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Presentazione
A Carlo Simoncini mi lega una lunga amicizia nata
sui banchi di scuola e rimasta intatta nel tempo, anche se la frequentazione si è
andata diradando, come facilmente avviene in età adulta. Qualche incontro professionale,
avvocato lui e avvocato io; una camminata veloce per le vie di Città Alta dove entrambi
abitiamo, poi giù per via S.Alessandro fino ai nostri uffici, tra i quali si interpongono
la Piazza Dante e la Piazza della Libertà. Si interpongono fisicamente, ma simbolicamente
ci uniscono nella passione per i libri e per l'impegno civico e politico. Le idee
politiche non sono le medesime; io i libri li leggo soltanto, lui li scrive anche - e con
successo ! Nei nostri rari incontri, raramente parliamo di politica, quasi sempre parliamo
delle piccole cose di tutti i giorni, della famiglia, dei figli che crescono. La sua
discrezione veste una intelligenza lucida e coltivata, scalda una grande sensibilità
umana. Discrezione, intelligenza, cultura, sensibilità umana: doti che è sempre più
raro trovare riunite in un'unica persona. Sono anche le doti che gli hanno consentito di
coltivare la memoria del padre, Tino Simoncini, sindaco di Bergamo dal 1956 al 1964. Un
sindaco speciale, che ha saputo interpretare l'urgenza dei tempi nuovi, che ha lavorato
per sottrarre Bergamo al suo provincialismo, che ha riconciliato la tradizione cattolica
dei bergamaschi con la migliore tradizione laica e risorgimentale (con lui Bergamo si è
fregiata della denominazione di "Città dei Mille"), che ha lottato per il
recupero del suo patrimonio architettonico-monumentale e per la valorizzazione delle sue
istituzioni culturali. Democristiano, ma in continuo conflitto con il partito che non gli
perdonava le sue virtù laiche, Tino Simoncini è stato anche un uomo speciale:
pluridecorato in guerra come ufficiale degli alpini, avvocato di successo e saggista
giuridico, uomo di cultura e scrittore raffinato. Le testimonianze, gli appunti e i
commenti che il figlio Carlo ha saputo selezionare, ordinare e pubblicare nel volume
"Al balcone di una piccola città" non costituiscono solo una lettura
piacevole o una pregevole pagina di storia locale: sono soprattutto, per la nostra
generazione spesso così distratta da altre cose, un monito a riscoprire le ragioni dello
stare insieme come uomini e come cittadini. Un monito a non risparmiare il meglio di noi
stessi per l'affermazione di quelle ragioni.
Vittorio
Vivona
Di Carlo Simoncini
riportiamo qui di seguito il testo integrale dell'introduzione al libro
Dopo la
pubblicazione del volume La grana del seminario nei diari del sindaco di Bergamo Tino
Simoncini (Il filo di Arianna, 1994) furono in molti a chiedermi notizie
dell'ulteriore contenuto dei diari di mio padre. Da tempo mi ero quindi posto il problema
di far conoscere questi suoi scritti o almeno la parte di essi più significativa per le
vicende della città di quegli anni, raccontate dal punto di vista (non secondario) del
sindaco. Si tratta dunque di circa un migliaio di cartelle dattiloscritte (lui dettava
queste annotazioni al dittafono e la segretaria le scriveva a macchina) riunite in undici
raccoglitori, uno per semestre. Iniziano il 7 gennaio 1960 e finiscono il 12 settembre
1965. Riguardano quindi un periodo poco più ampio della sua seconda amministrazione come
sindaco di Bergamo. Comprendono annotazioni di vario genere, riferite alla vita politica e
amministrativa in massima parte, a qualche commento sulla famiglia e sul suo lavoro
professionale, a ricordi d'infanzia, di guerra, a considerazioni generali di carattere
politico, religioso, esistenziale.
E' curioso
osservare come la parte più ricca e più vivace di questi diari sia la prima, la più
piena di ricordi e considerazioni di vario tipo. Alla fine, al contrario, il diario tende
a diventare una grigia registrazione di avvenimenti e di incontri, denunciando
evidentemente la stanchezza dell'autore, la perdita di entusiasmo. Forse gli stessi eventi
che avevano accompagnato la fine della sua seconda amministrazione lo avevano
demoralizzato, snervato.
Il 16 settembre del
'64 scriveva infatti di avere raccontato "una esperienza organica di come una
piccola città cucina i propri uomini". Ma in molti punti scrive anche di voler
utilizzare questo diario per scrivere un libro di carattere autobiografico "al
balcone di una piccola città". Verso la fine del mandato di sindaco (1 dicembre
'64), in un momento di malumore, cercando altri interessi che lo distolgano dallo
sconforto per essere stato scaricato dal suo partito, dice a se stesso: "Pensa al
tuo libro che devi scrivere!".
Non so perché poi
non abbia concretizzato questa intenzione. Non aveva però mai abbandonato l'idea: ogni
tanto ne parlava ancora, anche negli ultimi anni della sua vita. Anche in un profilo
comparso su "L'Eco di Bergamo" dopo la sua morte, si ricorda come l'ultimo suo
progetto, non realizzato, fosse quello di scrivere un libro autobiografico. Trovandomi in
mano questi diari, ho sentito quindi come un dovere quello di non lasciarli cadere tra le
tante cose inutili e di utilizzarli invece per realizzare quella aspirazione che lui non
aveva fatto in tempo a soddisfare.
Il 6 giugno del '60
scriveva: "Perché sviluppo queste annotazioni? Traccio lungo la settimana
brevissimi appunti su un libriccino e, successivamente, sul ricordo dei fatti e delle
espressioni, parlo al mio registratore. Annoto, conseguentemente, insieme una sequenza di
sette o otto giorni. Maggiore comodità, minore genuinità di stati d'animo. Riferimenti
cronologici, fissazione di particolari, sviluppi od involuzioni psicologiche così come
descritte, potranno essermi utili o dilettevoli a suo tempo. Spunti per ulteriori
approfondimenti, idee e propositi da coltivare, esperienze da meditare. Alla mia fine,
queste note serviranno a qualcuno? Si tratta di esperienze di vita vissuta da uno
che, in un piccolo angolo della terra, si trova appollaiato in cima ad un palo. Penso che
serviranno
e a me? Alla mia dissoluzione nella universale sostanza statica
dell'infinito non mi servirà più nulla".
Ecco, io vorrei
appunto che queste note servissero a qualcosa, a conoscere meglio le vicende di una
città, di un sindaco appollaiato in cima ad un palo, di un uomo, con i suoi umori, le sue
passioni, le sue depressioni.
Cercando di
interpretare quella che avrebbe potuto essere la volontà di mio padre, ho fatto su questi
diari un lavoro di selezione e di montaggio, mantenendo sempre l'ordine cronologico. Non
ho ritenuto di dover provvedere ad una pubblicazione integrale, sia perché alcune pagine
sono di contenuto estremamente personale, certamente quindi non destinate - nelle
intenzioni dell'autore - alla pubblicazione; sia perché in molti casi vi sono ripetizioni
o mere cronistorie di giornate-tipo, prive di avvenimenti di interesse; sia infine perché
la mole eccessiva avrebbe ostacolato una lettura scorrevole.
Ho quindi
selezionato - nel campo della politica e della attività pubblica in genere - le pagine
riguardanti le questioni ricorrenti, che hanno segnato la vita della città di bergamo di
quegli anni. Non ho riportato invece in questo volume tutti i passaggi del diario che si
riferiscono ai lavori di ricostruzione del seminario di Bergamo, lavori iniziati (con le
prime demolizioni) nel 1960 e terminati nel 1967. E' stata questa la questione che più ha
segnato, per lo meno all'epoca, la vita politica di mio padre. Ed è anche la questione
che nei diari ricorre più frequentemente, l'unica che si risolve in una vicenda compiuta,
con un inizio e una fine. Per queste ragioni, ho ritenuto che essa meritasse un volume a
sé, che - oltre a riportare i brani del diario - ricostruisse la vicenda sulla base di
materiali reperiti in vari archivi, presso la biblioteca civica A.Mai, presso l'archivio
dell'ufficio tecnico del Comune di Bergamo e con l'ausilio delle cronache giornalistiche
dell'epoca e di qualche testimonianza di diretti protagonisti.
Per tutto questo
rimando al volume La grana del seminario nei diari del sindaco di Bergamo Tino
Simoncini. Poiché la conclusione della pratica edilizia del seminario aveva coinciso
con la conclusione del mandato amministrativo di mio padre, le due vicende alla fine si
intrecciano, nel senso che la prima concorre a determinare la seconda. Quel volume riporta
pertanto brani di diario che si riferiscono sia all'una che all'altra e, in sostanza, deve
ritenersi complementare di questo.
Nelle pagine di
diario riportate in questo volume vengono percorsi gli altri avvenimenti che hanno
interessato la città. I numerosi incontri - a Bergamo e a Roma - per discutere il
problema del superamento della cinta ferroviaria. Il recupero alla città del complesso di
S.Agostino. La realizzazione del nuovo quartiere di Monterosso. La ristrutturazione del
sistema fognario. La circonvallazione, la strada di penetrazione verso la Valseriana e la
strada panoramica di S.Vigilio. Il nuovo palazzetto dello sport e la donazione del terreno
per la realizzazione del centro sportivo Italcementi. Il consorzio urbanistico e il suo
piano regolatore intercomunale, con tutti i contrasti che aveva creato dentro e fuori il
partito della Democrazia cristiana. Il tentativo (fallito) di creare un consorzio
intercomunale di vigilanza urbana. La costituzione della Azienda di soggiorno. La
municipalizzazione del servizio di raccolta dei rifiuti, in precedenza appaltato alla
società Pastorino. I lavori di restauro e di rifacimento delle fiancate del teatro
Donizetti e i rapporti con la commissione per la gestione del teatro, con Bindo
Missiroli,
con Gianandrea Gavazzeni, con Giacomo Manzù, con Luigi e Sandro Angelini. Il restauro
della Cittadella, del museo di scienze naturali e del museo archeologico. Il tentativo di
acquisto dallo Stato del teatro Sociale, che stava per essere acquistato dalla parrocchia
di città alta. Il tentativo (fallito) di portare a Bergamo il festival dei Due Mondi di
Spoleto, e quello (riuscito) di portare istituzioni universitarie, come la Scuola
superiore di giornalismo e l'Istituto di geologia. L'acquisizione al Comune dell'Istituto
musicale Donizetti. L'introduzione degli spacci comunali a prezzi controllati.
L'istituzione, molto contrastata, della cosiddetta "Consulta giovanile". Gli
studi sui centri storici e in particolare su città alta, la politica urbanistica e la
approvazione delle linee guida per l'aggiornamento del piano regolatore generale. La
visita del presidente della repubblcia Gronchi, che conferisce a Bergamo il titolo di
"Città dei Mille".
E' il periodo in
cui a Bergamo il parito della Democrazia cristiana gode della maggioranza assoluta ed è
diviso in due correnti, in forte contrasto tra loro: da una parte i fanfaniani, capeggiati
da Enzo Zambetti, affiancato da Enzo Berlanda, Carlo Baruffi, Giacomo Pezzotta, Vito
Sonzogni; d'altra i morodorotei, capeggiati da Giambattista Scaglia, affiancato da Carlo
Cremaschi, Luciano Colombo, Emilio Paganoni, poi da Filippo Pandolfi, Severino Citaristi.
Il sindaco Simoncini e il vicesindaco Ezio Motta ( ma anche la giunta in generale) sono
considerati da loro partito troppo "indipendenti" e subiscono quindi frequenti
intralci nella attività amministrativa. Il quotidiano "L'Eco di Bergamo", di
proprietaà della Curia vescovile e diretto da don Andrea Spada, appoggia
l'amministrazione cittadina in modo blando, attento soprattutto alla tutela dei valori
cattolici. L'altro quotidiano "Il Giornale del Popolo", di proprietà
dell'Unione industriali, mantiene una linea politica di destra moderata fino a quando lo
dirige Ugo Cuesta, gentiluomo di stampo tradizionale; assumerà invece un'impronda
scandalistica ed estremamente aggressiva, con una linea politica di destra estrema, sotto
la direzione di Alessando Minardi, che darà al quotidiano il nuovo nome "Il Giornale
di Bergamo". Per quanto riguarda i partiti di minoranza, esponenti principali del
partito comunista, sono, tra gli altri, Eliseo Milani, Giuseppe Taino, Carlo
Leidi; del
partito socialista Giovanni Masseroni, Salvo Parigi, Vittorio Naldini, Lina
Dasso; del
partito socialdemocratico Piero Pedroli, Arbace Mazzoleni, Eugenio Bruni; del partito
liberale Gianni Astori, Enrico Vivona, Antonio Rodari, Giovanni Riva; del movimento
sociale Nino Carnazzi, Mirko Tremaglia.
In questi diari
sono quindi anche descritti i vari contrasti politici, dentro e fuori il partito della
Democrazia cristiana. Dapprima soprattutto con Enzo Zambetti, segretario provinciale della
dc e poi presidente della amministrazione provinciale. Ma poi anche con Filippo
Pandolfi,
nuovo segretario provinciale della dc, col quale pure i rapporti non sono facili. Fuori
dal partito i contrasti non sono soltanto con le opposizioni - di destra e di sinistra -
ma soprattutto con l'Unione industriali e con il "Giornale di Bergamo",
nell'epoca in cui direttore dell'Unione industriali era Stefano Gavotti Verospi e
direttore del "Giornale di Bergamo" era Alessandro Minardi. Con quest'ultimo le
polemiche sono particolarmente aspre, fino a giungere alle querele penali.
Ho lasciato poi
tutte le riflessioni su vari argomenti, nonché i ricordi d'infanzia, di studi, di guerra.
Ho lasciato anche le poche annotazioni che si riferiscono al lavoro professionale e alcune
pagine che riguardano i rapporti con la famiglia, i viaggi, le vacanze. Ciò per dare
un'immagine più ampia e rotonda della personalità dell'autore.
Circa le persone
citate nel diario ho cercato di fornire in nota le indicazioni essenziali per la
comprensione del testo, a volte solo il nome e cognome. In alcuni casi non ho fornito
neppure queste indicazioni, trattandosi di persone o non identificabili oppure non
significative nel contesto descritto. Le note in calce non hanno quindi alcuna pretesa di
completezza e hanno solo lo scopo di illustrare - per quanto mi è stato possibile - il
contesto delle vicende descritte nel diario, alcuni collegamenti e in qualche caso gli
sviluppi successivi. Ho corredato la pubblicazione, oltre che di un indice dei nomi di
persone e di un indice dei luoghi geografici, anche di un indice dei principali argomenti
trattati. Ciò per consentire al lettore che lo voglia fare di seguire con più facilità
gli sviluppi di singole vicende, evitando una difficoltosa ricerca tra le pagine del
diario.
Occorre anche
precisare che queste annotazioni sono come lautore stesso scrive "divagazioni
espresse con animo estremamente sincero e dipendenti dalla situazione psicologica del
momento ". Pertanto esse non vanno prese sempre alla lettera, ma vanno comprese e
interpretate in relazione appunto agli stati danimo contingenti. Anche certi sfoghi
contro ambienti o persone devono essere valutati in questa chiave e non essere considerati
come opinioni negative consolidate. Se vi sono espressioni che a qualcuno possono apparire
sgradevoli, me ne scuso fin dora. Ripeto però qui ciò che ho scritto nella
introduzione allaltra pubblicazione già citata. E cioè che qualche intemperanza
verbale è inseparabile dalla freschezza e dalla immediatezza. Ciò che costituisce
a mio parere il pregio maggiore di questi scritti. In nessun caso si deve pertanto
ritenere in discussione lonorabilità delle persone menzionate nel testo.
Lepoca in cui
questi diari sono stati scritti è quella delle grandi speranze di rinnovamento, che poi
verranno deluse. Lepoca in cui nel mondo compaiono le tre figure che hanno
rappresentato simbolicamente le speranze di una generazione, le speranze in un mondo
nuovo: Giovanni XXIII, Kennedy e Kruscev. Uomini che hanno lottato per portare il mondo
verso orizzonti più vasti e che sono stati sconfitti o dalla morte o da congiure di
palazzo.
In Italia era
lepoca della fine del centrismo, della caduta del governo Tambroni, dei morti di
Reggio Emilia. Era lepoca dei primi governi di centro-sinistra, presieduti da
Amintore Fanfani, i soli governi che tentarono allepoca di attuare una politica
riformatrice, che fu poi sconfitta dal "rumor di sciabole" del generale De
Lorenzo.
Dunque da questi
scritti emerge la passione di chi ha creduto in questi nuovi valori e ideali, ma emerge
anche la delusione di chi li ha visti cadere. Si può dire che da questo punto di
vista il diario si sviluppi proprio come una specie di parabola, dapprima con la
curva ascendente e poi con quella discendente. Cambia il quadro della politica mondiale,
cambia il quadro nazionale, cambia anche quello di Bergamo, la città "che cucina i
propri uomini".
C.S.
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