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Del compianto Giuseppe
Maranini, professore di diritto costituzionale e rettore dell'Università "Cesare
Alfieri" di Firenze, riportiamo qui di seguito il testo della manchette
dell'edizione Vallecchi 1967 della sua opera più famosa: "Storia del
potere in Italia 1848-1967". Riportiamo, altresì, oltre all'indice
dell'opera, alcuni passi tratti dall'introduzione "Metafisica e fisica
della democrazia".
La presentazione della prima
edizione
La costituzione scritta della repubblica
costituisce, o dovrebbe costituire il segno di una profonda rivoluzione nelle
strutture politiche italiane; questo non solo in confronto al periodo fascista,
ma anche, e non meno, in confronto al periodo prefascista, all'esperienza
liberale sviluppatasi sulla base dello statuto albertino .
In un vasto disegno storico, Giuseppe Maranini ha cercato d'individuare le
origini di un complesso d'istituti, di consuetudini, di prassi che costituirono
insieme la forza e la debolezza dell'esperienza risorgimentale; e che,
riflettendosi sull'attuazione e non attuazione, e comunque sull'interpretazione
della vigente costituzione scritta, hanno contribuito a determinare il vero
volto - complesso e contraddittorio - della costituzione di fatto nella quale si
compone il volto politico dell'Italia repubblicana. Sono pagine scritte senza
pregiudizi e senza conformismi, con carità, ma senza pietà.
Uno sforzo coraggioso per individuare ciò che vi è di essenziale nelle linee
di sviluppo della vita costituzionale italiana, dal giorno della promulgazione
dello statuto a oggi; e per sceverare ciò che vi è di vitale in una lunga
esperienza liberale non priva di continuità, nonostante l'intervallo fascista;
un vasto, denso, complesso affresco storico, ordito sopra un coerente e
intransigente sistema di idee; un'opera scientifica largamente e minutamente
documentata, e nello stesso tempo ricca di spunti polemici che investono
tutto il sistema della libertà e della democrazia, anche al di là dei limiti
della specifica esperienza nazionale italiana. Un'opera singolare, quale si
poteva attendere da uno studioso multiforme come Maranini, storico, politologo,
giurista: da uno studioso che unisce al più rigoroso metodo filologico una
intensa passione civile. Il Maranini di questa matura opera sulla storia delle
moderne libertà italiane è ancora, per l'animo e per il metodo, il Maranini
della giovanile - e ormai classica - storia della costituzione di Venezia.
INTRODUZIONE: "Metafisica e
fisica della democrazia"
... Il regime politico italiano venne
posto sotto accusa, verso la fine del secolo scorso, come un regime del tutto
inefficiente, solo in apparenza rappresentativo, non funzionale, e in sostanza
immorale. Poichè si qualificava democratico, e poichè la sua deformità andava
diventando più vistosa in ragione diretta dello sviluppo della sua pretesa
democrazia, il processo al regime diventò il processo alla democrazia: senza
però che le aspirazioni a una autentica democrazia potessero venire sostituite
da altri ideali compatibili con le fedi religiose e con le radici filosofiche
del mondo moderno, e tali che la loro costruzione logica potesse manifestare
qualche consistenza e offrire una legittimazione accettata e stabile a un regime
di nuovo tipo. Incapace di approdare a sviluppi costruttivi, la reazione
antidemocratica si risolse così in una parentesi di violenza irrazionale,
destinata in partenza al fallimento. Hitler avrebbe potuto anche vincere la
guerra; ma il suo regime e quelli satelliti sarebbero ugualmente caduti . Solo
la guerra li sosteneva e ne nascondeva fino a un certo punto la irrazionalità e
la virtuale (ma in qualche caso anche attuale) inefficienza. La pace vittoriosa
li avrebbe prima o poi disintegrati, come li disintegrò la catastrofe militare,
anche se con processi del tutto diversi, e con diverse conseguenze per quanto
riguarda l'equilibrio delle nazioni e dei continenti.
Si rinnovò in parte, dopo la seconda guerra mondiale, il fallimento
"democratico" che aveva caratterizzato nel continente il periodo fra
le due guerre. Lo stesso errore che aveva portato alla esplosione delle
dittature portò alla costruzione di nuove "democrazie" non valide.
Poichè il principio democratico non era stato confutato, la caduta delle
dittature doveva necessariamente dare luogo alla costruzione di nuove
"democrazie": ma poichè d'altra parte non era stato compreso che la
disonestà e la insufficienza dei regimi continentali pseudo-parlamentari
prefascisti non erano dovute alla loro (presunta) democrazia, bensì alla loro
mancanza di democrazia sostanziale, le nuove "democrazie" furono
almeno in parte restaurazioni, o si trovarono esposte al pericolo di esserlo.
Beninteso non fu restaurata, nè instaurata, la "democrazia" in senso
assoluto, in quel senso assoluto che è una mera ipotesi ideale; ma
furono restaurati in parte o in tutto quei sistemi politici che, ammantandosi di
parvenze democratiche e anche con qualche generica buona intenzione democratica,
avevano, prima dell'avvento della dittatura isolato il paese legale dal paese
reale, creando nelle istituzioni disordine
insincerità debolezza, e preparandone la caduta. Così la tremenda esperienza
della seconda guerra mondiale corse il pericolo di risultare, alla verifica
storica, una esperienza sterile.
Se guardiamo alla vicenda dei tre maggiori paesi del continente riemersi dalla
dittatura, ci troviamo di fronte, nel caso della Francia, a una restaurazione
esplicita e completa del regime pseudo-democratico che il nome prestigioso della
democrazia aveva offuscato e coinvolto nel suo sfacelo; nel caso della Germania,
a una restaurazione invece solo parziale, profondamente rettificata, che, le
circostanze storiche aiutando, potrebbe anche risolversi in un superamento
davvero democratico, e per conseguenza vitale, del regime prehitleriano; nel
caso dell'Italia, come vedremo, abbiamo uno sviluppo ambiguo e contraddittorio,
sul quale forse, ancor più che su quello tedesco, potrà esercitare una
influenza definitiva proprio il confronto con la formula democratica; ammesso
che la formula democratica, depurandosi delle sue scorie, possa riemergere nella
vita del continente come una formula capace di conquistare la fantasia e
attirare l'affetto operante delle nuove generazioni; ammesso
cioè che la formula democratica diventi anche nel nostro paese una idea-forza
sul piano costruttivo, come già lo fu sul piano distruttivo
e che riesca ad offrire la sua legittimazione a regimi democratici sinceri,
efficaci e operanti, dopo avere provocato la caduta dei classici regimi di
diritto divino e delle loro recenti spurie e deformi reincarnazioni.
Il costituzionalista e politologo
tedesco F.A. Hermens dice, presentando il suo ormai classico trattato di diritto
costituzionale: "Questo libro è una protesta contro l'idea che lo stato
costituzionale democratico necessariamente sia uno stato debole, costretto alla
difensiva contro gli estremisti di destra o di sinistra". Io con lui non
credo che lo stato costituzionale democratico, e cioè la democrazia liberale,
sia o possa essere un debole, inetto e corrotto sistema politico. Credo al
contrario che possa e debba essere il più forte, sano, efficace sistema
politico, e proprio in ragione diretta del suo contenuto di democrazia
effettiva.
Quale democrazia ? Naturalmente non penso di trarmi d'impaccio foggiando un
concetto di democrazia a modo mio: non farei che accrescere la confusione delle
lingue, già abbastanza grande. Perchè il discorso abbia un qualsiasi valore,
occorre che il concetto di democrazia
assunto a termine di confronto e a formula di legittimazione si adegui
perfettamente a quella che è l'aspirazione "democratica" di tutti
coloro che alla democrazia, sia pure con varia prospettiva, ma in buona fede, si
sono richiamati e si richiamano; occorre che possa essere accettato da tutti
coloro che, con idee confuse ma con sincera e nobile passione, nel nome della
democrazia hanno combattuto e si sono sacrificati; occorre dunque che sia tale
da non giustificare un'evasione, ma da confermare un impegno. E occorre anche
che sia tale da reggere alla critica e
all'analisi razionale. Molti che parlano
sempre di "democrazia" sarebbero assai contrariati se qualcuno li
invitasse a spiegare perchè il regime democratico sia desiderabile, sia anzi il
solo desiderabile; e se cercassero di trovare qualche risposta, si troverebbero
subito sconfitti, poichè sarebbe troppo facile provare che il loro
regime democratico non solo non è il più desiderabile, ma non è desiderabile
affatto e neppure giustificabile. Noi crediamo che il nostro concetto di
democrazia possa invece affrontare questa prova.
Democrazia significa alla lettera potere del popolo, o governo del popolo. Ma il
potere del popolo può esprimersi solo attraverso un sistema di governo, se non
vuol essere disorganizzazione anarchica e potere tumultuario sul popolo
di chiunque ne sappia sollevare e sfruttare le passioni. Il verbo
"governare" è un verbo transitivo attivo. Dove c'è un governo ci
sono dei governanti e dei governati: e c'è il problema di sapere chi sono i
governanti e chi sono i governati; con quale criterio i primi sono scelti e da
chi; di quali poteri sono investiti; quali poteri rimangono ai governati e quali
strumenti di effettivo controllo. Il
problema della democrazia si traduce dunque nel problema del governo democratico,
che non è il governo del popolo, e neppure il governo della maggioranza
aritmetica del popolo: ma è tuttavia quel
governo nel quale si ottiene la maggior possibile identificazione fra governanti
e governati, la minor possibile oppressione dei governanti sui governati:
finalità complessa, al cui raggiungimento anche i procedimenti aritmetici volti
a interpretare i risultati del voto popolare possono dare ausilio, ma che non
può risolversi solo in quei procedimenti...
... Schumpeter disegna "un'altra dottrina
della democrazia": che è in sostanza la dottrina intuita da Mosca
quando indica sotto quali condizioni il sistema rappresentativo possa diventare
vitale, quando parla della "grande superiorità dei regimi
rappresentativi", quando, con solo apparente contraddizione, considera
una somma sventura il profilarsi di una possibile caduta di quei sistemi
rappresentativi che hanno reso possibile a tutte le forze politiche, ossia a
quasi tutti i valori sociali, di partecipare - in un regime di libera
discussione - alla direzione politica della società...
... Ricercando le condizioni
necessarie perchè comunque il metodo democratico, questo metodo democratico,
possa funzionare lo Schumpeter ricorda prima di tutto la qualità del
personale umano che alimenta il congegno politico: e senza dubbio si tratta
di un elemento fondamentale. Con uomini
privi di cognizioni, d'intelletto, di moralità non si costruisce nessuna
democrazia. Questo elemento però è
condizionato non solo dalle strutture sociali e dal livello civile del paese,
come rileva lo Schumpeter, ma anche, mi preme aggiungere, e non poco, dai metodi
elettorali e dalle strutture dei partiti,
oltre che dalle strutture costituzionali. Esistono metodi e strutture atti
(oltre che ad esprimere un governo e a scegliere un indirizzo politico) a
favorire una selezione positiva; altri esistono, ne abbiamo purtroppo larga
dolente esperienza, foggiati apposta per
garantire una selezione alla rovescia, e lasciar passare solo le nullità morali
e intellettuali...
Sommario
Avvertenza
Introduzione
Metafisica e fisica della democrazia
Note e appendici
Parte prima. La
monarchia risorgimentale
Capitolo primo
Introduzione allo statuto albertino
Note e appendici
Capitolo secondo
Lo statuto albertino
Note e appendici
Capitolo terzo
Formazione del regime pseudoparlamentare
Note e appendici
Capitolo quarto
Contraddizioni e corrosione del regime
Note e appendici
Capitolo quinto
Ripresa giolittiana
Note e appendici
Capitolo sesto
Il travaglio del terzo potere nell'esperienza
risorgimentale e prefascista
Note e appendici
Capitolo settimo
Caduta della democrazia liberale e fascismo
Note e appendici
Parte seconda.
L'esperienza repubblicana
Capitolo primo
L'opera della costituente e il suo limite
Note e appendici
Capitolo secondo
La chiesa e la repubblica
Note e appendici
Capitolo terzo
Principi fondamentali e dichiarazione dei
diritti
Note e appendici
Capitolo quarto
Antinomie e ambiguità dell'organizzazione dei
poteri
Note e appendici
Capitolo quinto
Contrastata affermazione del terzo potere nel
ventennio repubblicano
Note e appendici
Capitolo sesto
Sviluppi problematici e contraddittori della
costituzione di fatto
Note e appendici
Indice dei nomi e dei paesi
Indice generale
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