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INTRODUZIONE DELL'AUTORE
La
nuova generazione sta
assolvendo dei doveri
che le attribuiscono
alcuni inesorabili diritti.
Questo libro,
mentre vorrebbe esserne
un sintomo, indica
un luogo di
richiamo e un
programma di lavoro.
Non
si comprende
nulla del nuovo
pensiero dei giovani
se non si
avverte che la nostra
formazione spirituale è
stata in qualche
modo interrotta e
travagliata per opera
del fascismo,
che ci ha
costretti a una
chiusa e severa
austerità, a
un donchisciottismo disperatamente serio
e antiromantico, quasi
fossimo diventati noi
i paladini della
civiltà e delle
tradizioni.
Il
modo con cui
consideriamo la più
bella esperienza spirituale
che ci ha
preceduti, il
movimento della "Voce",
può chiarire le
distinzioni più necessarie.
Noi non abbiamo
fatto la guerra,
ma avendola respirata
nascendo, ne
imparammo un realismo
spregiudicato, nemico
di tutti i
romanticismi di dei
precursori. Così
ci ritroviamo ad amare
troppo i risultati
di lavoro della
" Voce "
per non saperne
rinnegare i sogni
ingenui, che
furono belli per
le illusioni che
fecero balenare,
ma diventano segni
di inquietudine malsana
in chi li riprende
in ritardo.
Non
diremmo certo di
aver rinunciato a
fabbricare nuovi mondi,
ma sappiamo di
dover ricostruire con
disperata rassegnazione,
con entusiasmo piuttosto
cinico che espansivo,
quasi con freddezza
perché ci giudichiamo
inesorabilmente lavorando
e conosciamo i
nostri errori prima
di compierli,
anzi li facciamo
deliberatamente, sapendone
la fatale necessità.
Disprezzando i facili
ottimismi e i facili
scetticismi sapremmo distaccarci
da noi stessi
e interessarci all’autobiografia
come a un
problema. L'azione
ci prende per
una necessità di armonia,
garantita dalla responsabilità,
col fanatismo della
coerenza. Se
ci richiedono dei singoli:
Cattaneo invece di
Gioberti, Marx
invece di Mazzini.
Il
nostro entusiasmo dell'azione
disinteressata s’accompagna
con la certezza di
una condanna fondamentale,
inesorabile come la
crudeltà del peccato
originale. La
volontà è serena, la
moralità sicura quando
il Messia non
è più necessario.
Se tutto è
uguale, se il tono
quotidiano è la
tragedia, bisogna
pure che ci
sia chi si
sacrifica, chi
insegue il suo
ideale trascendente o
immanente,
cattolico o eretico con
arido amore.
Qui
può venire opportuno
di chiarire la
nostra antitesi con
le entusiastiche
metafisiche dell'idealismo
attuale, che
i romantici della
" Voce "
e del movimento
fascista accolsero col
loro candido ottimismo.
Se la filosofia
è storia,
perché la filosofia?
Con la stessa domanda
gli immanentisti hanno
rinunciato alla trascendenza:
se il mondo è
Dio, perché
è Dio?
Perché il sistema se
crediamo solo più
al problema?
Se la filosofia
si identifica con
la storia, le
questioni vive riguarderanno
il metodo e
l'esperienza. Solo
questa osservazione spiega
la varietà dei
sistemi filosofici attraverso
i tempi ed escludendo
le metafisiche dogmatiche
riduce il sistema al
suo valore di
esperienza. Sostenere
questa posizione senza
ricadere nello scetticismo
o in una
nuova metafisica dell'identità;
ecco, a
parer nostro,
il problema della nuova
speculazione.
Ma,
se così stanno
le premesse,
" La Rivoluzione
Liberale ",
che contenne la
prima espressione del
pensiero dei giovani
dopo la guerra,
poteva essere una
rivista di problemi
politici nel senso
in cui lo era
stata l'"Unità"
di Gaetano Salvemini?
O nello stesso titolo, in cui abbiamo voluto ricordare la storia, non c’era
già pretesa o presentimento
di altro?
La
nostra impressione è
che queste domande,
pur quando gelosamente
le nascondessimo,
gli scrittori e
i lettori di "
Rivoluzione Liberale "
abbiano dato sempre
d’istinto una risposta
che constatava o
postulava nell'opera
nostra un compito
e una volontà
di formazione spirituale.
In questo senso,
senza paradosso,
la " Rivoluzione
Liberale", pur
avendo bandita la letteratura,
potè sembrare una rivista
di poesia.
Le
preoccupazioni integrali
e armoniche che
ci assistono hanno
un'importanza centrale
nel fornire questi
effetti e questo
colore all'opera
nostra. Il
fine più chiaro
è di inserirci
nella vita politica
del nostro paese,
di migliorarvi
i costumi e le
idee, intendendone
i segreti:
ma non pensiamo di
raggiungerlo con un'opera
di pedagogisti
e di predicatori:
la nostra capacità
di educare si
esperimenta realisticamente
indica noi stessi;
educando noi,
avremo educato gli
altri. Abbiamo
più fiducia negli
uomini che nella
cultura, per
cui, discutendo
di idee,
la riserva costante,
se non dichiarata,
è nella nostra
convinzione di fare
per questa via
delle esperienze,
senza compromettere il
futuro. Può
essere che per alcuni
di noi la
politica, coi
suoi imprevisti e
con l’iniziazione
diplomatica, costituisca
proprio una sorta
di esperienza artistica
di tutto l'uomo.
Nel nostro disinteressato
studio e si
può appunto sorprendere
questa indipendenza e
serenità impossibile che
non saprei dire
se sia più
propria del creatore
di mondi fantastici
o del reggitore
di popoli.
E qui
saremmo solo a
metà tra la
repugnanza per l'intellettualismo
tecnico o le
pretese in illuministiche
e l'avversione
ad ogni e astrattismo
o dilettantismo.
Senonché a spiegare
più profondamente i
caratteri della nuova
generazione bastano a
questo punto la nostra
familiarità con le questioni
politiche e la
volontà di trasformare
le preoccupazioni culturali
in preoccupazioni di
civiltà. Le
doti del demiurgo
e del diplomatico
si rivelano alla
nostra esperienza troppo
improvvisate e diventa
necessario rimediarvi con
la profondità dello
storico.
Se
dovessimo fermare il
discorso con una definizione
diremmo appunto
che la nostra
sarà, nel
suo aspetto più
originale, una
generazione di storici:
storici tanto se
ci applicheremo all'economia
come se al
romanzo o alla
politica. La
generazione vociana, di
romantici inespressi,
ha dato il
suo tipo nello
scrittore poligrafo:
e dovettero adattarsi
a sembrare poligrafi
per lunghi anni
anche i due
uomini più notevoli
e più originali
del tempo che,
del resto raramente
apparvero nella giusta
luce tra i loro
coetanei: Papini
e Amendola.
Noi, maturati
dalla guerra,
nonché è inespressi
sicuri sino all’aridezza,
ci rivolgiamo più
indietro a uomini
come Croce,
Salvemini, Fortunato,
che appena adesso
ci pare di intendere
come si conviene:
e avendo cominciato quali
poligrafi troppo esperti,
già ne siamo
stanchi e cerchiamo
altri ostacoli.
La
stessa facilità con
cui ci riesce
di giungere naturalmente
ai risultati per cui
gli studiosi che
ci hanno preceduto
dovettero lavorare venti
anni ci consiglia
la diffidenza e
la scontentezza,
sicché la perfezione
raggiunta ci lascia privi
di carità.
Durante
l'attesa sconsolate
e operosa solo le
avventure dei tempi
ci hanno potuto
rivelare precocemente le
risorse più drammatiche
e umane di
questo cinismo post-romantico
e post-enciclopedista.
Perciò noi stiamo
fermi alla battaglia
intrapresa come alla
nostra salvezza.
INDICE
Prefazione
di Umberto Morra
Introduzione
Libro
primo - L'eredità del Risorgimento
Problema
di libertà
Diplomazia e dilettantismo
Maturità piemontese
Neoguelfismo
Critica repubblicana
Rivoluzione liberale
Socialismo di Stato
Una rivoluzione mancata
Liberismo e operai
Libro
secondo - La lotta politica in Italia
I.
Liberali e democratici
Concetto
e sviluppo del liberalismo in Italia
I torti della teoria liberale
Immaturità democratica
II.
I popolari
Toniolo
Meda
Sturzo
Liberalismo conservatore
III.
I socialisti
Premesse
Salvemini
L'equivoco riformista
Turati
La tragicommedia dell'indecisione
IV.
I comunisti
La
fabbrica
Gramsci
L'"Ordine Nuovo"
La lotta per i consigli
Il partito comunista
V. I
nazionalisti
Nota sul
sindacalismo di Alfredo Rocco
VI.
I repubblicani
Lo
spirito del partito d'azione
I torti del mazzinianismo
Tra Mazzini e Cattaneo
Libro
terzo - Critica liberale
Problemismo
La lotta di classe e la borghesia
Politica ecclesiastica
La proporzionale
La rivolta dei contribuenti
Politica estera
Il problema della scuola
Libro
quarto - Il fascismo
Le
ragioni dell'opposizione
Elogio della ghigliottina
La capitis diminutio delle teorie
Mussolini
Nota
Indice dei nomi
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