta ufficiosa di
sradicati, gelidi o deliranti (o l’uno e l’altro insieme), che si
presentarono all’inizio come un pittoresco angolo russo nella
cultura europea, e poi dilagarono ovunque, fomentando gli eventi , uno
solo dei quali fu la rivoluzione del 1917. Per capire che cosa sia
stata, come sia nata e di quali elementi si componesse l’intelligencija
non c’è via più rapida della lettura di questo libro. Si tratti di
Herzen o di Bakunin, di Belinskij o di Turgenev, ogni volta riaffiora
– quando Berlin scrive di loro – tutta la rete di tensioni che era
sottesa a un lungo momento incandescente della storia russa.
Ma le indagini di Berlin si affacciano ben al
di là di una storia della cultura, accennando a una sorta di
fisiognomica delle idee. "La volpe sa molte cose, ma il riccio ne
sa una grande" dice un verso di Archiloco, intorno a cui ruota il
saggio che dà il titolo a questo libro. Con l’aria di proporre un
innocuo gioco di società, Berlin prova a individuare due grandi
famiglie di spiriti: da una parte le volpi, "coloro che perseguono
molti fini, spesso divergenti e contraddittori, magari collegati
soltanto genericamente, de facto, per qualche ragione psicologica
o fisiologica, non unificati da un principio morale o estetico";
dall’altra i ricci, "coloro che riferiscono tutto a una visione
centrale, a un principio ispiratore unico e universale, il solo che può
dare un significato a tutto ciò che essi sono e dicono". Applicato
alla Russia dell’Ottocento, questo gioco diventa non solo illuminante,
ma indispensabile. Difficile, dopo aver letto Berlin, non vedere Puskin
come "volpe sublime" e Dostoevskij come purissimo riccio. Non
solo: tutta la cultura russa sembra disporsi naturalmente, come in un tableau
vivant, tra questi due estremi. Al centro, Berlin ci invita ad
esaminare il caso più enigmatico, Tolstoj, l’uomo che "era per
natura una volpe, ma credeva fermamente di essere un riccio". Anche
Berlin, una volpe per eccellenza, ha un segreto aspetto di riccio;
questi suoi saggi, a lungo dispersi in pubblicazioni disparate, rivelano
nel loro insieme una saldissima unità: come il suo amato Turgenev.
Berlin sa disegnare un ritratto magistralmente bilanciato di un’epoca
grandiosa della Russia, isolando, sovrapponendo e intrecciando i suoi
tratti più attraenti e i più temibili.
SOMMARIO
Prefazione dell’autore
Nota ai testi di Henry Hardy
Introduzione: Una visione complessa di
Aileen Kelly
- La Russia e il 1848
- Il riccio e la volpe
- Herzen, Bakunin e la libertà individuale
- Un decennio importante
- La nascita dell’intelligencija
russa
- Il romanticimo tedesco a Pietroburgo e a
Mosca
- Vissarion Belinskij
- Aleksander Herzen
- Il populismo russo
- Tolstoj e l’illuminismo
- Padri e figli. Turgenev e il dilemma
liberale
Indice dei nomi