Piero Gobetti
LA RIVOLUZIONE LIBERALE
(Ed. Einaudi - Torino 1955 - Pagg.202)

INTRODUZIONE DELL'AUTORE

La nuova generazione sta assolvendo dei doveri che le attribuiscono alcuni inesorabili diritti. Questo libro, mentre vorrebbe esserne un sintomo, indica un luogo di richiamo e un programma di lavoro.

Non si comprende nulla del nuovo pensiero dei giovani se non si avverte che la nostra formazione spirituale è stata in qualche modo interrotta e travagliata per opera del fascismo, che ci ha costretti a una chiusa e severa austerità, a un donchisciottismo disperatamente serio e antiromantico, quasi fossimo diventati noi i paladini della civiltà e delle tradizioni.

Il modo con cui consideriamo la più bella esperienza spirituale che ci ha preceduti, il movimento della "Voce", può chiarire le distinzioni più necessarie. Noi non abbiamo fatto la guerra, ma avendola respirata nascendo, ne imparammo un realismo spregiudicato, nemico di tutti i romanticismi di dei precursori. Così ci ritroviamo ad amare troppo i risultati di lavoro della " Voce " per non saperne rinnegare i sogni ingenui, che furono belli per le illusioni che fecero balenare, ma diventano segni di inquietudine malsana in chi li riprende in ritardo.

Non diremmo certo di aver rinunciato a fabbricare nuovi mondi, ma sappiamo di dover ricostruire con disperata rassegnazione, con entusiasmo piuttosto cinico che espansivo, quasi con freddezza perché ci giudichiamo inesorabilmente lavorando e conosciamo i nostri errori prima di compierli, anzi li facciamo deliberatamente, sapendone la fatale necessità. Disprezzando i facili ottimismi e i facili scetticismi sapremmo distaccarci da noi stessi e interessarci all’autobiografia come a un problema. L'azione ci prende per una necessità di armonia, garantita dalla responsabilità, col fanatismo della coerenza. Se ci richiedono dei singoli: Cattaneo invece di Gioberti, Marx invece di Mazzini.

Il nostro entusiasmo dell'azione disinteressata s’accompagna con la certezza di una condanna fondamentale, inesorabile come la crudeltà del peccato originale. La volontà è serena, la moralità sicura quando il Messia non è più necessario. Se tutto è uguale, se il tono quotidiano è la tragedia, bisogna pure che ci sia chi si sacrifica, chi insegue il suo ideale trascendente o immanente, cattolico o eretico con arido amore.

Qui può venire opportuno di chiarire la nostra antitesi con le entusiastiche metafisiche dell'idealismo attuale, che i romantici della " Voce " e del movimento fascista accolsero col loro candido ottimismo. Se la filosofia è storia, perché la filosofia? Con la stessa domanda gli immanentisti hanno rinunciato alla trascendenza: se il mondo è Dio, perché è Dio? Perché il sistema se crediamo solo più al problema? Se la filosofia si identifica con la storia, le questioni vive riguarderanno il metodo e l'esperienza. Solo questa osservazione spiega la varietà dei sistemi filosofici attraverso i tempi ed escludendo le metafisiche dogmatiche riduce il sistema al suo valore di esperienza. Sostenere questa posizione senza ricadere nello scetticismo o in una nuova metafisica dell'identità; ecco, a parer nostro, il problema della nuova speculazione.

Ma, se così stanno le premesse, " La Rivoluzione Liberale ", che contenne la prima espressione del pensiero dei giovani dopo la guerra, poteva essere una rivista di problemi politici nel senso in cui lo era stata l'"Unità" di Gaetano Salvemini? O nello stesso titolo, in cui abbiamo voluto ricordare la storia, non c’era già pretesa o presentimento di altro?

La nostra impressione è che queste domande, pur quando gelosamente le nascondessimo, gli scrittori e i lettori di " Rivoluzione Liberale " abbiano dato sempre d’istinto una risposta che constatava o postulava nell'opera nostra un compito e una volontà di formazione spirituale. In questo senso, senza paradosso, la " Rivoluzione Liberale", pur avendo bandita la letteratura, potè sembrare una rivista di poesia.

Le preoccupazioni integrali e armoniche che ci assistono hanno un'importanza centrale nel fornire questi effetti e questo colore all'opera nostra. Il fine più chiaro è di inserirci nella vita politica del nostro paese, di migliorarvi i costumi e le idee, intendendone i segreti: ma non pensiamo di raggiungerlo con un'opera di pedagogisti e di predicatori: la nostra capacità di educare si esperimenta realisticamente indica noi stessi; educando noi, avremo educato gli altri. Abbiamo più fiducia negli uomini che nella cultura, per cui, discutendo di idee, la riserva costante, se non dichiarata, è nella nostra convinzione di fare per questa via delle esperienze, senza compromettere il futuro. Può essere che per alcuni di noi la politica, coi suoi imprevisti e con l’iniziazione diplomatica, costituisca proprio una sorta di esperienza artistica di tutto l'uomo. Nel nostro disinteressato studio e si può appunto sorprendere questa indipendenza e serenità impossibile che non saprei dire se sia più propria del creatore di mondi fantastici o del reggitore di popoli.

E qui saremmo solo a metà tra la repugnanza per l'intellettualismo tecnico o le pretese in illuministiche e l'avversione ad ogni e astrattismo o dilettantismo. Senonché a spiegare più profondamente i caratteri della nuova generazione bastano a questo punto la nostra familiarità con le questioni politiche e la volontà di trasformare le preoccupazioni culturali in preoccupazioni di civiltà. Le doti del demiurgo e del diplomatico si rivelano alla nostra esperienza troppo improvvisate e diventa necessario rimediarvi con la profondità dello storico.

Se dovessimo fermare il discorso con una definizione diremmo appunto che la nostra sarà, nel suo aspetto più originale, una generazione di storici: storici tanto se ci applicheremo all'economia come se al romanzo o alla politica. La generazione vociana, di romantici inespressi, ha dato il suo tipo nello scrittore poligrafo: e dovettero adattarsi a sembrare poligrafi per lunghi anni anche i due uomini più notevoli e più originali del tempo che, del resto raramente apparvero nella giusta luce tra i loro coetanei: Papini e Amendola. Noi, maturati dalla guerra, nonché è inespressi sicuri sino all’aridezza, ci rivolgiamo più indietro a uomini come Croce, Salvemini, Fortunato, che appena adesso ci pare di intendere come si conviene: e avendo cominciato quali poligrafi troppo esperti, già ne siamo stanchi e cerchiamo altri ostacoli.

La stessa facilità con cui ci riesce di giungere naturalmente ai risultati per cui gli studiosi che ci hanno preceduto dovettero lavorare venti anni ci consiglia la diffidenza e la scontentezza, sicché la perfezione raggiunta ci lascia privi di carità.

Durante l'attesa sconsolate e operosa solo le avventure dei tempi ci hanno potuto rivelare precocemente le risorse più drammatiche e umane di questo cinismo post-romantico e post-enciclopedista. Perciò noi stiamo fermi alla battaglia intrapresa come alla nostra salvezza.

INDICE

Prefazione di Umberto Morra
Introduzione

Libro primo - L'eredità del Risorgimento

Problema di libertà
Diplomazia e dilettantismo
Maturità piemontese
Neoguelfismo
Critica repubblicana
Rivoluzione liberale
Socialismo di Stato
Una rivoluzione mancata
Liberismo e operai

Libro secondo - La lotta politica in Italia

I. Liberali e democratici

Concetto e sviluppo del liberalismo in Italia
I torti della teoria liberale
Immaturità democratica

II. I popolari

Toniolo
Meda
Sturzo
Liberalismo conservatore

III. I socialisti

Premesse
Salvemini
L'equivoco riformista
Turati
La tragicommedia dell'indecisione

IV. I comunisti

La fabbrica
Gramsci
L'"Ordine Nuovo"
La lotta per i consigli
Il partito comunista

V. I nazionalisti

Nota sul sindacalismo di Alfredo Rocco

VI. I repubblicani

Lo spirito del partito d'azione
I torti del mazzinianismo
Tra Mazzini e Cattaneo

Libro terzo - Critica liberale

Problemismo
La lotta di classe e la borghesia
Politica ecclesiastica
La proporzionale
La rivolta dei contribuenti
Politica estera
Il problema della scuola

Libro quarto - Il fascismo

Le ragioni dell'opposizione
Elogio della ghigliottina
La capitis diminutio delle teorie
Mussolini

Nota
Indice dei nomi